News per Miccia corta

06 - 01 - 2010

Berlusconi ``timbra`` la licenza di spiare dal network dei veleni rischio di nuovi ricatti

(la Repubblica, 6 gennaio 2009)

 

 


Un maxidossier dedicato ai Ds Il sottosegretario Minniti disse: "ሠspaventoso"
Il varco per coprire in toto gli 007 in una sentenza della Consulta che preoc-cupa alcuni giuristi
Gli "interessi supremi" affidati ai servizi segreti riguardano lo Stato, non traffici sporchi



GIUSEPPE D'AVANZO




Le tre decisioni del governo, che liquidano anni di indagini, processi in corso e cancellano, con le pratiche oscure di una burocrazia dello Stato, ogni trasparenza e i diritti delle "vittime" spiate, screditate, violate nella loro privacy, inaugurano un nuovo, pericoloso corso del «segreto» nella vicenda pubblica italiana.
L'attivitá  dei servizi di informazione, dal punto di vista operativo, mira alla raccolta di notizie utili alla salvaguardia non solo dell'indipendenza e dell'integritá  dello Stato (riconducibili alla politica estera e di difesa), ma anche (sul piano interno) alla tutela dello Stato democratico e delle istituzioni che lo sorreggono. Per usare le formule del decreto del presidente del Consiglio (pubblicato in Gazzetta Ufficiale 16 aprile 2008) gli «interessi supremi da difendere con il segreto di Stato» sono «l'integritá  della Repubblica, anche in relazione ad accordi internazionali; la difesa delle Istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento; l'indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati e le relazioni con essi; la preparazione e la difesa militare dello Stato». A vista d'occhio, non c'è alcuna connessione tra questi «interessi supremi» e il lavoro sporco del Sismi di Nicoló Pollari. Come si puó credere che il dibattito culturale di un'associazione europea di magistrati minacci l'integritá  della Repubblica italiana? Come si puó pensare che un'inchiesta giornalistica pregiudichi l'indipendenza dello Stato? Come si puó immaginare che la pubblica riflessione di un'opposizione parlamentare, le sue iniziative possano rappresentare una minaccia per la difesa dello Stato? Nel caso dell'archivio riservato di via Nazionale, nell'affaire Telecom, nel sequestro Abu Omar, l'interpretazione delle regole del generale Nicoló Pollari e ora i provvedimenti di Berlusconi hanno creato un sillogismo deforme. Lo Stato, la Repubblica, le Istituzioni sono il governo, qualunque siano le sue decisioni, mosse, progetti e responsabilitá . Ogni opposizione al governo - controllo giurisdizionale o informazione o convinzione culturale o dissenso politico - diviene immediatamente nell'azzardata dottrina del generale, ora confermata dal presidente del Consiglio, «una minaccia alla sicurezza nazionale», quindi un'eversione che giustifica ogni mezzo, ogni attivitá  di spionaggio, finanche una «pianificazione traumatica». Per anni, si è voluto rappresentare questo sentiero stortissimo con una tautologia. Si è detto, l'intelligence è l'intelligence: si sa, lavora con metodi sporchi, spesso oltre i confini della legalitá . Ma la questione che dovrebbe interrogarci non si nasconde nel metodo, ma nel fine. Non è nell'illegalitá  possibile del lavoro di intelligence, ma nella legittimitá  di quel lavoro che trova ragioni soddisfacenti e adeguate soltanto «nella difesa dello Stato» e non puó trovarle, come è accaduto al Sismi di Pollari, nella protezione di un equilibrio politico; nello scudo per un governo (quale che sia); nell'aggressione ad altre indipendenti funzioni dello Stato (la magistratura), della politica (l'opposizione), della societá  (la stampa), dell'economia e, infine, nella creazione di un potere «autonomo», extraistituzionale che si offre al miglior offerente politico.
Questa mutazione genetica di una burocrazia dello Stato, del suo lavoro con licenza di delinquere e l'asimmetria tra compiti istituzionali e pratiche quotidiane ha oggi la firma, il timbro, la convalida del presidente del Consiglio. E' una decisione che fa leva su una sentenza della Corte Costituzionale definita da molti costituzionalisti «scandalosa». Con la pronunzia n.106/2009, la Consulta sostiene che «l'individuazione degli atti, dei fatti, delle notizie che possono compromettere la sicurezza dello Stato e che devono rimanere segreti» costituisce il risultato di una valutazione «ampiamente discrezionale». E' un giudizio che esclude ogni sindacato giurisdizionale perché, sostiene la Corte, ne sarebbero capovolti «i criteri essenziali del nostro ordinamento» a cominciare da quello secondo cui «è inibito al potere giurisdizionale di sostituirsi al potere esecutivo e alla pubblica amministrazione e di operare il sindacato di merito sui loro atti». A giudizio della Corte costituzionale, l'esercizio del potere di segretazione è assoggettato soltanto al Parlamento, «la sede normale di controllo nel merito delle piú alte e piú gravi decisioni dell'Esecutivo».
Dovrebbe essere dunque il Parlamento, con il suo comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), a decidere se è coerente e corretta la copertura del segreto di Stato alle attivitá  di un "apparato" legale/clandestino del tutto "visibile" tra il 2001 e il 2006, come ha provato a documentare Repubblica nel corso del tempo. Una piattaforma spionistica, nata con la connessione dello spionaggio militare con diverse branche dell'investigazione, a partire dall'intelligence business della Guardia di Finanza; con agenzie di investigazione che lavorano in outsourcing; con la Security privata di grandi aziende come Telecom, dove è esistita una «control room» e una «struttura S2OC» «capace di fare qualsiasi cosa, anche intercettazioni vocali: poteva entrare in tutti i sistemi, gestirli, eventualmente dirottare le conversazioni su utenze in uso, con la possibilitá  di cancellarne la traccia senza essere specificatamente autorizzato».
E' proprio qui il punto dolente e minaccioso dell'affare Telecom che il segreto di Stato ora cancella. Quante sono le informazioni, i dossier - per dirla tutta, i ricatti - che possono condizionare il lavoro del parlamento, dei parlamentari, dei partiti, delle loro leadership? E' stato sempre e soltanto questo il nodo avvistato dentro i traffici di quella "piattaforma spionistica" che le indagini di una timida (o intimidita) magistratura e un processo avrebbero dovuto sciogliere e che ora la decisione di Berlusconi taglia di netto. Per dirne una, durante la legislatura 2001/2006, quell'«agglomerato oscuro fatto di agenzie di investigazione e polizie private in combutta con infedeli servitori dello Stato che si muove in una logica di ricatto» - «uno spettacolo spaventoso» lo definí Marco Minniti, viceministro agli Interni del governo Prodi - ha raccolto, «con cadenza semestrale», informazioni in Europa su presunti finanziamenti dei Democratici di Sinistra. E' il «dossier Oak» (Quercia), alto una spanna, denso di conti correnti, bonifici, addirittura con i nomi e i cognomi di presunti «riciclatori» e «teste di legno» dei finanziamenti occulti dei Ds che fanno capo ai leader del partito. Sono informazioni (vere o false, non importa) che possono pesare sul controllo parlamentare degli atti dell'Esecutivo? Ora che il segreto di Stato impedirá  di portare alla luce anche soltanto lacerti delle sue attivitá , quanto peserá  sul "mercato della politica" la presenza di quel network spionistico e gli archivi che ha messo insieme? Se il «potere democratico» è, come scriveva Norberto Bobbio, il «governo del potere pubblico in pubblico», oggi va registrato il minaccioso ritorno del regno del segreto, degli arcana (imperii e dominationis), della «ragion di Stato», della mai morta Italia dei ricatti. La qualitá  della nostra democrazia non ne puó guadagnare.

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