News per Miccia corta

12 - 11 - 2009

Rossanda e il Muro di Berlino, Il mio dissenso

(il manifesto, 12 novembre 2009)

 

 

di Rossana Rossanda

 

Non è un incidente se il manifesto, che si definisce ancora «quotidiano comunista», ha elegantemente glissato sul ventesimo anniversario del 1989; non per distrazione, ci strillano da vent'anni che la distruzione del muro di Berlino segnava la fine del comunismo, «utopia criminale». Noi su quella «utopia» ambiziosa eravamo nati, ed eravamo stati i primi a denunciare nella sinistra che con essa avevano chiuso da un pezzo i «socialismi reali». Li denunciavamo nell'avversione del partito comunista e nella scarsa attenzione delle cancellerie e della stampa democratiche. Il movimento del '68 ne aveva avuto un'intuizione, ma non il tempo né la preparazione per andare oltre.
Avevamo aggiunto che almeno dalla crisi del 1974 l'egemonia dell'occidente non mirava piú alla messa a morte del comunismo, ma a quella del compromesso socialdemocratico nella sua veste keynesiana. Questo ammetteva che il conflitto tra capitale e lavoro era intrinseco al sistema e per evitare involuzioni fasciste occorreva garantire il lavoro dipendente e una parte consistente di beni pubblici. Se no anche la societá  europea sarebbe andata, nell'ipotesi migliore, a quella che non Lenin ma Hannah Arendt aveva definito un'americanizzazione fondata sulla libertá  politica e la schiavitú sociale. Non è fin risibile, tutt'al piú dipietresco, battersi contro le derive autoritarie e presidenzialiste di Berlusconi, e non solo, quando dalla metá  degli anni settanta sono tornate a risuonare come novitá  le trombe di Von Hajek, la correzione rooseveltiana è stata definita, anche dalla nuova sinistra, statalista dunque fascistizzante, e sul «meno stato piú mercato» nonché «la crisi fiscale dello stato sociale» si divagava anche sulle nostre pagine, mentre l'Unione europea si avviava con una liberalizzazione dopo l'altra?
E come si poteva non chiedersi, alla luce di questo esito, perché il gigantesco tentativo del 1917 era finito cosí? L'errore era cominciato quando, perché, dove? Stava in Stalin, in Lenin, in Marx? Cioè nella ipotesi stessa che fosse possibile una societá  libera non sovradeterminata dalla proprietá  e dal mercato? Eppure, dopo la prima rivista del manifesto, i primi anni del giornale e i convegni del 1978 e del 1981, non ce lo chiedemmo piú. Possiamo darci tutte le giustificazioni, per prima la difficoltá  a sopravvivere come testata, ma era una resa non confessata all'egemonia della destra, del neoliberismo, dunque dei neocon negli Usa, e della Commissione in Europa. Malamente nascosta dall'esorcismo: sono problemi del novecento, oggi sono superati dalle nuove realtá  e dalle soggettivitá  delle nuove generazioni. Come se le une e le altre ne avessero risolta almeno una. Come se oggi il presidente degli Usa, Barack Obama, non vedesse dimezzata dalle lobbies e dai poteri sistemici che pesano sul suo stesso partito, la sua riforma sanitaria, non fosse inchiodato in Medioriente e riuscisse a eliminare una sola delle pratiche che hanno dato origine alla crisi finanziaria del 2008.
La sinistra è a pezzi e noi non stiamo meglio. Né come finanze, né come peso nell'opinione, né fra di noi. «Isoletta socialista», senza padroni, non ci troviamo di fronte a qualcosa che avevamo giá  intravisto nei socialismi reali: produttivitá  scarsa, demotivazione, fine di un progetto comune, ciascuno per sé, insofferenza verso gli altri? Quando ho lasciato la redazione nel 1993, battuta dall'assemblea la proposta di applicare una piccola dose di Marx anche a noi stessi, ho sperato che le cose ci avrebbero fatto crescere, che occorreva calma e pazienza. Il 10 novembre mi sono finite tutte e due. Datevi una mossa.

I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori