News per Miccia corta

01 - 12 - 2009

Alla sbarra in Germania il boia di Sobibor

(la Repubblica)

La difesa contesta: "Lui è un superstite non un boia E ha soltanto eseguito gli ordini"

ANDREA TARQUINI




MONACO - «Imputato John Demjanjuk, la giustizia tedesca la chiama a rispondere di concorso in omicidio in almeno 27.900 casi». Sono le 10,30 nell'aula 206 del tribunale di Monaco, quando il giudice Ralph Alt apre l'ultimo grande processo a un criminale nazista. Non puó dire «imputato, alzatevi», perché a 89 anni mal portati John Demjanjuk è un relitto: è arrivato in aula sulla sedia a rotelle e in pomeriggio in barella, la testa coperta da un berretto da baseball, giacca nera, pullover grigio, le gambe riscaldate da una tela cerata azzurra. Gli occhi semichiusi, ascolta sonnecchiando la traduzione simultanea della giovane interprete al suo fianco. Ma quel vecchietto malato, da giovane volontario ucraino, fu guardiano nei lager nazisti, a Sobibor e a Trawniki.
"Il boia di Sobibor", o "Ivan il terribile", lo chiamavano con terrore i deportati. Dopo la guerra si rifece una vita da meccanico negli Usa, la giustizia israeliana lo scovó e processó, ma poi lo assolse per insufficienza di prove. Adesso è in campo la Germania unita: con l'aiuto del cacciatore di nazisti israeliano Efraim Zuroff, l'erede di Simon Wiesenthal, ha raccolto nuove prove, e ha ottenuto l'estradizione dagli Usa.
Folla, lacrime, commozione e ricordi. Spazzata dal vento che soffia poco sopra lo zero, la piccola folla dei sopravvissuti fa ressa per entrare in aula. C'è chi piange, c'è chi mostra il braccio tatuato dalle SS col numero d'ordinanza cui erano ridotti a subumani da eliminare i deportati nei campi della morte. «Non voglio vendetta contro Demjanjuk, sono qui come testimone per raccontare cos'era la vita a Sobibor», dice Thomas Blatt. Pensa ai genitori e al fratello, che vide passare per il camino, ricorda «quando io, quindicenne, venivo costretto dalle guardie a scegliere tra i vari oggetti personali sequestrati a bimbi e adulti che stavano per essere gasati».
Le emozioni pesano come cupe nuvole basse, sulla Monaco dell'ultimo grande processo a un criminale nazista. Ecco un altro testimone, David van Huiden, olandese. «Il processo non è una vendetta, è un momento necessario della Memoria». Tiene gli occhi asciutti a fatica, narrando del mattino in cui i genitori lo mandarono a passeggio col cane, un insospettabile pastore tedesco, avendo saputo che le SS stavano per arrivare. Lui si salvó cosí, fatto passare dai vicini per orfano olandese ariano, il resto della famiglia no.
Demjanjuk ascolta insonnolito, non reagisce, annuisce appena con un cenno della mano al giudice che gli declina le sue generalitá . Il suo difensore, Ulrich Busch, tenta un contrattacco: chiede di ricusare il giudice per "pregiudizi ideologici", pronuncia un'arringa-comizio che disgusta i sopravvissuti, nega a Berlino il diritto di giudicare Demjanjuk: «Lui è un superstite, non un boia, eseguí ordini ma non li decise».
«Io voglio tenere vivo il ricordo, non desidero vendette verso quel vecchio ma non dimentico che la mia famiglia, a Sobibor, non ebbe la grazie di arrivare alla sua etá , non potremo resuscitarli», afferma Robert Cohen, un altro sopravvissuto. L'atto d'accusa della Corte ripercorre, metodico e preciso, quei momenti di sei decenni fa quando il giovane Demjanjuk vendette l'anima al demonio: «Soldato dell'Armata rossa, prigioniero da poche settimane, accettó la proposta delle SS di reclutamento nelle Fremdvolekischen Wachmannschaften, le guardie volontarie non tedesche nei Lager... Appena assegnato di servizio a Sobibor poté capire cos'era un campo di sterminio, e collaboró consapevole... Era armato, avrebbe potuto ribellarsi o fuggire, non lo fece... Puntó la sua arma solo contro chi veniva spinto giú a forza dai treni, spogliato con violenza, condotto verso le camere a gas... Era convinto delle motivazioni razziste del genocidio... Serví il regime nazista anche a Flossenburg, e con l'armata collaborazionista di Vlassov, il generale sovietico traditore...».
Rivivono in playback le pagine piú atroci della Storia: è l'ultimo grande processo a un criminale nazista e insieme il processo a un uomo-simbolo di tutti i complici europei della Shoah. Seduto accanto a noi, lo "sceriffo" Zuroff sussurra: «Con quel suo talento a mostrarsi malato, Demjanjuk avrebbe dovuto cercare carriera a Hollywood, non a Sobibor... Ma vederlo processato qui mi mostra un gran bel giorno per la nuova Germania e per il mondo». La sentenza è attesa per maggio.

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