News per Miccia corta

27 - 01 - 2010

Malintese memorie

(il manifesto)

 Poiché l'obiettivo di questa giornata è cercare di capire come la Shoah sia avvenuta, affinché non si ripeta, non sarebbe piú incisivo indicare come momento di riflessione collettiva l'origine del fenomeno, ovvero l'emanazione delle leggi razziali nell'autunno 1938?


Valentina Pisanty



Sul «giorno della memoria» circolano alcuni malintesi. Tra essi, l'idea che si tratti di una celebrazione, nel triplice significato di commemorazione solenne, di cerimonia rituale e di glorificazione di una qualche identitá  collettiva. ሠquesto, del resto, il senso delle altre ricorrenze prescritte dal calendario istituzionale, dalle festivitá  religiose agli anniversari della repubblica, dove l'occasione commemorativa svolge una funzione eminentemente epidittica (la comunitá  celebrante si stringe attorno alla messa in discorso di valori condivisi, o presentati come tali), e l'evento ricordato è edificante, se non addirittura gioioso. Attributi evidentemente incompatibili con la storia delle persecuzioni razziali e della Shoah, ma talora la forma del rito ne condiziona i contenuti, ed ecco che ci si accinge ad adempiere gli obblighi della memoria con il vago disagio di chi non sa bene cosa sta commemorando e perché.
L'equivoco si insinua sin dalla scelta della data del 27 gennaio. Tra i tanti possibili eventi luttuosi e ignominiosi che hanno costellato la storia del razzismo nazifascista, la legge n. 211 del 20 luglio 2000 eleva l'abbattimento dei cancelli di Auschwitz a simbolo dell'intera esperienza concentrazionaria. La liberazione del campo, la raccolta delle macerie, la conta dei morti, la promessa solenne che «mai piú»: non proprio un happy ending, ma quantomeno la fine di un incubo (la cui durata a dire il vero si protrae oltre l'ingresso dell'armata rossa nel lager polacco).
Tuttavia, se si guarda alla Shoah dallo sbocco del tunnel, la tentazione è di girarsi dall'altra parte e di correre verso la luce ovvero, per uscire dalla metafora, di celebrarne la fine anziché ricordarne gli inizi. Si rischia cosí di dirottare l'attenzione dalla Shoah intesa come evento storico - esito documentabile di un intreccio complesso di pulsioni xenofobe sbrigliate, di orgogli nazionalistici, di opportunismi politici, di responsabilitá  individuali e collettive - alla Shoah intesa come mito fondativo, dispositivo creatore di sensi ulteriori a seconda degli usi che di volta in volta se ne fanno. Da qui, alcune possibili derive banalizzanti e sacralizzanti: spettacolarizzazioni della memoria, solidarietá  intempestive e discorsi ufficiali proferiti dai piú improbabili portavoce dell'antifascismo, letture provvidenzialistiche del genocidio, e via dicendo. Da qui anche il fastidio che taluni provano nei confronti del «giorno della memoria», erroneamente interpretato come l'ennesimo pretesto mediatico per intavolare dibattiti sugli ebrei e sulla loro problematica identitá .
Il ruolo che ebbe la propaganda
In effetti il senso della legge è o dovrebbe essere tutt'altro. Lungi dal celebrare alcunché, si tratta di prescrivere agli europei in generale, e agli italiani in particolare, il compito di studiare ció che in passato si era preferito non guardare, «in modo da conservare nel futuro dell'Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa». L'obiettivo non è solo di onorare le vittime, di ricordare i giusti o di riconoscere le colpe dei carnefici (non ci vuole molto sforzo), ma di cercare di capire come la Shoah sia avvenuta «affinché simili eventi non possano mai piú accadere». Date queste premesse, mi chiedo se non sarebbe stato piú incisivo indicare, come momento di riflessione collettiva, l'origine del fenomeno che ha portato alla catastrofe, ovvero l'emanazione delle leggi razziali che nell'autunno del 1938 allontanarono con accanimento crescente (e nell'indifferenza generale) gli ebrei dalla vita pubblica. Se poi si considera che il «giorno della memoria» si rivolge principalmente agli studenti, sarebbe stato forse coerente scegliere, come evento da ricordare, la promulgazione del decreto legge 1779 del 15 novembre che integrava in un testo organico i provvedimenti per escludere gli ebrei dalle scuole e dalle universitá . Non sará  l'inizio della storia del razzismo in Italia, visto che forze xenofobe e antisemite operavano indisturbate giá  da tempo, ma è lí che il piano si inclina irrimediabilmente. Quando il regime comincia a legiferare contro una parte dei suoi cittadini, privandoli dei diritti fondamentali e rendendoli inermi di fronte a ogni genere di sopruso, è a quel punto che gli astri del razzismo, per cosí dire, si allineano.
Si sa che la propaganda giocó un ruolo importante nelle politiche razziste, rafforzando stereotipi, rispolverando antichi pregiudizi, confezionando pseudo-argomenti per dimostrare come le leggi razziali fossero conformi alle Leggi della Natura. Certo, è difficile capacitarsi che ci fosse qualcuno, all'epoca, disposto a prestare seria attenzione a simili assurditá , data la rozzezza argomentativa di gran parte di questo materiale. Basta sfogliare le pagine di un fascicolo qualsiasi della Difesa della razza, con la sua galleria di mostri (corpi deformi, scimmioni e cannibali africani, anti-uomini bolscevichi, avvoltoi giudei col becco grondante sangue...) la cui funzione retorica era di far risaltare per contrasto le virtú estetiche e morali della presunta stirpe ario-romana, per sperimentare (si spera) un misto di incredulitá  e di indignazione che di primo acchito puó tradursi in una risata distanziante o in un moto di disgusto, ma che lascia uno strascico di interrogativi su cui forse vale la pena soffermarsi.
Com'è possibile che queste cose siano state dette e fatte? Come mai non sono state respinte lí per lí tra gli sghignazzi generali? Con quali atteggiamenti venivano recepite, quali dissonanze producevano nelle menti meno sprovvedute e, di converso, quali effetti esercitavano sugli allievi di «tutte le scuole del Regno» a cui una circolare di Giuseppe Bottai prescriveva l'acquisto e la lettura della rivista di Interlandi, Almirante & co?
Puó darsi che, in tempi di regime, la propaganda venisse prodotta e ricevuta con una buona dose di cinismo e di scetticismo e che - a parte quei pochi fanatici che veramente credevano nella necessitá  impellente di ripulire la «pura razza italiana» dalle scorie dell'ebraismo e di altre razze e sottorazze contaminanti - per il resto degli italiani «La difesa della razza» e altre pubblicazioni dello stesso tenore giocassero un ruolo ideologico marginale. Resta il fatto che, attraverso la ripetizione martellante di stereotipi razzisti disseminati nei discorsi politici, nei giornali e nelle riviste, nella letteratura di consumo, nei racconti per l'infanzia, giú giú sino alle canzoni e alle cartoline coloniali, la cultura di regime forní, se non altro, un pretesto a coloro che, tra il 1938 e il 1943, scelsero di non vedere, o di non preoccuparsi di ció che stava accadendo sotto i loro occhi. Se il «giorno della memoria» ha a che vedere con una qualche identitá  collettiva, è l'identitá  dei razzisti, dei furbi, dei pavidi e dei menefreghisti, cioè la nostra (o una della nostre).
Detto questo, chiediamoci quale funzione abbia da assolvere una giornata di studio specificamente dedicata alla Shoah in Italia. A ricordare gli eventi, innanzitutto, visto che sino alla metá  degli anni Novanta si è parlato poco e malvolentieri dell'aspetto piú scomodo della storia del fascismo (risale al 1994 la prima mostra italiana dedicata al razzismo fascista). Oltre alla funzione storica, peró, il senso della ricorrenza è - o dovrebbe essere - di mantenere vivi gli anticorpi, tenuto conto che il razzismo non è solo un fantasma del passato, come dimostrano in modo esemplare i recenti fatti di Rosarno, e perció andrebbe combattuto giorno per giorno con strumenti critici adeguati.
Come arginare l'intolleranza
Su questo punto, peró, è legittimo un margine di perplessitá . Per sconfiggere il razzismo una volta per sempre è davvero sufficiente smontare gli stereotipi (alcuni dei quali si aggirano tra noi pressoché immutati dai tempi dei difensori della razza: si pensi agli stereotipi del negro e dello zingaro per esempio)? Certo che no, e sarebbe pia illusione culturalista pensare il contrario. Si analizzino pure i discorsi razzisti, se ne evidenzino i paralogismi, si smascherino tutte le distorsioni e le menzogne della razza: tutt'al piú si convincerá  chi è giá  persuaso, e tra compagni antirazzisti ci si scambierá  delle gran pacche sulle spalle. Casomai con l'aiuto degli strumenti analitici si potrá  controbattere alle dottrine dei nuovi razzisti (i negazionisti, i differenzialisti, gli odierni teorizzatori di un occidente tenuto sotto scacco non si capisce bene da chi), decostruendone gli sragionamenti, ma non si scalfirá  minimamente il substrato pulsionale su cui simili teorie attecchiscono, un'intolleranza selvaggia tanto piú pericolosa quanto meno puó essere tenuta a freno con argomenti razionali.
L'intolleranza c'è. Sarebbe compito della politica contenerla, affrontando gli squilibri sociali, economici e culturali che la alimentano. Nell'attesa, ai ragazzi a cui il «giorno della memoria» si rivolge va spiegato (possibilmente anche gli altri giorni dell'anno) come il razzismo sia fondato su meccanismi psichici elementari, come attinga a materiali sedimentati nella cultura, come nonostante tutto gli stereotipi non muoiano mai, come tramite essi un atto di aggressione possa mascherarsi da misura difensiva, come le legittime frustrazioni di una comunitá  possano essere artatamente deviate sul capro espiatorio di turno, come lo sfruttamento dei piú deboli si giovi di simili manipolazioni, e come la situazione precipiti nel momento in cui chi sta al potere decide di avvalersi di questi dispositivi arcinoti per rafforzare il proprio consenso.

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