News per Miccia corta

02 - 12 - 2009

La strategia dei genocidi nell'ultimo goldhagen

 

(la Repubblica, mercoledí 2 dicembre 2009)

 


L'eliminazionismo demonizza il nemico e lo annienta nel sangue: è un sistema che fa parte della modernitá , nella Shoah come in Darfur o negli attentati suicidi


SUSANNA NIRENSTEIN




Non cullatevi nell'idea di poter mettere la Shoah fuori dalla Storia, di etichettarla come "impensabile". Il genocidio, o meglio l'"eliminazionismo", la strategia che vuol annientare nel sangue il proprio nemico, abita fra noi, fa parte della modernitá , è il problema morale piú importante che abbiamo di fronte. E' questo il tema bruciante scelto da Daniel Goldhagen, autore del bestseller mondiale I volenterosi carnefici di Hitler (1996), per un monumentale e veemente saggio intitolato Worse than War (tradotto, Peggio della guerra) da poco uscito negli Usa (Public Affairs, pagg.672, $ 29).
Sotto esame le origini e le dinamiche degli stermini del Novecento, degli armeni, degli herrero massacrati dai tedeschi, di coloro che Stalin, Mao, o gli khmer rossi considerarono antagonisti, dei musulmani bosniaci uccisi dai serbi, dei tutsi trucidati dagli hutu, dei maya perseguitati in Guatemala, dei comunisti ammazzati in Indonesia, dei curdi gasati da Saddam, delle tribú colpite nel Darfur... compagni di inferno della Shoah, anche se questa, scrive Goldhagen, è l'unico caso in cui uno Stato ha deciso di annientare un gruppo non solo sul suo territorio ma in tutto un continente, e in cui si è mossa una coalizione internazionale genocida. Peggio della guerra, perché il numero delle vittime degli eccidi di massa del XX secolo tocca gli 83 milioni, che insieme ai morti per carestie programmate (come quelle dei kulaki dell'Unione Sovietica per intendersi) arrivano a 127 milioni, piú dei caduti nei due conflitti mondiali messi insieme.
Goldhagen attraversa l'orrore e rintraccia i dati comuni, i regimi totalitari, l'ideologia di un mondo purificato, la visione degli "avversari" come un morbo da sradicare, la strategia della disumanizzazione dell'"altro" da parte delle leadership, in cui l'importanza delle parole per demonizzarlo (dove i nemici diventano maiali, scimmie, ratti, vermi, bacilli infetti, sottouomini, serpenti immondi) è la chiave del coinvolgimento delle popolazioni in un odio condiviso. Goldhagen ribadisce infatti la controversa tesi del primo libro, quella secondo cui i tedeschi in massa parteciparono con fervore all'annientamento degli ebrei: e vuole dimostrare, dati alla mano - ripercorrendo segregazioni, campi, pulizie etniche, marce della morte, squadre omicide, fosse comuni, invariabili pedine nelle scacchiera nei genocidi - che il concetto della banalitá  del male espresso dalla Arendt non funziona, tanto nella Shoah, come in quest'altri annientamenti di intere genti. Perché anche qui, negli infiniti mattatoi dell'Europa, Africa, Asia, Americhe, non ci furono, non ci sono burocrati del male, automi, ma uomini colmi d'ideologia che sgozzano i propri simili, guardandoli negli occhi, picchiandoli a sangue, sporcandosi della loro materia cerebrale.
Dunque l'eliminazionismo non è né misterioso, né barbarico: è piuttosto un lucido programma che mira ad avere dei risultati, spesso di redistribuzione del potere. E abita tra noi, abbiamo detto, perché l'eccidio di Srebenica è di pochi anni fa, Bashir governa ancora il Sudan, gli attentatori suicidi sono sui giornali di tutti i giorni, e vengono portati in palmo di mano da Hezbollah, Hamas, l'Iran e non solo. Ecco, Goldhagen dedica uno degli ultimi capitoli a quello che lui chiama l'islam politico, e noi piú spesso fondamentalismo islamico: è questo, dice, l'ultimo, corposo, movimento totalitario eliminazionista da cui guardarsi. E chiede che le democrazie si alleino, non nell'Onu che si regge sull'inefficace principio della non-ingerenza, ma in un nuovo organismo che escluda le dittature e combatta i genocidi.

I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori