News per Miccia corta

02 - 11 - 2009

Manconi: ``Era malata, non poteva stare dentro inascoltate decine di perizie psichiatriche``

(la Repubblica, lunedí 2 novembre 2009)

 

 

I segnali di instabilitá  psichica erano evidenti e reiterati da anni. Eppure non è stato fatto niente 

 

Oggi si insegue solo un'utopia negativa: aumentare i posti letto nelle galere. Insensato 

 

Ai reclusi si dovrebbero dare speranze e chance: soluzioni impensabili per questo governo 

 

 

ALESSANDRA RETICO 

 

 

 

ROMA - «Morte annunciata». Luigi Manconi, ex sottosegretario alla Giustizia nel governo Prodi con delega alle carceri (2006-2008), presidente dell'associazione "A buon diritto", ha seguito da vicino il caso di Diana Blefari.

Professore, se lo aspettava?

«Mi occupai di lei all'epoca del mio incarico nel precedente governo, sollecitando l'amministrazione penitenziaria a seguire con particolare attenzione una persona reclusa che, giá  allora, mostrava segni evidenti e reiterati di instabilitá  psichica. Eppure non è stato fatto niente».

Ci furono anche molte perizie.

«Decine. Tutte quelle cui la Blefari è stata sottoposta in questi anni hanno dato una diagnosi inequivocabile: "Gravi disturbi mentali". Non mi pare che ci si possa confondere, sono valutazioni che stanno lí a testimoniare di una condizione che avrebbe dovuto imporre il suo ricovero in una struttura psichiatrica protetta».

Invece?

«Condannata all'ergastolo: come dire, segnata dal destino».

La vicenda Cucchi è assai diversa.

«áˆ entrato con le sue gambe in caserma e ne è uscito cadavere. Ma il problema non è (solo) la disumanitá  della galera, a me interessano i diritti disattesi. Se tu cedi un diritto, rinunci a un sistema generale di garanzie. Oggi si insegue solo un'utopia negativa: aumentare i posti letto nelle galere per contenere i reati minori e le piú nuove aggravanti come quello della clandestinitá : a giugno prossimo avremo oltre 70 mila detenuti. Assurdo, folle, insensato».

C'è una relazione tra sovraffollamento e suicidi?

«C'è un dato inequivocabile, prodotto da molti studi: in carcere ci si ammazza tra le 15 e le 17 volte piú che fuori, piú i giovani che gli anziani, piú nei primi giorni dell'ingresso negli istituti penitenziari che non dopo. Inutile mettere dentro chi puó stare fuori».

Per esempio?

«Gli indiziati di reati minori, i clandestini. Ogni anno passano per la galera circa 170mila persone, recluse per non piú di tre giorni e poi scarcerate. Mettere una persona in prigione per tre giorni non ha senso. Non punisce, non sanziona, non educa, non salva. L'unica cosa che si ottiene è l'intasamento: il personale non c'è, non ce la fa».

Cosa servirebbe?

«Attese, chance, speranze. Posto che ogni suicidio è ovviamente una storia a sé, la tentazione a togliersi la vita nei detenuti è legata da una parte all'assenza di qualsiasi aspettativa, dall'altra all'impatto con una realtá  oscura, con le sue regole, i suoi sistemi di relazioni».

Provvedimenti pratici?

«Nella precedente amministrazione, furono due, entrambi disincentivanti: l'indulto e i presidi ai nuovi giunti, quelli cioè che sono appena arrivati in carcere, alcuni di loro per la prima volta. Tutte e due le soluzioni sono oggi fuori dall'orizzonte di questo governo: a chi è dentro non si dá  fiducia di poter invertire quel punto di non ritorno, a chi vi arriva, magari per reati minori, non si dá  l'assistenza necessaria per superare quel trauma che puó disarticolare un'esistenza. L'unica soluzione è depenalizzare e ricorrere a misure alternative». 

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