News per Miccia corta

10 - 11 - 2009

L'amore al tempo del ghetto

(la Repubblica, martedí 10 novembre 2009)

 

 

 

 

WLODEK GOLDKORN E ADRIANO SOFRI 

 

 

 

Pubblichiamo una parte della prefazione al libro di Marek Edelman "C'era l'amore nel ghetto", Sellerio, in uscita in questi giorni.

 

 

 

Marek Edelman è morto la sera del 2 ottobre 2009 a Varsavia, all'etá  di 90 anni. ሠstato lucido e attivo fino alla morte. Non è un modo di dire. Si preparava a venire in Italia. Abbiamo dovuto aggiungere queste righe iniziali quando il libro era giá  composto. E abbiamo deciso di lasciare le righe seguenti cosí com'erano, senza correggere il modo presente in cui parliamo di lui. Non per echeggiare gli slogan consolatori, "Marek è vivo", di cui avrebbe riso. Marek è morto. Ma passerá  molto tempo prima che ci abituiamo alla sua assenza. Era l'ultimo, per cosí dire. ሠmorto il guadiano della memoria. Tuttavia bisogna che siano altri a custodirla, come sono capaci.

Ogni anno, da decenni, il 19 aprile a mezzogiorno, Marek Edelman porta un mazzetto di narcisi gialli ai suoi amici a ai suoi compagni, alle donne e agli uomini con cui ha combattuto nel ghetto di Varsavia. C'è una piazza enorme, disadorna, a Varsavia, una piazza dove sorge quello che ufficialmente si chiama il Monumento agli eroi dell'insurrezione nel ghetto di Varsavia: scolpito nella pietra che era stata portata lí per erigere un obelisco in onore di Hitler. Edelman, classe 1919, medico cardiologo, attivista dell'opposizione democratica polacca negli anni 1970, militante di Solidarnosc negli "˜80, impegnato in difesa di Sarajevo negli anni "˜90, uno dei pochi superstiti di quell'ebraismo destinato ormai a diventare oggetto museale, o materia di ricerche dotte. La storia è finita cosí, e non è colpa di nessuno, se non di Hitler, dei nazisti e dei loro volenterosi complici. Ma la biografia di Marek Edelman contraddice quanti insistano a pensare che la storia doveva finire cosí, che l'ebraismo polacco (ed europeo, o quello diasporico in genere) non avesse alcuna via di scampo, perché destinato a perire, incapace di far fronte alle sfide della modernitá . «La storia non si fa con i se...». Eppure la biografia di Edelman dice che il futuro serba in sé tutte le potenzialitá  del passato. Che non si puó costruire un futuro degno senza tener conto, senza fare i conti con la memoria degli sconfitti. Marek Edelman è stato militante del Bund, Der yiddisher algemener arbeter bund, La lega generale dei lavoratori ebrei. Era un partito, socialista, nato a Vilna nel 1897, fondamentale per la vita degli ebrei nell'impero zarista prima della prima guerra mondiale e degli ebrei polacchi nel periodo tra le due guerre, e che agli ebrei, ai piú umili tra gli umili, i piú disprezzati tra i disprezzati nelle popolazioni dell'Europa centrorientale, restituí la dignitá . Insegnó loro a difendersi dalle violenze degli antisemiti (anche con le armi in pugno), a creare uno spazio pubblico in cui esprimere i programmi politici, organizzare i sindacati, le scuole, le case editrici, le biblioteche, le associazioni sportive e i sanatori e le colonie estive per ragazzi. Questa vicenda è stata raccontata nel libro di Edelman pubblicato nel 1998 da questa editrice col titolo Il guardiano. Lí Edelman, il guardiano delle tombe della sua gente, aveva ricapitolato la sua vita pubblica. L'aveva fatto alla sua scontrosa maniera: «Se proprio volete saperlo». A quei tempi, rinunciava a trattare di cose considerate «troppo intime» e che riguardassero questioni «sentimentali»...

C'è uno spreco e un cattivo uso delle parole e delle analogie, quando si parla della Shoah: un impiego della retorica che privilegia la metafora a scapito della vita e delle vite. Si dimentica, o si ignora, che anche nel ghetto ci si innamorava, si litigava, si faceva politica, si sognava. Si sperava in un avvenire, addirittura. Ecco: il ghetto che cos'era? L'anticamera della morte? Certo, anche. Ma era, in condizioni davvero disumane, anche una vita supplementare, una prosecuzione della vita che gli ebrei conducevano prima della guerra. E a sua volta quella vita non era stata il preludio della catastrofe, e non puó esservi ridotta. Tra le due guerre mondiali, in Polonia esistevano e fiorivano teatri yiddish; si producevano – assieme agli studios di Hollywood – film sonori in yiddish; c'erano reti di biblioteche, case editrici, associazioni sportive, sindacati, partiti politici. C'era una nazione di tre milioni di persone che parlava, pensava, scriveva, sognava, faceva politica e progettava il futuro in yiddish. Qui Marek Edelman racconta che cosa successe a questo mondo, a un pezzo di questa nazione, una volta finito nel ghetto. Non aspettarono passivamente di morire; non si avviarono alle camere a gas «come le pecore al macello». Cercarono invece in ogni modo, ciascuno a suo modo, di continuare il filo della vita di prima. Ogni giorno di nuovo affrontarono cruciali scelte politiche, esistenziali. E organizzarono la resistenza: che diede vita, in una smisurata sproporzione di forze, alla prima rivolta armata contro i tedeschi sul suolo dell'Europa occupata dai nazisti. L'insurrezione duró dal 19 aprile al 10 maggio 1943! («Armata»: vuol dire un arsenale di una decina di pistole, altrettante bombe a mano, e alcune decine di chili di esplosivo, contro la potenza militare nazista!).

Ecco la genesi di questo nuovo libro. C'era dunque l'amore nel ghetto. Non solo c'era, ma forse era altrettanto importante delle scelte politiche: c'era perfino una felicitá , frutto dell'amore, dell'amore fisico, del sesso, dell'eros. Ma Marek racconta anche l'amore filiale, che porta qualcuno, qualcuna, alla morte; e l'amore come dedizione al proprio dovere. Non abbandonare bambini orfani che si hanno in cura, mentre vengono portati alle camere a gas di Treblinka: accompagnarli, fino in fondo, fino all'ultimo respiro. ሠla scelta che fa Hendusia Himelfarb, «la cui biografia è breve, perché è morta giovanissima», scrive Marek Edelman. Hendusia era sua compagna di scuola. Marek racconta che era molto bella, le piacevano i bei ragazzi, amava, come si dice, la vita. In calce al libro troverete una lista di schede biografiche, sulle persone menzionate nel racconto. Non fate lo sbaglio di considerarle come una mera appendice informativa, e magari di saltarle. Sono a loro volta un racconto terribile ed essenziale, e pieno di un amore trattenuto sull'orlo dal quale vorrebbe traboccare. Ne citeremo solo un nome e la sua storia:

«Lusiek (Eliezer) Blones (1930-1943), il piú piccolo dei fratelli Blones e il piú giovane soldato dell'insurrezione, combatté nel gruppo del Bund. Fu ferito al labbro, non so come sia successo. Le prostitute di via Franciszkanska lo facevano mangiare delicatamente con l'imbuto». 


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