News per Miccia corta

11 - 12 - 2009

Il ricordo di Francesca e Fortunato, due sopravissuti di quella terribile mattina che cambió l`Italia

(Unita.it)

 

di Nicola Biondo

Dodici dicembre millenovecentosessantanove. Quarant'anni fa. Alle 16 e 37 una bomba esplose nel centro di Milano, a piazza Fontana, sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura. Diciassette morti, ottotantotto feriti. Una seconda bomba fu ritrovata inesplosa in piazza della Scala, nella sede milanese della Banca commerciale italiana. Ore 16 e 55 una terza bomba esplose a Roma, nel passaggio sottoerraneo della Banca Nazionale del Lavoro. Tredici feriti. Tra le 17 e 20 e alle 17 e 30 altre due bombe esplosero davanti all'Altare della Patria e all'ingresso del museo del Risorgimento. Quattro feriti. Cinque attentanti, tanti morti. Nessuna condanna per i responsabili della strage. E tu dov'eri? Raccontaci il tuo ricordo di quel giorno. Quarant'anni dopo come è cambiata l'Italia?

xxxxxxx


Sopravvissuti senza volerlo. Francesca Dendena e Fortunato Zinni sono cosi, da quarant'anni. Sopravvissuti ad una guerra mai dichiarata che va sotto il nome di strategia della tensione. Che come tutte le guerre ha le sue tappe. La prima si chiama Piazza Fontana esattamente 40 anni fa. Il dodici dicembre 1969 una mano deposita una valigetta dentro una banca. La spinge con il piede occultandola sotto un tavolo dove i clienti si affollano. Fortunato Zinni è lí. Francesca Dendena in quel momento è a casa. Suo padre è invece in quella banca a pochi passi da Zinni e da quella valigetta.

La guerra esplode poco dopo alle 16 e 37 di venerdí 12 dicembre 1969 alla Banca dell'Agricoltura in Piazza Fontana a Milano. Fa 17 vittime. Una strage. Non sará  la sola di quegli anni. E' il primo grano di un lungo e doloroso rosario senza giustizia, quello dello stragismo italiano.

 

Fortunato Zinni alle 16 e 37 del 12 dicembre 1969 era al suo posto di lavoro, alla banca dell'agricoltura di Piazza Fontana.

"Avevo garantito per un contratto tra due clienti. Li saluto con la promessa di prendere un caffè piú tardi. Salgo nell'ammezzato dove mi aspettano dei colleghi. Sono appena arrivato. In quel momento scoppia la bomba. Le schegge del grande bancone ottagonale andato in mille pezzi, il buio, il silenzio opprimente prima e poi a poco a poco i lamenti soffocati, le grida concitate, i primi soccorsi.

Qual è la prima immagine che ricorda?

Il fotogramma del salone rimarrá  sempre stampato nei miei occhi. Saprei mettere a posto, con precisione, tutto quello che vidi appena entrai nell'emiciclo: il buco provocato dall'ordigno, il bancone dov'era la cassa cambiali divelto, con la parte piú consistente dei cadaveri e dei feriti nei pressi. Ma quello che mi colpí maggiormente furono gli odori acri della carne bruciata e di mandorle amare. Intanto il telefono squillava. Era la Questura. Mi avvicinai al salone, uscii, feci quei quattro-cinque passi che mi collegavano al corridoio d'ingresso e cominciai a rendermi conto della tragedia che mi trovavo di fronte. Un signore mi si aggrappó ai pantaloni e mi pregó disperatamente di aiutarlo, mi disse: Mi aiuti, guardi la mia gamba! – Io peró da allora ricordo molto poco.

Zinni ha cancellato dalla memoria quest'ultimo flash. Un paio di mesi dopo quella persona ritornó a Piazza Fontana per restituirgli la cintura con la quale Zinni aveva fermato l'emorragia alla gamba, salvandolo.

Poi ci furono i funerali in piazza Duomo.

Come potrei dimenticarli? Una giornata buia, ma straordinariamente importante per il futuro del Paese. Quando, poco dopo le nove, con la delegazione dei lavoratori della banca insieme ai famigliari delle vittime, percorremmo il corridoio umano sul sagrato, fino all'ingresso del Duomo, trattenni a stento le lacrime. La piazza era gremita di gente, di persone, solo persone: non c'erano bandiere, striscioni, simboli di partito o di associazioni Non uno slogan, non un grido, niente applausi. Quello che mi colpí furono i volti e il silenzio tanto piú assordante perché muto. La cittá  quella mattina era lí per erigere un muro umano contro coloro che volevano trascinare il Paese in un'avventura reazionaria. Erano tutti lí e nessuno li aveva chiamati.

Quale aiuto è arrivato dalle istituzioni?

Quali aiuti? Dalle Istituzioni sono arrivate solo promesse di una rapida giustizia che non c'è mai stata. Una giustizia ingiusta fatta di condanne all'ergastolo e assoluzioni per insufficienza di prove confermate poi dalla Cassazione, fino allo sfregio finale della condanna dei famigliari delle vittime al risarcimento in solido delle spese processuali. Se questo non si chiama fallimento della giustizia, e vittoria dei burattinai, non so come chiamarla.

Per la strage si è avuto il piú lungo procedimento giudiziario. Perché la giustizia dei tribunali non è riuscita a condannare i colpevoli?

Fin dalle prime ore dopo la strage, diedero subito in pasto all'opinione pubblica i mostri anarchici, salvo poi costringere il parlamento ad approvare una legge ad Hoc, la legge Valpreda, per farlo uscire dal carcere dopo tre anni di detenzione preventiva. Una stampa servile verso i potenti di turno, un'opinione pubblica distratta, ad eccezione del giorno dei funerali, la suprema corte connivente e complice di una classe politica imbelle hanno di fatto impedito l'accertamento della veritá . . Mentre i tribunali come una novella tela di Penelope di giorno condannava e di notte assolveva, Il parlamento non concedeva l'autorizzazione per il rinvio a giudizio dei ministri reticenti, i servizi segreti aiutavano gli imputati neofascisti a riparare all'estero e parte della magistratura frenava le indagini. Un muro di gomma che ha resistito pure alle indagini del Giudice Guido Salvini e del capitano Massimo Giraudo che avevano raccolto consistenti indizi contro gli ordinovisti veneti Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi, poi assolti.

La veritá  che non è mai riuscita a trovare evidenza nelle aule giudiziarie ha trovato posto nella coscienza degli italiani?

C'è una veritá  storica ormai assodata, manca quella giudiziaria. La Giustizia umana non è infallibile si puó e si deve accettare una sconfitta ma per Piazza Fontana, non è cosí. La veritá  negata è dovuta alla responsabilitá  materiale e morale di importanti apparati dello Stato. Il nostro compito non è solo quello di mantenere viva la memoria, ma soprattutto è quello di continuare a cercare la veritá .

Da tempo si parla di riconciliazione, ricomporre la frattura tra istituzioni e cittadini che si è aperta con le stragi. Cosa significa per te la parola riconciliazione?

Apprezzo e rispetto il significativo gesto del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che ha invitato, lo scorso 9 maggio, al Quirinale, Gemma Calabresi e Licia Pinelli, insieme agli altri famigliari delle vittime delle stragi e del terrorismo. Ma la mancata giustizia non significa rispettare sentenze inique. Si aprano gli archivi, si rimuova completamente il segreto politico-militare, si dia la possibilitá  ai ricercatori di analizzare e valutare i documenti e agli inquirenti di utilizzare le carte segrete. Venga almeno una volta la Massima Autoritá  dello Stato in Piazza Fontana a rendere omaggio a quelle Vittime e riconosca senza se e senza ma, come del resto è scritto nelle sentenze definitive che la matrice della strage è fascista. Se questo verrá  fatto si potrá  parlare di memoria condivisa

Cosa sarebbe stata l'Italia senza Piazza Fontana?

Sicuramente un'Italia migliore. Ho perso tanti amici, la mia vita è stata segnata profondamente da quel tragico venerdí di quarant'anni fa. Nonostante tutto, continuo a lottare: prima o poi anche per le vittime di Piazza Fontana ci sará  un giudice a Berlino.

Come si fa a spiegare Piazza Fontana oggi a chi non c'era o non ricorda?

Appunto, ricercando una memoria condivisa e raccontandola a cominciare dalle scuole. Ma ho l'impressione che si voglia utilizzare qualche comoda scorciatoia per rimuovere la memoria e soprattutto per chiudere e archiviare definitivamente le indagini. Ci sono ancora molti passi investigativi che vanno fatti. Queste cose le ho dette al Presidente della Repubblica, lunedí 7 dicembre in Prefettura a Milano, quando sono stato ricevuto insieme ai familiari delle vittime della strage.

Qualcuno ha definito la strage di Piazza Fontana, il simbolo della perdita dell'innocenza del nostro paese. E' d'accordo?

No. Il Paese ha perso l'innocenza per aver subito la dittatura fascista, le crudeli repressioni naziste, la strage di Portella delle Ginestre, e quelle di Avola, Battipaglia, Reggio Emilia, la connivenza tra Mafia e Politica. Con Piazza Fontana semmai c'è una svolta di qualitá , perché si incrina pericolosamente la credibilitá  dello stato. Poi arriveranno le Brigate Rosse con la loro follia sanguinaria e omicida nei confronti di inermi cittadini e di servitori dello Stato. Insomma la lezione di Piazza Fontana è piú che mai attuale. Per questo, continueró a battermi per mantenere viva la memoria ma soprattutto per l'accertamento della veritá  attraverso gesti concreti: la realizzazione della Rappresentazione teatrale "Segreto di Stato " tratta dal mio libro, gratuitamente distribuito nelle scuole, e l'intitolazione dell'Aula Consiliare della mia cittá , Bresso, alle vittime della Strage.

Francesca Dendena l'innocenza la perde quel 12 dicembre. Suo padre Pietro è tra le vittime della strage. Era alla BNA per un affare, ha parcheggiato in fretta la macchina davanti al Palazzo di giustizia e si è infilato in banca.

Quanti anni avevi e cosa ti ricordi di quel giorno?

Avevo 17 anni. Ricordo di essere stata raggiunta in Piazza della Vittoria a Lodi dai vigili urbani che ci avvisavano che era successo un incidente presso la BNA di Milano e che dovevamo recarci la immediatamente. Prima di partire per Milano ho telefonato all'ospedale Fatebenefratelli, e alle mie richieste mi dissero che non potevano dirmi nulla al telefono, ed io ebbi subito coscienza di ció che poteva essere accaduto. Poi fu tutta una corsa.

Per cosa?

Mio fratello purtroppo aveva visto quasi fisicamente caricare il papá , e l'aveva riconosciuto dal fatto che portava un abito di principe di Galles, su un camion che lo portava all'obitorio. Quindi una rincorsa per la macchina, una rincorsa per ritrovare gli effetti personali, una rincorsa anche per portare poi il papá  a casa nella sua destinazione finale, per riconoscerlo...

Ricordi i funerali in piazza Duomo?

Si, e ricordo particolarmente che non avevamo pensato al cofano di fiori per la bara di papá  a e le maestranze presenti in grande numero dentro e fuori il duomo ci donarono un mazzo di fiori, ricordo che di istinto rifiutammo l'abbraccio di Rumor, il presidente del consiglio.

Quando hai realizzato che il lutto privato in parte coincideva con quello pubblico?

Guardando una intervista il giorno dei funerali, di un signore che si chiedeva a chi giova tutto questo sangue innocente.

E come l'hai affrontato?

Informandomi e partecipando agli eventi che mi erano possibili, e credo che tutto abbia preso la giusta direzione dopo la partecipazione a Catanzaro della mia famiglia dove con la nostra testimonianza nella quale affermavamo , che nonostante tutto credevamo nella giustizia e speravamo nella stessa. Dopo questo evento il Comitato Antifascista Per la Difesa dell'ordine Repubblicano" , ci contattó e ci aiutó nella lotta.

Cosa è cambiato nella tua vita di ragazza con la morte di tuo padre?

Un lutto porta profondi cambiamenti nella vita di una persona, pensiamo cosa possa avvenire nella vita delle persone il cui lutto è un vile assassinio. Comunque non c'è piú stata la ragazza che ero.

Hai partecipato ad udienze, hai visto sfilare testimoni e sentenze, di assoluzione e colpevolezza. Qual è il tuo bilancio?

Mi ricordo di essere andata in macchina con mio marito, a Catanzaro, poi di esserci andata con le istituzioni locali della cittá  di Milano per richiedere sempre giustizia e veritá . A Catanzaro ho visto Freda, Ventura, [allora imputati per strage e poi assolti ndr] il Gen.Maletti, l'arresto del Gen. Malizia. Credo che tutte le prime Corti di Assise hanno sempre ben lavorato, in particolar modo quella di Catanzaro presieduta dal giudice Scuteri, una corte offesa dal fatto che il processo fosse stato inviato laggiú affinché non fosse fatto.

Perché la giustizia dei tribunali non è riuscita a condannare i colpevoli?

Ho pensato tanto a questa domanda e sono giunta alla conclusione che i giudici dei verdetti finali non potevano essere tutti compromessi, ma che forse tutti non hanno voluto sigillare con il proprio nome un verdetto di questo tipo.

Secondo te la veritá  che non è mai riuscita a trovare evidenza nelle aule giudiziarie ha trovato posto nella coscienza degli italiani?

Me lo auguro ma ho alcuni dubbi.

Come associazione dei familiari delle vittime che tu presiedi quali risposte avete avuto alle vostre richieste?

Ci sono stati aiuti sia regionali che statali ma solo a partire dagli anni 1980, e la prima volta la legge escludeva la strage di Piazza Fontana dato che aveva decorrenza dal 13 dicembre. Una nuova legge è del 2004 ma ancora oggi non è giunta a compimento. In tutto questo lo stato ha dovuto essere decisamente sollecitato.Quel poco che abbiamo avuto è stato frutto di fatica e stenti come la giornata della memoria. Sembra che dobbiamo sempre dimostrare di essere vittime delle stragi e del terrorismo.

Avete mai pensato a proteste eclatanti?

Una vita spesa nella richiesta di giustizia e veritá  è di per sé un protesta eclatante.

 

 

 

Da tempo si parla di riconciliazione, ricomporre la frattura tra istituzioni e cittadini che si è aperta con le stragi. Cosa significa per te la parola riconciliazione?

Se è intesa come mettiamoci a tavolino e riconciliamo non sono assolutamente d'accordo, se invece ogni parte politica compie la propri parte senza interesse di parte è quello per cui stiamo lottando. Ormai credo che ci possiamo accontentare solo di una veritá  possibile.

Hai mai pensato cosa sarebbe stata l'Italia senza Piazza Fontana?

Si e penso molto diversa, con una democrazia piú compiuta e una giustizia sociale maggiore.

Come si fa a spiegare Piazza Fontana oggi a chi non c'era o non ricorda?

In un Paese democratico, non puó essere che uno vada in banca e ne esca trucidato. Ci hanno massacrato i genitori, ci hanno massacrato i figli. Basterebbe ricordare questo e tutto quello che è avvenuto in questi 40 anni per far capire cosa è successo.

Oggi la nipote di Francesca Dendena, Federica, si sta laureando in Giurisprudenza alla Cattolica. Il titolo della sua tesi è «Piazza Fontana 40 anni dopo. Analisi della sentenza finale di Cassazione». Il bisogno di veritá  e giustizia non si ferma.

I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori