News per Miccia corta

17 - 01 - 2010

Un monito contro nuovi orrori. E non solo

(il manifesto, 17 gennaio 2010)


Maurizio Matteuzzi



Come tutte le dittature, anche quella di Pinochet «aveva come obiettivo el borramiento», cancellare le prove e la memoria dei suoi crimini, dice Marcia Scanderberg, direttrice della Fondazione del Museo della memoria, seduta nel suo ufficio di calle Agustinas 1235, una delle strade del centro di Santiago, a due passi dalla Moneda.
Il Museo, voluto dalla presidenta Michelle Bachelet, è stato inaugurato l'11 gennaio, una settimana prima del ballottaggio di oggi in cui c'è il serio rischio che, per la prima volta dall'uscita di scena di Pinochet, l'11 marzo del '90, torni al potere la destra pinochettista. O, secondo la sua versione piú attuale, post-pinochettista e de-pinochettizzata. O addirittura «moderna, democratica e liberale, niente a che vedere con la destra militarista, putschista e anti-democratica», come ha dichiarato in un'intervista al Mercurio, il crociato peruviano Mario Vargas Llosa, giunto in Cile ospite e fan di Sebastiá¡n Piñera, «l'anti-Chá¡vez».
La scelta della data d'inaugurazione, a cui ha presenziato la presidenta socialista, non è stata casuale. I ritardi sui tempi, che prevedevano l'apertura nella seconda metá  dell'anno scorso, sono caduti a proposito e hanno - legittimamente - coinciso con la campagna per il ballottaggio.
Ma al di lá  delle contingenze elettorali, il Museo della memoria e dei diritti umani si propone obiettivi di respiro ben maggiore. Il riscatto della memoria, la restituzione della dignitá  delle vittime prima di tutto. E poi altri ancor piú ambiziosi. La speranza - giusta ma difficile, propria di ogni paese uscito da una dittatura - che la galleria degli orrori dei 17 anni di Pinochet serva a impedire che si ripetano. E la necessitá , come dice Lorena Pizarro, una delle leader della Agrupación de familiare de detenidos desaparecidos (Afdd), il corrispettivo delle Madri della Piazza di Maggio argentine, che il Museo della memoria non si trasformi nel museo dell'amnistia.
Un rischio che 20 anni dopo la fine della dittartura e 20 anni di governi di centro-sinistra molto timidi (per non dire di peggio) è piú che mai presente.
Il Cile è il paese della transizione opaca, in cui la costituzione scritta e imposta da Pinochet nell'80 è ancora vigente - al massimo ha «sofferto» una settantina di emendamenti -, al contrario, per esempio, della Spagna - un'altro paese che ha avuto enorme difficoltá  e lentezza nel recuperare la memoria degli orrori del franchismo -, che nel '78, tre anni dopo la morte del dittatore, scrisse una costituzione nuova di zecca. E' il paese in cui nessuno ha ancora abrogato la legge di (auto)amnistia imposta nel '78 da Pinochet per «tutti i crimini politici» commessi dall'11 settembre '73 - al contrario di quel che è successo nell'Argentina dei tanto vituperati Néstor e Cristina Kirchner. Il paese della «normalitá  posticcia», come l'ha definita lo scrittore cileno Luis Sepáºlveda, e del «blanqueo», la mano di bianco che si è voluta dare su una sostanziale continuitá  senza rotture.
Il Museo della memoria, costato 19 milioni di dollari, sorge nel centro di Santiago e ha recuperato gli spazi occupati dalla Quinta normal, una vecchia stazione del metró. Oltre 5000 metri quadri su due livelli, uno di superfice e uno sottoterra. e il progetto è degli architetti Figueroa, Fehr e Dias, brasiliani di San Paolo, che hanno vinto il concorso internazionale.
Una casa della memoria che si collega ad altre in altri paesi - l'Esma di Buenos Aires, il museo sui diritti civili a Memphis dove fu ucciso Martin Luther King, Robben Island in Sudafrica - e che l'Unesco ha giá  dichiarato «luogo della memoria dell'umanitá ». Contiene nelle sue sale documenti, foto, materiale audiovisuale, oggetti appartenuti alle vittime, strumenti di tortura dei carnefici. Una sorta di percorso guidato che dal buio delle celle e sotterranei in cui venivano praticati quegli obbrobri (di cui fu vittima fra i tanti anche Michelle Bachelet) risale poi verso la luce e la vita.
«Le vittime e i testimoni di quell'epoca con gli anni tendono inevitabilmente a scomparire, i materiali, i giornali e le registrazioni di radio e tv si stanno deteriorando. Era necessario impedire che il ricordo, le prove scomparissero nel nulla», dice Marcia Scanderber, anche lei passata lungo il calvario della dittatura e poi a lungo esiliata in Italia.
Il «blanqueo» di cui parlava Sepáºlveda. Sia naturale sia voluto. Soprattutto se oggi la destra dovesse tornare alla Moneda.
Come in Italia e altrove, anche in Cile un certo numero di intellettuali, un tempo di sinistra, hanno saltato il fosso e si sono riciclati a destra. Fra loro Jorge Edwards, che in gioventú fu la pecora nera della dinastia Edwards, padrona del Mercurio, e che fu ambasciatore di Allende a Cuba. Ora è tornato all'ovile e si ritrova al fianco e d'accordo con Vargas Llosa, presente e fischiato dalla folla (grazie a dio) all'inaugurazione del Museo della memoria, e con il suo giudizio: «Il trionfo di Piñera sará  un gran giorno nella storia dell'America latina». ሠanche per loro - e contro di loro - che serve un Museo della memoria.

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