News per Miccia corta

09 - 12 - 2009

CHI HA PAURA DI PINELLI

(la Repubblica, martedí 8 dicembre 2009, pagine di Milano)

 

 

Enrico Baj vi raffiguró nel 1972 i funerali dell'amico anarchico Divise la cittá  e per questo non fu mai esposto in pubblico Da allora è chiuso nei depositi di una galleria. Ma è un'icona del "˜900 milanese che merita di trovare spazio all'Arengario

Il proprietario Giorgio Marconi: "Appartiene a tutti, se il Comune me la chiede gliela cedo". L'assessore Finazzer Flory: "ሠun'idea"


ARMANDO BESIO




ሠuna straziante icona del "secolo breve" milanese, ma anziché essere esposta in un museo è nascosta in una cantina. Colpa del soggetto, I funerali dell'anarchico Pinelli, capolavoro di Enrico Baj, che allora provocó violente polemiche (al centro la figura del ferroviere che precipita dalla finestra della Questura) e ancora oggi suscita piú imbarazzo che emozione. Ci provó una decina d'anni fa Salvatore Carrubba, assessore liberal della giunta Albertini, a liberarla dai pregiudizi che la imprigionano da quarant'anni nel deposito della Fondazione Giorgio Marconi: «Pensavo di esporla in una stazione del metró accompagnata da una scheda storica che avrei affidato a Montanelli». Anarchico come Pinelli e Baj, peró di destra. Il grande Indro era d'accordo, pareva anche a lui un'intelligente soluzione ecumenica, nel segno di una memoria, se non pacificata, condivisa. Ma non ebbe seguito.
Ne riparliamo oggi, alla vigilia dell'anniversario di piazza Fontana, e all'antivigilia dell'ormai prossima inaugurazione (18 novembre 2010) del Museo del Novecento all'Arengario, per lanciare una proposta: destinare la monumentale installazione proprio al nuovo museo. Troverebbe qui la collocazione piú idonea, e non solo per motivi di spazio. Chiuderebbe, infatti, un percorso aperto da un altro epico simbolo della storia politica e sociale, oltre che artistica, del nostro "˜900: il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo.
«Io sono d'accordo» dice subito Giorgio Marconi: «L'opera è mia, ma appartiene alla cittá . Allora suscitó scandalo, ma i tempi mi sembrano cambiati. Se il Comune me la chiede, la cedo volentieri. A due condizioni». Quali? «Che sia esposta come merita, e che mi venga pagata il giusto». Quanto? «Centomila euro: data l'importanza e le dimensioni, è sicuramente meno di quanto varrebbe sul mercato».
Risponde l'assessore alla cultura Finazzer Flory: «All'Arengario è prevista una sala di Baj, ma con altre opere. Peró l'idea mi interessa. Avrebbe un valore storico e simbolico cruciale per la cittá . Ne parleró con Marconi e cercheremo di trovare un accordo, anche economico».
Sarebbe la degna conclusione di una lunga storia sbagliata, cominciata a Palazzo Reale la mattina del 17 maggio 1972. Tutto era pronto, nella Sala delle Cariatidi, per l'inaugurazione dell'opera. Esposta qui perché qui, nel 1953, Baj aveva visto Guernica di Picasso, sua prima fonte di ispirazione per questa «celebrazione di una tragedia famigliare e politica». Titolo e soggetto riprendevano anche un altro storico quadro milanese, I funerali dell'anarchico Galli del futurista Carlo Carrá : 1904, durante uno sciopero generale Angelo Galli viene accoltellato dal custode di una fabbrica di fronte alla quale sta facendo picchetto per impedire l'ingresso dei crumiri.
Una scia di sangue che sarebbe tragicamente ritornata a macchiare quel giorno del 1972 a Palazzo Reale, quando arrivó la notizia dell'assassinio del commissario Luigi Calabresi. La mostra fu sospesa, l'opera restituita all'artista: esposta da allora in tutto il mondo, solo una volta a Milano (nel 2000, da Marconi).
Baj, amico di Pinelli, voleva regalarla alla vedova. Lei lo ringrazió, ma in casa sua non avrebbe saputo dove metterla. L'artista allora la vendette al suo gallerista Giorgio Marconi, che oggi ricorda: «So che il ricavato lo diede alla signora, per aiutare lei e le figlie».
«I funerali dell'anarchico Pinelli - riflette il critico Philippe Daverio - al di lá  del valore artistico rappresentano un pezzo di storia milanese. L'idea di esporli al nuovo Museo del Novecento mi sembra intelligente. E comunque, è assurdo che restino nascosti. I tempi dovrebbero ormai essere maturi per una soluzione condivisa. Viviamo sempre piú in una societá  che cancella la sua memoria. Ma senza memoria, non ritroviamo il senso della nostra storia».

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