News per Miccia corta

08 - 11 - 2009

Jaruzelski: ``La Thatcher mi chiese di impedire la riunificazione tedesca ``

(la Repubblica, domenica 8 novembre 2009)

 

 

 

   

ANDREA TARQUINI 

 

 

 

VARSAVIA - «Mi consultavo con Gorbaciov, la caduta del Muro fu solo in parte una sorpresa. Non mi sento uno sconfitto, perché la mia patria oggi sta meglio. Sono sotto processo per accuse assurde, spero che la biologia risolva il problema». Anziano, malato, il generale Wojciech Jaruzelski racconta a Repubblica quelle ore.

Come visse quella sera?

«Fu solo una mezza sorpresa. Fu sorpreso Kohl: in visita a Varsavia, dovette accorrere in Germania. Pensai alle stesse ore di un mese prima. Al 7 ottobre, la festa per i 40 anni della Ddr. Ero a Berlino Est, e stupiti Gorbaciov e io ascoltammo Honecker: tutto autocelebrazione. Poche ore dopo, i giovani della Fdj sfilarono con le fiaccole, e gridarono "˜Gorby, Gorby, aiuto!". Lassú sulla tribuna, io, Mazowiecki e Mikhail Serge'evic ci capimmo con uno sguardo: avevamo avuto ragione con la Tavola rotonda e con la Perestrojka. Honecker, ostile a noi tre, faceva i conti con un paese stanco dell'immobilismo».

Berlino est le dava problemi?

«Solo Gorbaciov e i compagni ungheresi ci capivano e appoggiavano. Honecker, Praga, Sofia, erano ostili, per non parlare di Ceausescu. In estate, scelto Mazowiecki premier, andai a Berlino Est e a Praga tentando di calmarli. Ci furono persino tensioni territoriali Ddr-Polonia sulla baia di Stettino, forze dei due paesi si fronteggiarono. Disinnescammo quella tensione, ma non l'ostilitá ».

E con Gorbaciov come andó?

«Gorbaciov appoggiava la svolta polacca, si fidava di me e dei leader di Solidarnosc. L'ostilitá  di Honecker, Husak, Zhivkov, Ceausescu complicava la sua partita interna coi vertici militari. Piú volte mi consultó in segreto. Ero l'unico militare a capo d'un paese del blocco. Lo aiutai a rassicurare i militari inquieti del tramonto dell'Impero. Rassicurarli fu nell'interesse del mondo. Honecker faceva il gioco opposto. Perse il potere. Krenz, l'erede, mi disse che senza di lui erano paralizzati dopo anni di immobilismo. Quei giovani che gridavano "˜Gorby' indicavano che qualcosa stava per finire».

Come furono i colloqui con Kohl?

«Lunghi e difficili. A lungo, schivó le garanzie sul riconoscimento della frontiera polacco-tedesca. Io e Mazowiecki non potevamo accettarlo, gli dissi "signor cancelliere, se un mio ministro mette in discussione le frontiere, lo faccio rinchiudere in manicomio". Intanto il Muro stava affondando come un Titanic. La spinta decisiva venne da Gorbaciov. La Polonia fu il detonatore, ma senza il missile della perestrojka non sarebbe bastato. Con Gorbaciov e il Papa, ci dicevamo che la caduta del Muro non era automaticamente la riunificazione».

Cosa accadde nelle stanze del potere dell'Est?

«Il 4 dicembre ci fu un vertice a Mosca. Gorbaciov, i magiari e io eravamo gli unici pro-svolte. Si parló di confederazione e unione monetaria tra due Stati tedeschi. A luglio 1990 a Parigi, fummo invitati alla conferenza "˜4+2' sul futuro. Ma molti mentono sulle loro posizioni di allora. La signora Thatcher, in un colloquio riservato ai Chequers mi chiese di "impedire la riunificazione con ogni mezzo". Da Mitterrand stessa musica. Quei timori si rivelarono sbagliati. La Germania oggi proietta pace e stabilitá , è l'economia-chiave, una stabile democrazia. Dovemmo superare molta paura».

Quando cominció a essere ottimista?

«Io trovai la riunificazione una soluzione realistica, positiva per l'Europa, d'accordo con Gorbaciov. Avevo ragione. Con la riunificazione Bonn accettó la frontiera polacca. Per la mia Polonia si aprirono nuove chances di cooperazione con una forte democrazia. Con Kohl, Brandt e Schmidt ci promettemmo di imparare insieme dal passato. I timori polacchi hanno radici profonde, ma nella mia vita soffrii per mano russa. La mia famiglia nobile fu deportata in Siberia, crebbi lá . Combattei nei reparti polacchi dell'Armata rossa, vidi a Berlino conquistata le sofferenze dei civili tedeschi, mi posi problemi morali. Mi dissi che avremmo dovuto abbattere i Muri psicologici con loro».

Quando capí che la Ddr era condannata?

«I tedeschi sono una grande nazione con grandi tradizioni. La Repubblica federale creó una democrazia vera, Ulbricht e Honecker non furono all'altezza. Nel 1981, quando per evitare il peggio dovetti proclamare la legge marziale, le loro pressioni, e interferenze della Stasi in Polonia, furono un problema grave. Honecker non capiva il bisogno di democrazia. Noi polacchi abbiamo la ribellione nel codice genetico, e riuscimmo nel paradosso della rivoluzione negoziata. Oggi Polonia e Germania si capiscono, il nostro spirito ribelle ci ha fatto sempre andare avanti».

Si sente vincitore o sconfitto?

«Mi sento sconfitto solo pensando a scelte del passato. Ma vincitore perché decisi la svolta del dialogo, il cambio di sistema, cogestito con Walesa. Non contano sentimenti personali, mi sento vincitore perché oggi la Polonia sta meglio, è democratica, ancorata a un'Europa migliore. Quanto al processo, ho vissuto da soldato, moriró da soldato, la Siberia fu peggio».

Come giudica la sorte degli altri leader comunisti di allora?

«Honecker ebbe un ruolo negativo. Ma fu giusto che poté finire la sua vita in famiglia. Ceausescu era malvagio, un tiranno. Ma come fu eliminato non fu degno d'un paese civile. Kadar, Husak e Jivkov non furono processati, sebbene fossero contro di me che negoziai per la patria con Gorbaciov, Kohl e quel grande patriota polacco, il Santo Padre».

 

Ha collaborato Katarzyna Rukojc 

 


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