News per Miccia corta

13 - 12 - 2009

Piazza Fontana, cortei a Milano fischi alla Moratti e tafferugli

(la Repubblica, domenica 13 dicembre 2009)

In testa lo striscione delle famiglie delle vittime della strage del dicembre 1969


PIERO COLAPRICO




MILANO - Il grido è «Aprite la piazza». Non s'era mai vista una manifestazione per piazza Fontana, per commemorare la strage del 12 dicembre 1969, trasformata in un recinto alla Ok Corral. Ieri, per questi quarant'anni ormai scoccati, invece è successo e i fischi, i «buuu», gli insulti, i cori sono stati immediati. E non organizzati: «Vergogna, buffona, buffoni, andate via».
La piazza - la piccola e sghemba piazza Fontana, con gli stendardi e i parenti schierati come sempre, con le lapidi di marmo e le corone di fiori rossi - era piena di padri. Di persone che quarant'anni fa c'erano, ricordano, hanno visto processi farsa e nessuna giustizia. Sono loro, invecchiati e orgogliosi, che vanno a fischiare, come in uno stadio, il sindaco, che strabuzza gli occhi e impallidisce. Poi presidenti della Regione e della Provincia, con Roberto Formigoni che ci prova, ma la voce gli si spezza. Con l'altro accolto da risate di scherno, perché si chiama Podestá  e in politica è spuntato da poco, direttamente dalla galassia economica berlusconiana.
Sono peró gli stessi padri e madri che applaudono le parole del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e battono piú forte le mani al nome di Giuseppe Pinelli, la diciottesima vittima di una stagione di piombo che Milano non puó digerire, né scordare. Fuori della piazza, transennata e presidiata da carabinieri, polizia e finanza, il corteo dei «figli»: gli studenti, i rifondaroli, quelli con gli striscioni colorati. Sono loro che tenteranno di sfondare le transenne, dopo un lancio di petardi, dopo manganellate, spintoni e fumogeni. Sono cinquemila e non era mai successo, negli ultimi anni, che la «strage di Stato», come tutto il popolo della sinistra la chiama e la vive, richiamasse la folla delle grandi occasioni.
C'era un palco per le mai cosí numerose autoritá  e c'erano i ragazzi del «diritto allo studio». C'erano dunque due «stili», quando per decenni ce n'è stato uno solo: quello delle «vittime» e dei cortei. Dal palco, subissato di fischi, venivano richiamati i valori della democrazia. I partigiani minacciavano di andare via se non fossero finiti i «buuu». Ma sotto, alla fermata del jumbo tram, davanti alla banca, c'era gente che, dopo tanto masticare amaro, ha voluto lasciarsi andare. Non è un caso che anche Piefrancesco Majorino, giovane segretario cittadino del Pd, venga contestato quando scende dal palco: «Avete chiuso la piazza! Ma come avete avuto il coraggio di permetterlo? Ma che opposizione siete?».
Eppure, questa protesta - in una Milano natalizia di negozi vuoti e di grandi folle che bloccano il centro tenendo le mani in tasca - non si spiega se non si parla anche delle emozioni tornate a soffiare nei cuori in questo dicembre. C'è un nome: Pino Pinelli. ሠil ferroviere anarchico, morto in questura il 15 dicembre di quarant'anni fa, dopo un interrogatorio sbagliato. ሠstato aggiunto dal capo dello Stato all'elenco delle vittime. ሠla numero diciotto. Ha dato respiro a chi non vedeva riconosciuta mai la veritá  storica: ci sono state su piazza Fontana nuove serate affollate, fumetti, convegni, musiche e spettacoli teatrali. E ieri, poco prima che la tromba intonasse il Silenzio, dentro la banca dell'Agricoltura, c'era una signora elegante. Stava in mezzo a un nugolo di nipoti e nipotini, ai quali raccontava, come in una visita guidata: «Qua vostro nonno è stato colpito dalla bomba, si è salvato all'inizio, ma era ferito, gravemente, ed era ferito anche dentro». Si chiama Annamaria Maiocchi, è la vedova di Vittorio Mocchi, la diciassettesima vittima. Guarda il tavolo della banca, che è stato ricostruito salvando un pezzo dell'antico legno, e ha gli occhi lucidi: «Il nonno era pieno di schegge nel petto, e allora non c'era la Tac, come oggi. Ha dovuto penare tredici anni, pover'uomo, soffriva moltissimo. Allora avevamo due bambini, i vostri genitori», dice ai nipoti. «Ho visto che altri parenti - aggiunge - che quest'anno hanno spiegato la nostra storia ai bambini».
Una Milano trasversale, civile, umanissima ha come voluto recuperare la memoria oscurata. Folla dunque al corteo ufficiale, aperto con lo striscione «Famiglie vittime strage di piazza Fontana». E folla, molta di piú, a quello non ufficiale, con anarchici e rifondaroli, comunisti e antagonisti. Sotto il sole di un gelido pomeriggio i due cortei non si sono incontrati, ma la generazione dei padri non poteva riconoscersi - almeno non ieri, forse - nel palco azzurro delle autoritá .
Uno dei familiari delle vittime, Paolo Silva, ha cercato dal palco di zittire la contestazione: «Mio padre è morto lá , un po' di rispetto, per favore, state zitti». Non è stato ascoltato. Stessa sorte con le parole dei politici del centrodestra milanese, perse sotto esplosioni di fischi. Il sindaco Letizia Moratti dirá  poi: «Me l'aspettavo. Capisco chi protesta perché non si è mai accertata veramente la veritá  dei fatti, ma i fischi non aiutano a trovare la veritá ».
Mentre tentava di parlare Manlio Milani, che rappresenta le vittime della strage di piazza della Loggia a Brescia (ancora si celebra l'ultimo processo) era ormai tutto un mostrare i muscoli tra chi, in via Larga, cercava di forzare le barriere, chi lanciava cinque, sei petardi, chi si schierava in tenuta antisommossa. Quando il palco è rimasto vuoto, la Digos ha mollato. Non c'erano piú rischi e ha lasciato passare gli studenti. Canti partigiani e musica rap, e tutti sono sfilati davanti alle due targhe in memoria di Pinelli: una donna del circolo Ponte della Ghisolfa poco prima era andata a ritoccare con un pennellino le lettere della targa anarchica. Rese opache e ormai illeggibili dallo smog, e da anni di pioggia.

I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori