News per Miccia corta

06 - 01 - 2010

Governo, segreto di Stato sui dossier illegali di Telecom

(la Repubblica, 6 gennaio 2009)
WALTER GALBIATI



MILANO - Segreto di Stato. Per difendersi dalle accuse di rivelazione di segreto d'ufficio, associazione a delinquere e corruzione, nel processo sui dossier illegali della ex sicurezza Telecom, Marco Mancini, ai tempi numero due del servizio segreto militare (Sismi, ora Aise) dovrebbe violare il segreto di Stato. E il presidente del Consiglio, l'unico che ha il potere secondo la legge di liberare Mancini dai suoi obblighi di riservatezza, ha detto di "no": l'ex 007 non deve dire nulla, perché metterebbe a rischio l'organizzazione interna dei servizi e i loro rapporti con gli informatori esterni.
Mancini era finito in carcere nel dicembre del 2006 e vi aveva passato sei mesi con l'accusa di aver partecipato attivamente all'attivitá  di spionaggio "illecita" organizzata da Giuliano Tavaroli, responsabile della sicurezza di Telecom Italia, quando l'azienda era sotto la guida della Pirelli di Marco Tronchetti Provera. Ora il processo si trova nella fase dell'udienza preliminare e il 2 ottobre e il 13 novembre 2009, davanti al gup Mariolina Panasiti, Mancini aveva opposto il segreto di Stato alle domande dei pubblici ministeri e dei difensori degli altri imputati che gli chiedevano di spiegare la natura dei suoi rapporti, non solo con personaggi dell'inchiesta (da Tavaroli stesso all'investigatore privato Emanuele Cipriani), ma anche con l'allora numero uno della Telecom, Tronchetti Provera, ritenuto dall'accusa, dopo quattro anni di indagine, estraneo ai fatti. E Mancini lo ha potuto fare perché la Corte Costituzionale con la sentenza 106 del maggio 2009, ha esteso anche agli agenti indagati, quanto previsto dall'art. 41 della legge 124 del 2009: «Ai pubblici ufficiali, ai pubblici impiegati e agli incaricati di un pubblico servizio è fatto divieto di riferire riguardo a fatti coperti dal segreto di stato».
A chiedere poi la validitá  del segreto è stata a metá  novembre con una ordinanza il giudice Mariolina Panasiti, alla quale il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi ha risposto con una lettera di una pagina e mezza depositata ieri in Tribunale. «Dall'esame degli atti processuali trasmessi - si legge nella missiva - si rileva che le richieste formulate al dott. Mancini fanno riferimento ad argomenti riguardanti rapporti tra servizi di informazioni italiani e stranieri; assetti organizzativi del Sismi e qualifiche e incarichi ricoperti dai suoi dirigenti; rapporti di dipendenti del Sismi con soggetti esterni al servizio stesso; ordini e direttive interni riguardanti rapporti con soggetti esterni; profili attinenti modalitá  ed obiettivi operativi; contenuto dei rapporti con informatori e criteri di gestione degli stessi». In poche parole riguardano le «relazioni internazionali tra servizi di informazioni e gli interna corporis degli organismi informativi», tutti argomenti ritenuti sensibili e delicati per la vita dello Stato. «Il disvelamento di informazioni di siffatta natura - prosegue infatti la lettera di Berlusconi - potrebbe da un lato minare la credibilitá  degli organismi informativi nei rapporti con le strutture collegate, dall'altro pregiudicarne la capacitá  ed efficienza operativa con grave nocumento per gli interessi dello Stato». Da qui la necessitá  della «protezione a massimo livello», garantita dal segreto.
Di fatto, la decisione del presidente del Consiglio dovrebbe mettere al riparo Mancini, che fin dal giorno del suo arresto aveva prospettato l'esistenza del segreto di Stato, da qualsiasi risvolto penale, tanto che, attraverso i suoi legali, potrebbe chiedere il giudizio immediato e ottenere l'uscita dal processo, come avvenuto nel caso Abu Omar, dove Mancini è stato prosciolto per improcedibilitá . «I pm hanno ignorato in modo sistematico l'opposizione del segreto di Stato» ha dichiarato l'avvocato Luigi Panella, uno dei difensori del funzionario del Sismi, che ha lamentato anche il lungo periodo di carcere subito da Mancini. Ora i pm Stefano Civardi, Nicola Piacente e Fabio Napoleone potrebbero sollevare il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato davanti alla Corte Costituzionale. Il processo riprenderá  il primo di febbraio.

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