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News per Miccia corta

07 - 12 - 2009

Tra i nuovi ribelli di Berkeley

 

(la Repubblica, lunedí 7 dicembre 2009)

 

 

 

 

VITTORIO ZUCCONI



Il Sessantotto cominció nel Sessantaquattro, qui tra le sequoie e le colline di un campus universitario tra i piú belli d'America, alto davanti alla baia di San Francisco e superbo di fronte agli occhi di un mondo che scoprí l'esistenza di un college chiamato Berkeley e ne fu scosso per sempre.
Fu nel 1964, nella spianata chiamata Sproul Plaza, che anni di brontolii sotterranei, di tensioni fra studenti e amministrazione, di voglie di ribellione ancora oscure ma formidabili che agitavano i figli del baby boom, si coagularono in un movimento dal nome inoffensivo, il "Free Speech Movement" per chiedere semplicemente la libertá  di parlare, giá  nominalmente garantita dalla Costituzione. Sul selciato della Sproul Plaza a Berkeley, come su un palcoscenico dove avrebbero recitato i protagonisti del futuro, e attorno a quei 3000 studenti marcianti e poi seduti nei sit-in di protesta si sarebbero mossi nomi e personaggi che per anni avremmo visto tornare e a volte dominare la storia.

Ascoltammo cantare Joan Baez e predicare il futuro governatore Brown. Vedemmo intervenire uno sconosciuto vice procuratore della repubblica della contea di Oakland, dove Berkeley si trova, un tale Ed Meese III, destinato a diventare ministro della Giustizia e alzarsi l'ombra gigantesca di un mediocre attore da "B movie", un simpatico e telegenico signore di mezza etá , che sulla scandalosa ribellione degli studenti di un'universitá  statale come Berkeley, dunque finanziata con i soldi dei contribuenti californiano, costruí il trampolino che lo avrebbe lanciato nell'Olimpo del potere. Il suo slogan era: «Spazzare via l'immondizia di Berkeley». Il suo nome: Ronald Reagan.
Come tutti i movimenti spontanei e incontrollati, che si formano, crescono, muoiono, rinascono senza una regia precisa e senza la sponsorizzazione di partiti o gruppi istituzionali, anche la rivolta che agitó il delizioso e fino ad allora tranquillissimo campus sulle colline che sovrastano la baia di San Francisco, anche questo che scosse il mondo con le proprie onde dai primi anni "˜60 fino al "˜68 e oltre non ha un atto di nascita sicuro, né cause ben identificate e neppure leader formali. Come lo racconta nelle sue memoria uno dei nomi piú conosciuti all'epoca, Mario Savio, figlio di un metalmeccanico siciliano emigrato a Brooklyn, tanti piccoli atomi si concentrarono per provocare la fissione nucleare poi conosciuta come il Maledetto o Glorioso Sessantotto in tutto il mondo.
All'inizio della decade "˜60, quando la generazione Eisenhower passó la fiaccola della prosperitá  perbenista e conformista alla generazione Kennedy, i figli dei vincitori della guerra e della pace avrebbero dovuto, nelle previsioni, godersi tranquillamente i frutti di quello che i padri avevano conquistato per loro, istruzione universitaria compresa.
Ironicamente, la UCB, la University of California at Berkeley non aveva mai avuto fama di incubatrice di ribelli, di contestatori, di studenti «di sinistra». Al contrario. Era stato proprio nella sua celebre facoltá  di fisica che nel 1942, con la benedizione segreta del governo federale e dei militari, Robert Oppenheimer aveva raccolto i massimi esperti di fissione nucleare, Teller, Bethe, Konopinski, per confermare che la costruzione di una bomba atomica era fattibile e creare cosí le premesse teoriche per il Progetto Manhattan e la distruzione di Hiroshima e Nagasaki. Forse fu quell'evento, scientificamente glorioso, umanamente terribile, a lasciare tra le sequoie, gli abeti, i vialetti del campus qualche residuo radioattivo di rimorso, scatenando proprio da lí la prima grande rivolta pacifista e contro la guerra che sarebbe poi dilagata nel rifiuto del Vietnam.
I figli e gli eredi di coloro che avevano inventato la Bomba, divennero gli atomi umani dell'Antibomba. Gli «antimericani» come li chiamó il futuro presidente Reagan avevano scoperto un'altra faccia dell'America, sciamando nel Sud per ricerche sociologiche e vedendo la ignobile negazione dei diritti civili alle minoranze nere, osservando il risvolto della prosperitá  bianca e middle class in uno dei ghetti piú torvi della nazione, quello proprio di Oakland, dove infatti Bobby Seale creava in quegli anni, nel 1966, le "Pantere Nere". Su quel materiale fissile si sarebbe innescato il detonatore della cronaca, con l'omicidio politico di Kennedy e poi di suo fratello, con la demenza dell'inquisizione maccartysta, con la grottesca e fallita invasione di Cuba alla Baia dei Porci e infine con la «madre di tutte le rivolte», la guerra nel Sud Est Asiatico. Il Vietnam che coaguló tutti gli spezzoni della collera diffusa in una causa precisa e concreta: finire quella guerra sporca che risucchiava centinaia di migliaia di ragazzi nelle paludi del Mekong dopo avere promesso loro i dividendi succulenti della vittoria sull'Asse.
Si considerarono contropotere e naturalmente controinformazione, famoso divenne il loro "Call", il loro giornale universitario, per dirsi contro tutto, anche se non fu mai chiaro "per" che cosa fossero, i "rebels without a clue" come scriveva il quotidiano di Oakland, il Tribune, edito da un fiero conservatore che considerava quella Berkeley come un virus da estirpare, «ribelli senza un'idea». Il Sessantotto nato nel Sessantaquattro si spense dopo avere prodotto l'esatto contrario di ció che Joan Baez cantava e il figlio dell'immigrato siciliano Savio predicava. Il "˜68 produsse Richard Nixon e una decade piú tardi, nel 1980, la presidenza di Ronald Reagan, eletti da quella maggioranza perbenista e conservatrice e spaventata che i sessantottini disprezzavano. Se ora i loro figli si scuoteranno, lasciando la pelle della «generazione del silenzio» come sono stati chiamati gli studenti universitari del Duemila, sará  perché, nonostante le sconfitte politiche, la mitologia e i brividi, le scorie radioattive di quegli anni sono ancora calde, sotto la cenere della normalizzazione.