News per Miccia corta

20 - 01 - 2010

Manolo Morlacchi rigetta le accuse

(il manifesto)

 

Giorgio Salvetti


MILANO
Manolo Morlacchi e Costantino Viriglio rigettano le accuse. I due, arrestati l'altro giorno dalla digos a Milano con l'accusa di associazione per il terrorismo e banda armata, si dichiarano innocenti e rifiutano l'ipotesi della procura di Roma che li ritiene membri del gruppo «Per il comunismo Brigate rosse» nell'ambito della stessa inchiesta che nel giugno scorso ha portato all'arresto di cinque persone tra Roma e Genova e al ritrovamento di alcune armi. L'avvocato difensore, Giuseppe Pelazza, ha annunciato «dopo l'interrogatorio di garanzia, fissato per domani mattina, faremo ricorso al tribunale del riesame», perché venga revocata l'ordinanza di custodia cautelare. Fino a quel momento peró Morlacchi e Virgilio resteranno in una cella di isolamento a san Vittore.
Manolo Morlacchi, 39 anni, laureato in storia con una tesi sul brigatismo rosso, è figlio di Pierino Morlacchi, uno dei fondatori del nuleo originario delle Brigate Rose, e al padre ha dedicato un libro biografico. Il suo rapporto con il brigatismo è dunque di carattere personale. Da tempo chiede insieme al fratello Ernesto di non essere «svenduto» come brigatista solo per il cognome. Insieme a Costantino Virgilio era giá  indagato dalla procura di Roma. Era giá  stato fermato a giugno, e sempre a giugno era stato sequestrato il computer di Virgilio con un cd rom che conterrebbe una specie di manuale per «rivoluzionari» con consigli per navigare in rete senza essere identificati. L'atteggimaneto complottardo dei due peró non puó di per sé giustificare l'appartenenza ad un gruppo terrorista. Gli inquirenti, peró, ritengono che i programmi informatici trovati su quel computer siano analoghi a quelli trovati sul computer di Fallico, uno dei presunti terroristi arrestati a giugno. Inoltre la procura di Roma sostiene di avere le prove che Morlacchi e Virgilio abbiano incontrato gli altri membri di quella che viene definita un'organizzazione terroristica allo stato embrionale.
Diverso il parere dell'avvocato Pelazza che ieri ha dichiarato: «Siamo al paradosso, essendo stati perquisiti a giugno ed essendo stati poi oggetto di osservazione e controllo, ritengo che le esigenze cautelari non possano sussistere nel momento in cui da allora non c'è stata alcuna condotta di carattere criminoso. I miei assistiti inoltre non hanno benché minimamente pensato di darsi alla fuga né di inquinare le prove». Pelazza ha inoltre precisato che i due non hanno alcuna accusa di detenzione di armi, né di avere progettato attentati». E per questo replica cosí a Bobo Maroni. «Il ministro degli interni - dice l'avvocato - potrebbe quindi riservare le sue dichiarazioni a fatti piú concreti invece che a imputazione del solo reato associativo che, come è costume dilagante, copre il totale vuoto investigativo».
E che ci siano alcuni punti dell'inchiesta della procura di Roma ancora da chiarire lo dimostrano due fatti. Il pm romano Saviotti ha dovuto impugnare il rigetto della richiesta di arresto di Francesco Palladino e Maurizio Calia, due dei cinque presunti brigatisti arrestati a giugno. Inoltre la procura di Firenze ha da tempo richiesto l'archiviazione dell'inchiesta sullo scoppio di un ordigno rudimentale davanti alla caserma dei pará  di Livorno nel 2006, perché non avrebbero trovato elementi sufficienti per individuare i responsabili. Un parere opposto a quello dei colleghi romani secondo cui l'attentato fallito è da attribuire alle nuove Br.

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