News per Miccia corta

14 - 03 - 2006

900. Se il corpo dei morti ci parla dei vivi. Saggio di De Luna

(dal Corriere della Sera, 14 marzo 2006)

NOVECENTO

Le immagini dei conflitti piú atroci commentate in un saggio di Giovanni De Luna

Se il corpo dei morti ci parla dei vivi

Guerre e genocidi: lo scempio delle vittime riflette l'ideologia dei carnefici

Nel film piú poetico dell'attuale stagione cinematografica, Le tre sepolture , il protagonista è un cadavere: il cadavere di Melquiades Estrada. Bovaro messicano clandestinamente emigrato in Texas, ucciso per errore da una guardia di frontiera, Melquiades è dapprima sepolto di nascosto nel deserto, poi tumulato - in maniera appena piú decente - nel cimitero del villaggio texano di Van Horn, infine restituito alla sacralitá  della terra d'origine dopo un viaggio surreale quanto picaresco, compiuto con il suo assassino e con il suo vendicatore. Melquiades Estrada è una vittima della guerra non dichiarata che i clandestini provenienti dal Messico quotidianamente combattono contro la polizia degli Stati Uniti. Da una parte della frontiera, la realtá  della miseria; dall'altra, il sogno di una vita migliore. Ma quel che rende straordinario il primo film da regista di Tommy Lee Jones, è la scelta di raccontare la storia di Melquiades e della sua guerra cominciando lá  dove le tragedie normalmente finiscono: con la morte dell'eroe. Qui, la fine di Melquiades non è che l'inizio di un'altra tragedia, quella di un cadavere intorno alla cui sepoltura si gioca tutta una partita di pulsioni e di passioni, di generositá  e di cattiveria, di disumano furore e di umana dignitá .
In un libro di storia altrettanto notevole che questo film, Il corpo del nemico ucciso , Giovanni De Luna ha scelto di raccontare il Novecento e le sue guerre cominciando lá  dove gli studiosi normalmente si arrestano: con il computo delle vittime. Perché De Luna sa, e dimostra, che i morti non sono tutti uguali. Se pure le guerre del XX secolo hanno violato un unico sistema di norme - le convenzioni di Ginevra del 1929, che avevano inteso disciplinare il trattamento del corpo del nemico ucciso - lo hanno violato in una varietá  di maniere. E queste diverse maniere di accanirsi sulle spoglie delle vittime illustrano fin troppo l'identitá  politica, culturale, antropologica dei carnefici.
Con sensibilitá  e con pazienza, De Luna studia la terrificante pletora delle maniere in cui il corpo del nemico è stato trattato dal carnefice novecentesco - il falangista o il miliziano nella guerra di Spagna, l'SS tedesca o il soldato dell'Armata rossa, il serbo a Srebrenica o l'hutu a Kigali - per definire una cronologia e per identificare una tipologia. La cronologia è inaugurata, a metá  degli anni Trenta, dalle atrocitá  compiute (ed esibite) dall'esercito italiano in Etiopia, e ancor piú dall'esercito giapponese in Cina. Culmina, durante la seconda guerra mondiale, nei due episodi di «violenza eccessiva», maleficamente metafisica, della Shoah e della Bomba. Riparte alla fine del secolo, nell'etá  della cancellazione del nemico, tra desaparecidos argentini e fosse comuni congolesi, sino all'attualitá  odierna degli attentati suicidi in Palestina o in Iraq: dove è il corpo vivo del kamikaze l'arma di morte che vale a polverizzare il corpo del nemico.
La tipologia proposta da De Luna guarda ai rapporti di forza tra i combattenti, scoprendo che si infierisce diversamente sul cadavere dell'avversario secondo che si combattano guerre «simmetriche» o guerre «asimmetriche», guerre «civili» o guerre «ai civili». E De Luna vi guarda nel senso stretto del termine, dal momento che il suo viaggio nel regno dei morti ammazzati si svolge principalmente attraverso la fotografia. Piú parlanti di un referto autoptico, le immagini del nemico ucciso declinano l'ideologia dei carnefici: siano questi algidi uccisori a tu per tu, o fieri impalatori di donne, o zelanti gestori di camere a gas.
Le immagini testimoniano anche, a volte, di una non azzerata moralitá  delle vittime. Come nel caso delle fotografie scattate dagli aguzzini giapponesi a Nanchino, che alcuni cinesi sfuggiti al massacro del 1937 stamparono in segreto, murarono in un bagno, nascosero poi nella statua di un Buddha, trovando cosí il modo di trasmetterle fino a noi. O nel caso delle fotografie «rubate» proprio all'ingresso di un crematorio di Auschwitz, fra gruppi di detenute che nude si avviano alle «docce» e fumanti cataste di cadaveri: quattro foto che i componenti stessi di un Sonderkommando riuscirono incredibilmente a scattare e a mettere in salvo, prima di conoscere a loro volta quel medesimo destino.
Auschwitz rappresenta il fondo dell'abisso esplorato da De Luna, perché nel campo di sterminio sono persone vive a essere trattate in tutto e per tutto come persone giá  morte. Ma seppure Il corpo del nemico ucciso conferma il primato germanico nella graduatoria dell'abiezione novecentesca, gli italiani non vi sfigurano affatto. In Etiopia, graduati e soldati di Mussolini si misero in posa davanti all'obiettivo fotografico accanto a prede africane mutilate dei genitali, o a teste mozzate ed esposte in una scatola di biscotti Lazzaroni. Erano tecniche di appropriazione simbolica del nemico e logiche di esibizione ferina della forza che i fascisti avrebbero nuovamente praticato durante la guerra civile del 1943-45, e che certi antifascisti avrebbero condiviso, a piazzale Loreto come altrove, nell'Italia della Liberazione.
Le storie dei morti sono storie dei vivi, dicono di chi resta. Nel caso dei morti ammazzati, dicono anche degli uccisori: ne rivelano gli istinti, ne documentano le intenzioni, ne spiegano le scelte. Ma le storie dei morti sono storie di vivi anche perché spesso si allargano fino a comprendere gli amici del nemico ucciso: le incarnazioni della sua nemesi, coloro che si danno per mandato - quando non di vendicarne la morte - almeno di restituire una dignitá  postuma a cadaveri tumulati in fretta e furia, o precipitati dentro fosse comuni, o profanati nei modi piú vari e piú sacrileghi.
Tra le figure di vivi che De Luna ci permette di riscoprire è un personaggio della Resistenza piemontese, commissario politico nelle brigate Garibaldi: Nicola Grosa. Durante gli anni Cinquanta, questo «uomo piccolo, secco, forte» si riconobbe un ruolo paragonabile a quello che Tommy Lee Jones attribuisce a se stesso nel film Le tre sepolture , impersonando l'irsuto mandriano la cui ragione d'esistenza diventa il garantire al cadavere di Melquiades Estrada una tomba rispettosa dei suoi meriti di uomo. Nell'Italia di Scelba e di Tambroni - un'Italia che faceva resistenza alla Resistenza - Grosa ritornó sui monti dove aveva combattuto da partigiano, alla ricerca di migliaia e migliaia di tumuli improvvisati e di tombe abbandonate. Si mosse da solo, a dorso di mulo o a piedi, e scavó con le sue proprie mani (fino a perdere l'uso del tatto) per riesumare le spoglie dei compagni caduti.
Dopo un decennio di lavoro tanto pietoso quanto ossessivo e solitario, Grosa recuperó all'incirca duemila salme, che riposano ora nel Campo della Gloria del cimitero di Torino: lá  dove meritano di stare i Melquiades della nostra Resistenza.


Il libro di Giovanni De Luna «Il corpo del nemico ucciso. Violenza e morte nella guerra contemporanea» (pagine 302, 25) è edito da Einaudi

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