News per Miccia corta

27 - 01 - 2010

Una memoria presente

(il manifesto)

 

 

Enzo Collotti


Ogni anno che passa ci sembra sempre piú difficile tornare a riflettere sul Giorno della memoria. Da una parte sembra di conoscere giá  tutto intorno alla vicenda della Shoah e delle immani deportazioni che hanno segnato il secolo breve degli stermini; dall'altra la reiterazione dei giorni commemorativi e la loro diffusione, a seconda delle aree del nostro paese, si potrebbe dire capillare attraverso le sedi scolastiche e le reti di un vecchio associazionismo che mai come ora assolve a una funzione di supplenza politica dei compiti di educazione civile che in altra epoca erano affidati ai partiti, potrebbe fare pensare ad una ritualizzazione ed anche banalizzazione di queste occasioni. In entrambi i casi gli interrogativi che emergono esigono risposte complesse a partire dalla constatazione banale ma reale e realistica che nessuna risposta puó essere definitiva perché di anno in anno nuove generazioni si affacciano all'etá  della conoscenza e pongono domande sempre nuove e in modo sempre diverso, perché piú ci si allontana dall'epoca degli eventi della seconda guerra mondiale piú si modifica la percezione con la quale quegli eventi vengono recepiti. Apparentemente la maggiore distanza di tempo facilita le risposte, perché le domande sono depurate dal sovraccarico di emozioni; nella realtá  non è cosí e non solo perché le risposte richiedono maggiore chiarezza di circostanze ma perché il fatto stesso di avere a che fare con un contesto spoglio di emozioni pone allo storico problemi quasi insolubili, come ci insegna la lezione di colui che oggi si puó considerare lo studioso piú completo della Shoah, Saul Friedlander, del quale è stata appena tradotta in italiano la lezione metodologica con la quale egli trae il bilancio della sua formidabile ricerca (Aggressore e vittima. Per una storia integrata dell'Olocausto, Laterza).
Inoltre, nella nostra esperienza quotidiana ci imbattiamo continuamente in circostanze che ci sollecitano a ritornare su evenienze che credevamo superate o acquisite per sempre. Al di lá  di quello che è il revisionismo dei professionisti della menzogna, piú insidiose sono le perdite di memoria che si operano nei tanti revisionismi della vita quotidiana dovuti all'ignoranza o alla sottovalutazione di situazioni che meriterebbero maggiore attenzione e che attraverso l'amplificazione mediatica, fossero i giornali o la televisione, contribuiscono alla deformazione della memoria pubblica e alla immunizzazione di quelle private. Nel caso italiano, poi, la presunta esigenza di una memoria condivisa, in un contesto politico particolarmente limaccioso e caratterizzato da una accentuata propensione alla fuga dalle responsabilitá  di fronte alla storia, la vocazione a perdere la distinzione tra ruoli e fronti è un elemento negativo in piú a favore dell'evanescenza della memoria sino alla sua totale estinzione.
Tuttavia, a fronte di questa somma di fattori che non agevolano l'esercizio di una limpida intransigenza della memoria, dobbiamo constatare il riemergere di sempre nuove fonti, di sempre nuovi episodi che rappresentano altrettanti tasselli nella conservazione della continuitá  della memoria. Le grandi narrazioni oramai con tutta probabilitá  sono state giá  scritte, dopo Hilberg e Friedlander non è ragionevole attendersi in tempi prevedibili opere di ampio respiro sulla Shoah, laddove viceversa c'è da attendere che non cessi il flusso di documenti, di memorie e di narrazioni variamente autobiografiche. Ció è vero in particolare per settori dell'ebraismo come quello tedesco o quello polacco che fisicamente distrutti in patria hanno lasciato importanti patrimoni documentari negli spezzoni dell'emigrazione, in particolare negli Stati uniti e nelle universitá  americane, o anche nei rifugi clandestini nel suolo patrio, come nel caso delle carte di Emanuel Ringelblum che dovrebbero vedere la luce in Polonia. Ma nel nostro piccolo anche in Italia continuano a emergere testimonianze della deportazione, memorie, epistolari e soprattutto per quanto riguarda la categoria tutta italiana degli Internati militari in Germania siamo convinti che nelle famiglie italiane sono custodite tuttora tracce importanti di un'esperienza che non deve restare sepolta nel segreto delle memorie familiari.
Sotto questo profilo il discorso pubblico è un fattore decisivo per sollecitare la fruizione pubblica di questi potenziali contributi di un patrimonio nazionale di memorie. Naturalmente, in questi casi, quello che è fondamentale è il rapporto di fiducia che si puó e si deve creare tra chi è disponibile a consegnare testimonianze che appartengono a una sfera privata spesso molto gelosa di piccole veritá  dell'intimo familiare e l'eventuale ente o istituzione cui devolvere questi materiali. Certo, se io so che tutto andrá  a finire nell'indistinto calderone in cui ogni cosa è eguale a un'altra e possibilmente anche a quella contraria, non saró per nulla incoraggiato a disfarmi del mio privato segreto per farne partecipe una memoria pubblica. Ecco quindi come il contesto influisce fortemente anche nella costruzione di una memoria nella quale ci si possa riconoscere. Ció sottolinea la responsabilitá  di quanti, soprattutto operatori dei media, contribuiscono alla formazione della cornice entro la quale si dovrebbero collocare i frammenti delle tante veritá  parziali di cui si compone la memoria pubblica. Soprattutto in una fase di ricambio generazionale come quella attuale, in cui stanno rapidamente scomparendo i protagonisti diretti degli eventi che sono oggetto dell'attenzione del Giorno della memoria, la presenza di punti di riferimento certo appare assolutamente indispensabile per assicurare la continuitá  della consapevolezza di quanto va trasmesso alle generazioni future.
Qualcuno, non si sa se per ingenuitá  o per provocazione, continua a chiederci per quanto tempo ancora continueremo a trarre occasione da questo Giorno della memoria per sollevare interrogativi inquietanti, se non cesseremo mai di turbare gli animi di chi vorrebbe che finalmente si abbandonasse all'oblio un passato che inevitabilmente divide. A costui, a costoro, noi possiamo rispondere soltanto che non cesseremo di scrivere questa storia e non soltanto perché veniamo in possesso di sempre nuovi particolari ma perché fin quando non cesseranno l'infamia del razzismo (purtroppo quotidiano) e le pratiche delle discriminazioni ci sentiamo sollecitati dalla nostra coscienza a non dimenticare gli esempi di un passato pur sempre cosí presente.

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