News per Miccia corta

01 - 11 - 2009

Uccise Tobagi, morto in carcere. 25 anni dopo, spunta un altro mistero sulla vicenda

(il manifesto, sabato 31 ottobre 2009)

 

 


LA DENUNCIA


Malore o suicidio? Caso da riaprire

 

 di Franco Corleone

 


 

 

ሠvero che Manfredi De Stefano, l'assassino di Walter Tobagi, si sarebbe suicidato nel carcere di Udine il 6 aprile del 1984 invece di morire per un malore improvviso, come si è finora creduto? E se è vero, perché si sarebbe nascosto il suicidio? Sono interrogativi inquietanti, sollevati alla vigilia del trentesimo anniversario della morte del giornalista del Corriere della sera dalla stessa figlia Benedetta, prima in un articolo e ora nelle pagine del suo libro di imminente pubblicazione.
In una testimonianza pubblicata su Ristretti orizzonti, il periodico del carcere Due Palazzi di Padova, in un numero speciale dedicato alle vittime (n. 4, luglio-agosto 2009), Benedetta Tobagi racconta dell'omicidio del padre descrivendo la vita dei salvati, Marco Barbone e Mario Marano, due dei militanti della banda responsabile dell'omicidio, che grazie alla collaborazione con i magistrati si salvarono dal carcere; e dei sommersi, fra cui viene classificato Manfredi De Stefano, esecutore materiale del delitto insieme a Barbone.
Cosí scrive Benedetta Tobagi sulla sorte di De Stefano: «Risultava morto in carcere per un aneurisma nel 1984, invece poco tempo fa ho scoperto, da un giudice istruttore che me lo ha detto con una freddezza impressionante, "no, noi avevamo cambiato la scheda, si è impiccato, me lo ricordo benissimo". Ora - continua Benedetta Tobagi - questa notizia mi ha sconvolto, mi ha sconvolto sapere che c'era un dato, scusate l'ingenuitá , di questa gravitá , alterato con dei documenti pubblici, e poi soprattutto pensare che dall'omicidio di mio padre era venuto fuori un suicidio non mi ha dato nessun tipo di sollievo, e non perchè sono buona, ma perché crea un'ulteriore distruzione di senso, ancora piú male».
Nel libro autobiografico di Benedetta Tobagi che sta uscendo in libreria in questi giorni, la storia vi risulta confermata e viene anche fatto il nome del magistrato autore della rivelazione. Cosí che a pagina 281 si puó leggere: «Manfredi De Stefano risulta morto in carcere nel 1984 per un aneurisma. Mi chiedo se non l'abbiano ammazzato di botte. La veritá  è quasi piú terribile: «Si è impiccato - rivela Caimmi (giudice istruttore dell'epoca del processo Tobagi, ndr) - Me lo ricordo, era fragile, instabile: Aveva certe mani lunghe, nervose, da pianista».
Leggendo quelle righe mi sono detto che sono affermazioni di una gravitá  enorme. Se davvero si fosse nascosta la veritá , saremmo di fronte a un comportamento deviato delle istituzioni. Anche chi come me conosce molto bene il mondo del carcere e la lunga teoria di suicidi e morti sospette rimane sconcertato di fronte a una tale montatura. Perché sarebbe stata architettata? Forse per impedire di approfondire le ragioni del tragico gesto? Certo qualcuno dovrá  dire che cosa accadde in carcere e all'ospedale di Udine dove De Stefano venne ricoverato e morí. ሠindispensabile sapere se fu fatta l'autopsia e che esito ebbe. Non penso di aggiungere altre domande. Ora è Giorgio Caimmi, il magistrato a cui vengono attribuite da Benedetta Tobagi le gravi dichiarazioni a dovere smentire o andare spiegazioni esaustive.
In un Paese normale, a questo punto la magistratura dovrebbe necessariamente aprire un fascicolo e interrogare le persone coinvolte in quello che, cosí messo, appare un grave reato. Ma al di lá  dell'eventuale reato - o dell'insieme di reati - che potrebbe essere rivelato da una doverosa inchiesta sulla morte del detenuto Manfredi De Stefano, tutto ció inevitabilmente aumenta i giá  tanti e inquietanti interrogativi attorno all'omicidio di Walter Tobagi. Un omicidio che, secondo alcuni, si sarebbe potuto evitare. Un caso che torna di attualitá  in questi giorni anche per un processo in corso a Milano, dove il 3 novembre è prevista la sentenza d'appello contro l'ex carabiniere Dario Covolo e il giornalista Renzo Magosso che nel 2004 lo intervistó. Proprio Covolo da anni sostiene di aver avvisato i suoi superiori dell'esistenza di un progetto di attentato contro Tobagi sei mesi prima dell'omicidio. Esiste un documento che comprova questa affermazione, che venne pubblicato dal quotidiano socialista l'Avanti e riconosciuto come autentico nel 1983 dall'allora ministro dell'Interno Oscar Scalfaro. Eppure, incredibilmente, anche quel documento è stato dichiarato ininfluente, tanto da condannare in primo grado Magosso e Covolo per diffamazione nella causa intentata dal generale in pensione Ruffino e dalla sorella dell'allora capitato Bonaventura, da tempo defunto.
Ma ora vi è un nuovo documento, presentato dall'ex generale dei carabinieri Nicoló Bozzo, tra i piú stretti collaboratori del generale Dalla Chiesa, in cui si offrono elementi che rafforzano la testimonianza di Covolo e la tesi di Magosso e che incrinano le veritá  ufficiali che vengono ripetute da trent'anni come una litania. Vedremo come la Corte d'appello di Milano il 3 novembre valuterá  tutto ció. Quel che è certo è che tutto si puó dire della vicenda Tobagi, tranne che veritá  e giustizia siano state fatte. Alla Camera piú di un anno fa è stata presentata una interpellanza dalla deputata Elisabetta Zamparutti e il governo nonostante sette solleciti non risponde. Il fronte compatto dei misteri e dei silenzi potrá  ora finalmente incrinarsi dopo le rivelazioni del giudice Caimmi a Benedetta Tobagi? Se c'è un ministro della Giustizia ci aspettiamo che risponda.

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