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News per Miccia corta

27 - 01 - 2010

Quegli eroi e martiri della Shoah

(la Repubblica)

 

 
CLAUDE LANZMANN

 


 

Anticipiamo una parte del libro di "La lepre della Patagonia" in uscita oggi da Rizzoli


Per quattro mesi, Baccot, membro dei gruppi d'azione del Pcf, aveva abbattuto tedeschi e miliziani nelle strade di Clermont-Ferrand. Per il Partito, a parte il materiale paracadutato dagli anglo-americani e destinato alla sola Resistenza gollista, non c'era che un modo per procurarsi delle armi: rubarle ai cadaveri dei nemici. Ogni tedesco abbattuto significava un revolver, una pistola, una mitraglietta. Baccot, nel corso di questo breve periodo, dette prova di straordinarie doti di coraggio, ardimento, pazienza, astuzia e determinazione. Scoperto, identificato, braccato, fu circondato in place de Jaude, la piazza centrale di Clermont-Ferrand: vedendosi preso in trappola senza alcuna possibilitá  di fuga, si rifugió in un vespasiano – un orinatoio pubblico a forma di chiocciola le cui pareti nascondono l'utente agli occhi dei passanti – e si fece saltare le cervella per non essere catturato vivo.
Baccot è un eroe indiscutibile che ammiro senza riserve.
Tuttavia so che non avrei mai potuto spararmi una pallottola in testa come ha fatto lui nell'imminenza della cattura, e questa consapevolezza ha pesato come una cappa di piombo su tutta la mia vita. Che cosa avrei fatto se avessero domandato a Hélène Hoffnung e me di aprire le nostre valigie piene d'armi? Nel corso della lotta clandestina urbana ho condotto azioni oggettivamente pericolose ma mi rimprovero di non averle compiute in piena coscienza, perché non le accompagnava l'accettazione del prezzo estremo da pagare in caso di arresto: la morte.
Avrei agito se, prima di farlo, avessi valutato fino in fondo la situazione? Per quanto si possa sostenere che l'incoscienza è a suo modo una forma di coraggio, agire senza essere pronti, nel fondo del proprio spirito, al sacrificio supremo è in fin dei conti un segno di dilettantismo: ancora oggi non smetto di ripetermelo. Il dilemma del coraggio e della vigliaccheria, lo si sará  senz'altro intuito, è il filo rosso di questo libro, il filo rosso della mia vita. Sartre amava citare l'espressione "coraggio militare" che Michel Leiris usava per definire il suicidio degli ufficiali che avevano fallito una missione. Per evitare ai congiurati del complotto antihitleriano del 20 luglio 1944 la tortura, il processo, la morte ignominiosa sul patibolo, alcuni pari grado, senza dire una parola, entravano nel loro ufficio, porgevano un revolver e, appena uscivano, dalla stanza si udiva il fragore del colpo di pistola: i grandi tedeschi, obbedendo a un infrangibile codice d'onore, si uccidevano in modo quasi meccanico, come per un riflesso condizionato, senza esitare un solo istante, ed è forse questo il modo migliore di procedere.
Uno degli eroi indimenticabili di Shoah, Filip Müller, membro per quasi tre anni del "commando speciale" (Sonderkommando) di Auschwitz, mi diceva al termine di una faticosa giornata: «Volevo vivere, con ogni mia forza vivere, un minuto in piú, un giorno in piú, un mese in piú. Capisce cosa intendo? Vivere». Eccome, se lo capivo! Gli altri membri del commando speciale, che condivisero il calvario di Filip Müller, figure nobili e becchini del loro popolo, eroi e martiri al tempo stesso, erano come lui uomini semplici, intelligenti e buoni. Nella maggior parte dei casi, nell'inferno delle pire e dei forni crematori – questo "anus mundi", secondo l'espressione del dottor Thilo, medico delle Ss – non abdicarono mai alla loro umanitá .
Voglio citarne i nomi: Yossele Warszawski, originario di Varsavia, arrivato da Parigi; Lajb Panusz, di Lomza; Ajzyk Kalniak, di Lomza anche lui; Josef Deresinski, di Grodno; Lajb Langfus, di Makow Mazowiecki; Jankiel Handelsman, originario di Radom, arrivato da Parigi; Kaminski, il kapó; Dov Paisikovich, della Transilvania; Stanislaw Jankowski, detto Feinsilber, originario di Varsavia, arrivato da Parigi, ex membro delle Brigate internazionali; Salmen Gradowski e Salmen Lewental, i due cronisti del commando speciale, che notte dopo notte – poiché pensavano che nessuno sarebbe sopravvissuto – si imposero di tenere il diario di bordo della Geenna e seppellirono i loro fogli sotto la creta dei crematori II e III, la vigilia stessa della rivolta fallita del Sonderkommando (7 ottobre 1944), in cui persero la vita: manoscritti in yiddish, dalla scrittura alta e ferma, ritrovati rosi e macchiati dall'umiditá  – uno nel 1945, l'altro nel 1962 – per tre quarti indecifrabili e per questo ancora piú sconvolgenti. Alla domanda oscena: «Come hanno potuto? Perché non si sono suicidati?» bisogna lasciare che siano loro a rispondere, e rispettare in modo assoluto la loro risposta. Ma è Salmen Lewental, questo ammirevole Froissart del commando speciale, che con la sua altissima scrittura ha meglio risposto alla domanda oscena: «La veritá » ha scritto «è che si vuole vivere a qualunque costo, si vuole vivere perché si vive, perché il mondo intero vive. Non c'è altro che la vita». No, fratelli miei, ve lo dico io, voi non eravate come gli allievi dell'accademia militare di Saint-Cyr ai ponti di Saumur nel 1940, capaci di morire hegelianamente per l'onore e la guerra delle coscienze: voi odiavate la morte, e nel suo regno avete santificato la vita, in modo assoluto