News per Miccia corta

19 - 01 - 2010

«Avete ucciso mio figlio Valerio trent` anni dopo ditemi il perché»

(Corriere della Sera, 17 gennaio 2010)

La mamma di Verbano in un libro sugli anni di piombo

Bianconi Giovanni



I morti degli anni Settanta (e dei primissimi Ottanta), quelli legati alla violenza politica degenerata e portata alle estreme conseguenze, sono di diversi tipi. Ci sono, tra i tanti, quelli cercati e voluti, quelli casuali, quelli sbagliati; c' erano obiettivi specifici da colpire, altri presi in mezzo solo perché capitati nel posto sbagliato al momento sbagliato, altri ancora per un errore di persona, dovuto a un cappotto o a un taglio di capelli che ha confuso gli assassini. Quasi tutti impuniti. Poi peró ci sono morti di cui non si conoscono non solo i responsabili, ma neppure le ragioni: la giustizia non c' è arrivata, nessuno tra tanti pentiti, dichiaranti o informatori ha saputo voluto parlarne. Uno di questi è Valerio Verbano, militante dell' estrema sinistra assassinato a 19 anni meno tre giorni (i funerali si celebrarono nel giorno del compleanno), apparentemente caduto nella guerra tra «rossi» e «neri» che si disputavano i quartieri di Roma. Accadde il 22 febbraio 1980, tra poco saranno trent' anni, e la madre di Valerio, Carla Verbano, ha scritto col giornalista Alessandro Capponi un libro (Sia folgorante la fine, Rizzoli, pagg. 200, 15 euro) per raccontare la storia di quella morte rimasta misteriosa. Nella speranza di trovare una risposta, magari dagli assassini di suo figlio: «Li aspetto, tanto la strada la conoscono. Gli devo dire una cosa, quando sará . Ho quasi ottantasei anni, sono alta un metro e cinquanta, peso quarantanove chili: di che cosa possono aver paura?». Quando vennero ad ammazzare, erano in tre. Carla Verbano era a casa col marito, aspettavano Valerio per pranzo, invece prima arrivarono loro, si fecero aprire, legarono e imbavagliarono i genitori in camera da letto, si misero in attesa. Carla cominció a sperare che il ragazzo non rientrasse, che avesse un incidente con la Vespa e lo portassero in ospedale, invece rientró puntuale. Dall' altra stanza la signora Carla udí un po' di trambusto, i rumori di una colluttazione, urla che s' interruppero di colpo. Poi piú niente fino a quando si ritrovó il suo unico figlio tra le braccia, immobile, col sangue che gli usciva di bocca, un filo di voce per chiedere aiuto. Chiamarono i soccorsi, e poco dopo Valerio Verbano arrivó in ospedale, come sua madre aveva pregato poco prima. Ma cadavere, ucciso da un colpo di pistola silenziato. Trent' anni dopo quella donna anziana ma ancora vispa ricorda, ricostruisce, mette insieme indizi piú o meno labili per provare a risalire una china che investigatori e magistrati non sono stati in grado di individuare. Anche con qualche stranezza: dall' inspiegabile distruzione dei «corpi di reato» lasciati dagli assassini in casa Verbano - un passamontagna, un berretto di lana, il rotolo di nastro adesivo usato per immobilizzare i genitori, e cosí chi oggi volesse applicarsi con la ricerca del Dna non ha piú nulla in mano - alle carte raccolte dalla vittima nella sua attivitá  coi collettivi autonomi della zona, un fascicolo sequestrato in occasione di un precedente arresto e restituito molto dimagrito rispetto all' originale. Chissá  come, e per quale motivo. Forse svolgeva inchieste sui fascisti del quartiere, Valerio Verbano, ucciso non in uno scontro di piazza né in un agguato in strada, ma in casa sua, dove l' hanno aspettato, qualcuno ipotizza per «interrogarlo». Un omicidio politico particolare, rispetto a quelli avvenuti prima e dopo, nelle vie di Roma. La ricerca tenace e a tratti struggente ricostruita nel libro è anche un viaggio tra i luoghi dove sono cadute le troppe vittime di una stagione (non solo, ma anche) violenta e sanguinosa; quasi tutti delitti senza responsabili accertati, che abbiano pagato un qualche tributo alla giustizia. Il 10 gennaio 1979 un altro diciannovenne, Stefano Cecchetti, morí perché si trovava davanti a un bar conosciuto come ritrovo di fascisti, anche se lui fascista non era. cercava un amico, ma gli spari arrivati da una macchina in corsa colpirono lui. Valerio Verbano - racconta oggi la signora Carla - conosceva quel ragazzo, rimase sconvolto dalla sua morte, ne parló con gli amici e telefonó a una radio dell' estrema sinistra per dire che ammazzare in quel modo «era una porcheria». Un anno e un mese dopo toccó a lui morire. In casa, e dunque non certo per caso, ucciso non si sa da chi né perché. La madre che non s' è arresa e cerca ancora qualche brandello di veritá , tra le pieghe di una storia oscura che non è solo sua ma di un intero Paese, aspetta che gli assassini suonino ancora alla sua porta: «Prima di morire vorrei capire».

 

Giovanni Bianconi RIPRODUZIONE RISERVATA La scheda Il libro A trent' anni dall' omicidio di Valerio Verbano la madre, Carla, tenta di ricostruire quella vicenda. E lo fa con un libro (Sia folgorante la fine, Rizzoli), scritto con il giornalista del Corriere della Sera Alessandro Capponi. Una storia su cui la magistratura non è mai riuscita a fare luce

 

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