News per Miccia corta

26 - 01 - 2010

La vittoria giustifica i mezzi

 


(Corriere della Sera, 25 gennaio 2010)

 

Dibattiti In Italia lo scontro interminabile tra magistratura e politica affonda le sue radici nei tragici eventi della guerra fredda

Severino Emanuele



 

E sistono situazioni nelle quali i governanti di uno Stato costituzionale e democratico sono costretti, per difenderlo e assicurarne la sopravvivenza, ad agire contro la Costituzione e la democrazia, ossia contro ció alla cui tutela essi sono preposti. ሠquanto è accaduto alle democrazie occidentali per circa mezzo secolo, durante la «guerra fredda» con l' Unione Sovietica. Ancora oggi, in queste democrazie - la cosa è visibile soprattutto in Italia - , si vivono le conseguenze di tale fenomeno apparentemente paradossale. Riguardano il rapporto tra politica e giustizia. Ma - diciamolo subito - come è possibile avanzare tesi di questa portata senza disporre di quella documentazione che non è disponibile nemmeno alle classi dirigenti e alla magistratura? Ora, l' apologia dei «fatti» è comprensibile e auspicabile. Sennonché i grandi eventi storici sono ben di piú di un insieme di fatti. Non possono quindi diventare oggetto di indagine giudiziaria, che appunto sui fatti si basa. A loro volta le classi dirigenti hanno a disposizione, intorno a quegli eventi, piú «informazioni» di chiunque altro; ma il senso globale dei grandi eventi devono desumerlo da tali informazioni (che non sono i fatti a cui esse si riferiscono). Un fatto è qualcosa che si vede, si tocca, non qualcosa di desunto. Di un evento storico puó capire di piú chi desume meglio, pur avendo meno informazioni, di chi - uomo di potere, o magistrato o storico - pur disponendo di interi archivi desuma in modo vacillante. Orbene, tutti siamo convinti che la «guerra fredda» è stata una lotta all' ultimo sangue, dove ognuno dei due mondi in lotta vedeva nell' altro «il Male» assoluto da cui ci si doveva difendere con ogni mezzo. Per quanto illegale e malvagio, qualsiasi mezzo sarebbe stato infatti un male ben minore del Male assoluto. Siamo tutti convinti che questa situazione sia esistita, anche se non è un fatto che ci stia davanti come casa nostra. E se qualcuno dicesse di non credere che quella lotta all' ultimo sangue ci sia mai stata, lo considereremmo un uomo fuori del mondo. Ma, se abbiamo queste convinzioni, certe conseguenze si impongono. Altre volte ho ricordato una dichiarazione emblematica dell' ex direttore della Cia Wiliam Colby, intervistato da questo giornale agli inizi degli anni Novanta. L' intervistatore gli chiedeva se fosse stato proprio necessario, durante la «guerra fredda», mettere all' Italia la «camicia di forza anticomunista». La risposta fu: «Sí. Meglio i ladri dei dittatori». E con queste parole egli dichiarava nel modo piú esplicito (anche se forse inconsapevolmente) che i «ladri» erano appunto la «camicia di forza» dell' Italia. Una camicia che si mette ai matti pericolosi - ossia alle forze di sinistra, Pci in testa - che avrebbero voluto rendere comunista l' Italia. I «ladri», poi, erano la criminalitá  internazionale, mafia in testa. Ineccepibile, la risposta del direttore della Cia, portavoce della strategia globale del sistema democratico-capitalistico e della sua volontá  di sopravvivenza. Se i ladri sono utili a salvare la vita della democrazia e del capitalismo - e la mafia è stata un anticomunismo doc -, perché non farne degli alleati e servirsene? Chi è in pericolo di vita fa di tutto per salvarsi ed è fuori luogo scandalizzarsi se fa anche cose sconvenienti. Certo, quell' alleanza con l' illegalitá  e la criminalitá  richiedeva l' instaurazione di tutto un insieme di rapporti tra la legalitá  statuale e l' illegalitá  criminale, e richiedeva anche sostanziose concessioni a quest' ultima da parte dello Stato, visto che nessuno fa qualcosa per niente. E quell' alleanza, quei rapporti, quelle concessioni richiedevano trattative condotte da uomini, non da puri spiriti, contatti personali tra i rappresentanti dello Stato e quelli della criminalitá . E affinché l' alleanza funzionasse bisognava che i due gruppi si mettessero d' accordo e magari si creasse un clima di compiacimento per l' accordo raggiunto e il buon funzionamento della collaborazione. Chi abbia mantenuto questi rapporti con la criminalitá  nazionale e internazionale non è, in relazione al tipo di discorso che stiamo facendo, di primaria importanza. Ma qualcuno deve esserci stato, se e poiché crediamo che la «guerra fredda» abbia coinvolto anche l' Italia. E anche qui lo scandalo è fuori luogo. Fenomeno analogo è stato il finanziamento illegale dei partiti. In Italia si è presentata a quel tempo la concreta possibilitá  che i comunisti andassero al governo in seguito a libere elezioni. Affinché ció non accadesse, era necessario che il sistema capitalistico, per sopravvivere, sostenesse i partiti anticomunisti, gratificasse economicamente in modo piú o meno diretto l' elettorato perché non votasse il Pci, a sua volta finanziato dall' Unione Sovietica. In questi giorni si è ricordato che Bettino Craxi ha raddoppiato il debito pubblico dello Stato italiano. Ma vale, per il raddoppio del debito, quello che vale per i ladri: se è servito a salvare dal comunismo la societá  italiana, il raddoppio era inevitabile come l' alleanza con i ladri. Questo, anche se il finanziamento del Pci era pagato dall' Unione Sovietica, mentre quello dei partiti anticomunisti era sostenuto dagli italiani (lo Stato italiano, avendo contratto la maggior parte del proprio debito con i propri cittadini). Dopo la fine dell' Unione Sovietica, a certi esponenti della societá  democratico-capitalistica italiana l' alleanza - o, se si preferisce, il matrimonio - della legalitá  statale con la criminalitá  è apparsa indecente; ad altri meno; altri intendono perpetuarla. E se l' abitudine fa l' uomo ladro, l' esser ladri che han fatto un buon colpo favorisce la propensione a ripeterlo. La quale - dato il sottofondo, diciamo cosí, «cattolico» della criminalitá  mafiosa - è anche propensione a ritenere indissolubili i matrimoni. La soluzione del problema della giustizia in Italia è lontana. L' alleanza tra legalitá  statuale e criminalitá -illegalitá  c' è stata, era inevitabile che ci fosse e che oltre a chi ha operato illegalmente per combattere il comunismo ci fosse stato anche chi ha combattuto il comunismo per accrescere il proprio patrimonio (o ha fatto l' uno e l' altro). D' altra parte, la magistratura non puó portare la storia in tribunale. Se lo fa, si propone quanto essa stessa non puó non ritenere impossibile: l' incriminazione del mondo democratico-capitalistico italiano (che in qualche modo ha vinto anche lui il comunismo) e di quanto rimane di quel mondo - che non è poco. Se, ció nonostante, la magistratura si impegna in quella incriminazione, è a parole che lo fa in nome della giustizia, perché di fatto si schiera politicamente. E nemmeno di questo c' è da scandalizzarsi, perché, dal punto di vista dell' opposizione, rivendicare la giustizia è una delle armi efficaci di cui essa dispone per indebolire il proprio avversario. In questa configurazione della lotta politica si dimenticano i «problemi reali» del Paese? Non precisamente. Accade in sostanza quel che è sempre e ovunque accaduto: che non si combatte l' avversario per risolvere i problemi reali, ma, del tutto all' opposto, ci si impegna a risolverli per indebolire l' avversario e rafforzare se stessi. Ed è giá  qualcosa - sebbene oggi in Italia (ma non solo) si perda qualche volta di vista che per indebolire l' avversario e rafforzare se stessi qualche problema reale bisogna pur risolverlo.

 

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Il filosofo Emanuele Severino, nato a Brescia nel 1929, ha dedicato vari studi ai problemi della modernitá  e della tecnica

 

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