News per Miccia corta

08 - 01 - 2010

L`italia di piombo - Una vita in Prima linea

(da www.echidalmondo.net)

 

 


Tentare di fare una recensione di Una vita in Prima linea (Sergio Segio, Rizzoli - 2006) porterebbe via troppo tempo e troppe righe che, magari, molti non hanno neppure una gran voglia di leggersi. Ed io, probabilmente, non sono cosí adatto a certi mestieri. Mi permetto peró di consigliare questo libro di Sergio Segio (leader e fondatore di Prima linea, il piú grande e attivo gruppo del terrorismo rosso degli anni Settanta dopo le Brigate rosse) a tutti quelli che hanno il tempo, la voglia e l'interesse di attaccarsi a questo genere di realtá . Le pubblicazioni sugli anni bui della Repubblica non sono mai letture leggere, passatempi tranquilli e lasciano sempre un po' di perplessitá  quando si pensa che dietro le pagine che stiamo leggendo, tra le righe d'inchiostro versato, ci sono le stesse mani che anni prima brandivano armi e facevano fuoco contro altri esseri umani. Molti di questi libri, peró, hanno una consapevolezza che le varie opere di analisti, esperti, giornalisti e registi, per quanto ben fatte, non riescono a riproporre.

Il libro di Segio ha molti meriti, soprattutto per quello che riguarda l'analisi della societá  e della politica italiane del periodo. Ammetto che tra le varie letture sugli anni di piombo mi mancano due testi fondamentali (che presto recupereró, meglio tardi che mai) ma non sono certo alle prima armi tra libri, siti, articoli e visioni (tra cinema e speciali TV). Riconosco quindi in questo testo non la volontá  di un ex terrorista di mettere in evidenza soltanto i fatti soggettivi, la propria idea e la propria logica di cosa sia stato quel periodo, ma anche la cura con cui analizza e spoglia il movimento eversivo di quel decennio, il modo in cui traccia una linea, sempre la stessa, che porta dalla fine del fascismo alle P38 nelle piazze di mezza Italia. Una tecnica oggettiva, un passaggio di storia piú che di racconto. Dall'amnistia a tutti gli ex fascisti di regime, alle porte chiuse in faccia ad operai e gente di sinistra, dalla rabbia dei partigiani che non volevano deporre le armi al passaggio di una ereditá  fatta di lotta e sangue.

Non c'è solo il classico passaggio sulla lettura politica fatta da un comunista contro lo stato delle multinazionali e sulla logica del partito che deve farsi rivoluzione, c'è la storia di un Paese che non fa i conti col proprio passato, che lascia passare almeno 5 tentativi di golpe, che vive di massoneria e "associazioni" eversive e segrete composte da autoritá  della Repubblica stessa. C'è il lasciapassare per i torturatori del Duce che divengono improvvisamente uomini di democrazia, aguzzini e perseguitati che si ritrovano uno fianco all'altro come nulla fosse, ci sono le repressioni nelle fabbriche, la strategia della tensione, i servizi segreti deviati e c'è, soprattutto, una coscienza di ribellione a tutto questo un senso di giustizia che, alla fine, diventa una speranza di vendetta. Segio scrive bene e coinvolge, è dettagliato, spara numeri, citazioni e ricordi che danno un'immagine devastante delle situazioni di terrorismo politico, non molto diverso da quello religioso visto che ad armare le pistole (o le bombe) c'è dietro un credo troppo forte, un'arroganza di ragioni che non si ha piú il tempo, o la voglia, di tenersi dentro il cuore.

Segio spazia ovunque, nelle differenze tra il pentitismo e la dissociazione, tra le Br staliniste e la Pl genuinamente rivoluzionaria e comunista in un periodo fatto di divisioni e violenza durante il quale, anche secondo i dati raccolti dalla CIA in quel periodo, tra attivisti e sostenitori, tra destra e sinistra, l'Italia era una bomba all'idrogeno pronta a saltare da un momento all'altro. Mi piacerebbe dilungarmi, ma le informazioni delle oltre 300 pagine di libro sono davvero tante ed il sentimento con cui devono essere raccontate, senza pentimento ma forse neanche senza l'idea di avere avuto davvero ragione, deve essere quello di chi in quei posti e con quelle persone c'è stato davvero. Senza teorie di complotto o altro, raccontando semplicemente perché l'Italia era cosí e perché, forse, oggi non è poi cosí diversa anche se per strada (per fortuna) si spara di meno.

Gli ultimi capitoli, dedicati al carcere ed alla condizione di vita nelle patrie galere, completano semplicemente il profilo di un "rivoluzionario" e del suo cambiamento interiore ma anche e soprattutto della sua volontá  di aprire un po' di piú gli occhi su questo Paese, consapevole di aver l'etichetta di ció che ha fatto ben tatuata in fronte ma di poter usare, questa volta, la macchina da scrivere invece di una pistola. Qualcuno potrebbe dire che meglio avrebbe fatto scrivendo da subito, dopo l'uscita da Lotta continua, ma il posto in cui viviamo ha sempre deciso di spostare avanti i problemi ed i risultati, alla fine, sono spesso stati dolorosi. Il che non giustifica nessuno: i terroristi certamente no, ma quelli che stavano dall'altra parte della barricata, per anni, hanno fatto ben poco affinché tutto questo non si scatenasse, con l'arroganza del potere e degli inciuci di uno Stato che, per prima cosa, cerca sempre di uscire impunito da ogni malefatta. E che ha piú responsabilitá  di altri nel covarsi i nemici tra le lenzuola di casa per poi scaricare tutte le colpe su quelli che si fanno da soli al di fuori.
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