News per Miccia corta

29 - 03 - 2006

Pietro Ingrao: perché mi autocensurai su Moro

(dal Corriere della Sera, 29 marzo 2006)

INEDITI

In un libro di Lorenzo Benadusi e Gianni Cerchia il discorso che il presidente della Camera non pronunció

Pietro Ingrao: perché mi autocensurai su Moro


«Fu per consentire al Pci di votare la fiducia al governo Andreotti»


di Antonio Carioti

S i dice spesso che le Brigate rosse rapirono Aldo Moro, il 16 marzo 1978, per colpire la politica di solidarietá  nazionale fondata sull'accordo tra Dc e Pci. A riprova di questa tesi, si ricorda che quel mattino doveva presentarsi alla Camera il quarto governo Andreotti, che segnava l'ingresso formale dei comunisti nella maggioranza. La situazione tuttavia era piú complessa, come dimostra da ultimo un nuovo retroscena riguardante le ore convulse che seguirono il rapimento di Aldo Moro e lo sterminio della sua scorta. Non si tratta stavolta di misteri, ombre, sospetti. La vicenda ha semmai un eminente rilievo politico: riguarda Pietro Ingrao e la linea del suo partito, il Pci.
Nel riordinare le carte del leader comunista - raccolte presso il Centro per la riforma dello Stato (Crs) - Lorenzo Benadusi e Gianni Cerchia hanno trovato copia di un discorso che Ingrao, all'epoca presidente della Camera, aveva scritto in occasione del sequestro di Moro. Un testo che peró non fu mai pronunciato nell'aula di Montecitorio. ሠl'inedito di maggior peso che emerge nel volume curato dai due studiosi, L'archivio di Pietro Ingrao (Ediesse, pagine 194, 10), la cui presentazione a Roma, domani, coincide con il novantunesimo compleanno dello stesso Ingrao, che sará  celebrato con una lectio magistralis di Edoardo Sanguineti.
Torniamo adesso al 16 marzo 1978. Avvertito di quanto era avvenuto in via Fani, il presidente della Camera prepara il suo discorso. Un breve testo nel quale denuncia l'attacco portato al sistema democratico dai terroristi, invoca la mobilitazione delle assemblee elettive, si rallegra per gli scioperi proclamati nelle fabbriche, visti come segnale concreto della vigilanza operaia. Si erge a difesa delle istituzioni, ma al tempo stesso chiede d'intensificare «l'impegno per correggere gli errori, le debolezze, le insufficienze dello Stato democratico e per dare realtá  alle riforme necessarie per sanare queste lacune, con spirito autocritico e rigore».
ሠil discorso di un'alta carica istituzionale, ma anche di un comunista che tiene a manifestare le sue idee sul rinnovamento della vita pubblica. Come mai Ingrao lo accantonó e si limitó a poche parole di solidarietá  rivolte ai famigliari di Moro e degli agenti assassinati, oltre che alla Dc?
«Non lo lessi - ricorda l'anziano dirigente comunista, interpellato da Roberto Ciccarelli - perché in quel momento mi sembrava che l'Italia dovesse avere al piú presto un governo di fronte alla crisi che l'investiva e per avviare subito la ricerca dei rapitori». Forse qualche lume ulteriore potrá  venire dall'autobiografia che Ingrao sta terminando per Einaudi. Ma resta da capire perché allora ritenne che quelle parole potessero compromettere l'esigenza di avere subito un esecutivo nel pieno dei suoi poteri con la fiducia del Parlamento.
Per fare chiarezza bisogna tener conto di un dato spesso trascurato: la fiducia del Pci al governo Andreotti non era affatto scontata. Moro era riuscito a convincere i parlamentari democristiani, assai riluttanti, ad accettare l'inclusione dei comunisti nella maggioranza. Ma la compagine ministeriale che aveva giurato al Quirinale non era affatto soddisfacente per Botteghe Oscure: un monocolore scudocrociato senza tecnici e con diversi nomi sgraditi al Pci. La base comunista era in subbuglio e al vertice crescevano i dubbi: molti temevano di logorarsi, con il solo effetto di confermare l'egemonia democristiana. Proprio Ingrao nei giorni precedenti, come ricorda lo storico Agostino Giovagnoli nel saggio Il caso Moro (Il Mulino), aveva ipotizzato «la rottura delle trattative» con la Dc. Le sue perplessitá  sulla linea del compromesso storico erano del resto ben note.
In un contesto cosí delicato, il rapimento di Moro, che dell'accordo di governo era stato l'artefice, introduceva un forte elemento destabilizzante. Ingrao pensó che aprire la discussione con un intervento politicamente impegnativo avrebbe portato alla luce le divergenze di fondo esistenti tra i partiti. La sorte del governo sarebbe forse stata esposta a rischi, certo la sua autorevolezza ne avrebbe risentito.
Cosí Ingrao mise da parte il discorso. E il Pci mise da parte i dubbi, votando la fiducia ad Andreotti dopo un dibattito frettoloso. Autocensurarsi non fu una scelta facile, per un temperamento inquieto come Ingrao. E senza dubbio lo punsero nel vivo, ricorda Cerchia, le critiche del socialista Giacomo Mancini, che lamentó la mancanza di un confronto parlamentare solenne su un evento sconvolgente come il rapimento Moro.
Nella legislatura successiva Ingrao, nonostante le pressioni del partito, non volle essere confermato alla presidenza della Camera, dove gli subentró Nilde Iotti. ሠassai probabile che nella sua decisione di lasciare abbia pesato anche il ricordo di quel 16 marzo e di quel dattiloscritto inutilizzato.

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IL TESTO «FANTASMA»

«Correggiamo gli errori


Pubblichiamo un brano del discorso del 1978 mai pronunciato da Pietro Ingrao

Vogliono farci paura, non ci riusciranno.
Naturalmente deve essere intensificato con urgenza l'impegno per correggere gli errori, le debolezze, le insufficienze dello Stato democratico e per dare realtá  alle riforme necessarie per sanare queste lacune, con spirito autocritico e rigore. Abbiamo conquistato i nostri istituti di libertá  e di tutela della vita umana con una lotta che risale a molto lontano e che ha visto nella Resistenza tutto un popolo in armi. Gli scellerati che vogliono colpire queste conquiste devono essere sconfitti e lo saranno. Il loro obiettivo è quello di allontanare lo Stato dalla vita e dai bisogni reali della gente: dobbiamo assolutamente impedirglielo. Ognuno faccia la sua parte e lo Stato finalmente si attrezzi per difendersi contro gli eversori e portare avanti il rinnovamento auspicato dall'intero popolo italiano.

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