News per Miccia corta

06 - 11 - 2009

La giustizia e la vendetta

(la Repubblica, venerdí 6 novembre 2009)

 


 

NADIA URBINATI

 

 

All'origine del sentimento di giustizia c'é un sentimento naturale di vendetta – gli utilitaristi lo chiamavano sentimento "animale" per sottolinarne l'utilitá  immediata per l'individuo ma anche la necessitá  della sua rieducazione. ሠun sentimento "naturale" nel senso che viene prima di ogni educazione morale e intellettuale, prima della riflessione ragionata e delle istituzioni, e serve a orientare la nostra risposta all'ambiente in vista della nostra sopravvivenza, il bene primario.

Uno dei padri fondatori del liberalismo, John Locke, sosteneva per questo che benché capaci di naturale giudizio morale e di ragionevolezza, gli esseri umani non riescono a vivere fuori dello stato per una ragione molto semplice: perché non sanno essere imparziali. Quando vengono offesi o danneggiati giudicano in maniera parziale perché danno a se stessi e alle proprie cose un valore sproporzionato in eccesso. Per questo serve un giudice esterno: una norma che non sia fatta né da chi ha subito il danno (giustizia come vendetta) né da chi il danno vuole perpetrarlo (giustizia come licenza) ma da chi si mette ipoteticamente nella condizione ideale di un giudice disancorato o di chi non é parte in causa e che per questo riesce a valutare spassionatamente. Su queste premesse riposa la possibilitá  di creare la pace sociale.

La civiltá  puó essere a ragione definita come un processo faticoso, e a quanto pare mai compiuto, per superare o domare il sentimento "animale" della giustizia come vendetta e ritorsione in un sentimento riflessivo che sappia giudicare a prescindere dalle passioni che l'ingiustizia provoca nella vittima o dagli interessi che un comportamento equo puó imporre di sacrificare. Come si puó intuire, ragionare secondo giustizia è un esercizio tutt'altro che spontaneo e facile: l'educazione che i genitori ci impartiscono quando siamo bambini e che l'obbedienza delle leggi ci conferma quando siamo adulti è un segno di quanto sia innaturale ragionare secondo giustizia e quanto venga invece spontaneo farci guidare dall'istinto di proteggere noi stessi e le nostre cose con tutti i mezzi e sopra tutto e tutti. Lo Stato di diritto, la norma uguale per tutti, l'autonomia della sfera giuridica da quella politica sono gli esiti piú importanti di questo grande e difficile cammino della civiltá  dalla naturalitá  del sentimento di vendetta al sentimento ragionato di giustizia.

In Italia si assiste a una trasvalutazione dei valori, a un rovesciamento vero e proprio del sentimento di giustizia per cui si sente dire con rituale frequenza e impudica chiarezza che i giudici perseguitano o che la giustizia si vendica, mentre la giustizia vera sarebbe quella piú vicina ai propri desideri e interessi. Ovviamente la giustizia che si fa vendetta é un atto gravissimo. Ma quando ció succede si é giá  fuori della giustizia, si é giá  nella dimensione del reato, per giudicare del quale é comunque necessaria una visione della giustizia come imparzialitá . Per questo è sempre sbagliatissimo e improvvido associare la giustizia alla persecuzione o alla vendetta, anche quando per le ragioni le piú diverse si dissente dall'operato dei giudici. Ed è sbagliatissimo soprattutto quando a fare questi proclami non sono cittadini ordinari che chiacchierano davanti a un bicchiere di vino, ma invece uomini delle istituzioni e mezzi di informazione. Siamo qui di fronte a un caso di stravolgimento di quella che é la relazione impersonale ordinata dalla legge tra il cittadino (potenzialmente tutti senza distinzione) che puó aver o ha violato la legge e il magistrato che ha il compito di verificare che ció sia avvenuto per poter giudicare il reato, comminare la pena e cosí restaurare l'integritá  della legge.

Quando questa relazione viene stravolta dichiarandola vendicativa e questo stravolgimento addirittura esaltato in nome di piú vera giustizia e fatto passare nel linguaggio ordinario si produce gravissimo danno non tanto o soltanto alle istituzioni, ma anche e soprattutto alla nostra personale sicurezza, poiché a cadere insieme al senso di giustizia è la fiducia reciproca (se giustizia è vendetta di chi ci si puó piú fidare?) e con essa la tranquillitá  della vita quotidiana. E purtroppo questo stravolgimento valoriale e linguistico ha effetti che sono difficili perfino da immaginare e controllare e che vanno ben al di lá  del fatto specifico per il quale esso è stato ad arte creato, ovvero la protezione degli interessi particolari di chi ci governa. Il paradosso è che proprio colui dal quale vengono le accusa di persecuzione rivolte ai giudici, poi quando deve trovare un argomento di difesa del suo operato si appella proprio a una giustizia dei giudici. Rispondendo alle domande di Bruno Vespa sulla sua ricattabilitá , il Presidente del consiglio ha detto che quando nei suoi «confronti sono state avanzate richieste che secondo il giudizio [suo] e dei [suoi] legali si configuravano come ricattatorie, [egli si è] immediatamente rivolto all'autoritá  giudiziaria» – e se questo è vero è perché egli stesso deve presumere che questa autoritá  sia imparziale e per questo meritevole di autoritá .

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