News per Miccia corta

02 - 11 - 2009

La morte annunciata di Diana Blefari

 

(Corriere della Sera, 2 novembre 2009)

 

 

 

Giovanni Bianconi

 

 

 

ROMA - Ho detto al direttore del carcere che voglio parlare con i magistrati», aveva scritto in settembre al suo ex fidanzato, Massimo Papini, col quale era rimasta in contatto. Ma qualche giorno dopo, il 1˚ ottobre, Papini fu arrestato con l'accusa di aver fatto parte delle nuove Brigate rosse.

 

E quando s'è trovata davanti il pubblico ministero che aveva chiesto e ottenuto la cattura del ragazzo proprio per il tipo di rapporti semiclandestini che avevano continuato a intrattenere con lei, Diana Blefari Melazzi s'è limitata a dire che Papini non c'entrava col terrorismo e il gruppo che uccise Massimo D'Antona e Marco Biagi. Ha provato a scagionarlo, e per il resto è ripiombata nel silenzio che aveva contraddistinto fin lí i suoi sei anni di detenzione. «Mi avvalgo della facoltá  di non rispondere », ha dettato a verbale, e s'è fatta riportare in cella. Ma da quanto trapela, adesso, dopo che è morta suicida, nei giorni seguenti ha accettato di parlare con qualche investigatore, e forse aveva cominciato a scrivere qualcosa sul suo passato di brigatista. Troppo poco per far dire a polizia e magistrati che era l'inizio di una collaborazione. Anche se di segreti e misteri ancora aperti sull'ultima banda armata che ha insanguinato l'Italia Diana Blefari ne doveva conoscere. A cominciare, probabilmente, dal luogo dove sono nascoste la pistola che ha sparato a D'Antona e Biagi e il resto del pur modesto arsenale brigatista, mai ritrovato; fu lei ad affittare l'ultimo rifugio romano dell'archivio del gruppo scoperto alla vigilia del Natale 2003, e di lí a qualche ora la ammanettarono in un residence sul litorale laziale dove s'era nascosta con dei documenti falsi e qualche migliaio di euro. L'altro giorno ha ricevuto la notifica della condanna definitiva all'ergastolo per l'omicidio Biagi che "” insieme all'arresto di Papini, al quale continuava a volere bene "” deve aver dato un altro colpo all'equilibrio sempre instabile col quale ha vissuto la galera: insopportabile quando le avevano imposto i rigori del «41 bis» (quello per i boss mafiosi, esteso anche ai terroristi) ma pure dopo, quando era approdata a un regime penitenziario che la burocrazia delle prigioni definisce «aperto».

 

 

I suoi avvocati non hanno mai smesso di chiedere che venisse curata in altri contesti, ma tutte le perizie d'ufficio hanno stabilito che poteva rimanere in cella: i suoi disturbi mentali non le impedivano di essere processabile e quindi detenuta. Pure nel processo bolognese per l'omicidio Biagi terminato con la condanna a vita. A differenza degli altri «irriducibili», Diana Blefari Melazzi s'era difesa nel dibattimento per quel delitto, anche se stava nella stessa loro gabbia e aveva gli stessi atteggiamenti nei confronti dei giudici. Peró i suoi compagni di militanza non apprezzarono la scelta di non revocare gli avvocati, e l'hanno considerata una «diversa». Anche dal punto di vista della salute, come dimostra il carteggio dell'estate 2005 tra lei e Nadia Desdemona Lioce, considerata il capo delle nuove Br. «La tua condotta è stata fin dall'inizio politicamente illegittima e lo sai "” scriveva la Lioce alla Blefari all'indomani della sentenza di primo grado "”. E se hai avuto il beneficio della critica (...) è in virtú del senso di responsabilitá  che abbiamo verso chi è sguarnito di sufficienti strumenti politici, e dello stato fisicamente e mentalmente debilitato e poco equilibrato in cui ti abbiamo trovato ». Un atto d'accusa al quale «l'imputata » rispose a stretto giro: «Il 'beneficio della critica' te lo puoi tenere! Sono io che rivendico il mio diritto di veto e di critica». E ancora: «Sono da anni e ancora oggi una militante rivoluzionaria associata all'O. (l'organizzazione, ndr ), che si è guadagnata un ergastolo non certo per soddisfare propri 'bisogni' individuali, ma per dare un contributo rivoluzionario partecipando all'azione Biagi, agli espropri e al complesso dell'attivitá  dell'O., con un elevato livello di internitá  e responsabilizzazione».

 

 

Una rivendicazione quasi orgogliosa, mentre gli avvocati si affannavano a sostenere che il processo per omicidio era soltanto indiziario, e troppo debole per una condanna. Persero allora e hanno continuato a perdere in seguito nelle battaglie per sostenere l'infermitá  mentale della donna, magari solo parziale. «Ma purtroppo quello che è successo dimostra che avevamo ragione», commentano ora con amarezza. Perché loro hanno sempre avuto sotto gli occhi gli alti e bassi di un atteggiamento non equilibrato, sia quando Diana Blefari denunciava complotti nei propri confronti che quando rifiutava ogni forma di contatto con l'esterno. Massimo Papini, l'ex fidanzato, era andato a trovarla piú volte nell'ultimo anno, e il direttore del carcere aveva concesso questi colloqui proprio in considerazione della debolezza psichica della brigatista; ormai ex, visto il distacco dai compagni di militanza e il nuovo atteggiamento che forse intendeva assumere nei confronti di investigatori e inquirenti. I quali ancora inseguono, oltre alle armi mai trovate, qualche brigatista rimasto sconosciuto, compreso uno che dovrebbe aver preso parte all'assassinio di Marco Biagi. Sono quei nomi che poliziotti e magistrati avrebbero voluto sentirsi dire in un'eventuale collaborazione che "” se era davvero nelle intenzioni della Blefari "” non ha avuto il tempo maturare e realizzarsi. Gli squilibri di cui soffriva la donna che custodiva gli ultimi segreti delle nuove Br l'avevano spinta a un violento diverbio con una guardia penitenziaria, nel maggio 2008, che le costó l'accusa di lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale: il processo sarebbe dovuto cominciare il prossimo 23 novembre, e la perizia psichiatrica legata al nuovo procedimento giudiziario era ancora in corso. Ormai non serve piú, come la lista della spesa per il giorno successivo trovata nella cella dove Diana Blefari s'è impiccata, accanto alla notifica della condanna all'ergastolo.

 

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