News per Miccia corta

29 - 10 - 2009

Ricordiamo Marek Edelman

 

(UNA CITTဠn. 168 / ottobre 2009)

 

Adriano Sofri




Quando si è diffusa la notizia della morte di Marek Edelman, la sera del 2 ottobre, in tanti hanno pensato che Marek era l'ultimo. Un pensiero struggente e strano, perché non era quasi mai accompagnato dalla specificazione: l'ultimo di chi, di che cosa? Non ce n'era bisogno, e poi forse non sarebbe stato vero. L'ultimo della rivolta del ghetto, l'ultimo bundista, l'ultimo fraterno guardiano dei suoi morti, l'ultimo di un modo di essere uomini e di restarlo fino all'ultimo giorno di una vita drammatica e lunghissima? C'è qualche altro superstite, qualche altro bundista, qualche altro fedele custode della memoria, e tanti altri uomini e donne capaci di affrontare la vita e la morte tenendo scontrosamente la testa alta, ignorando le lusinghe e bevendoci su con i propri cari. Peró proprio per questo, per questa indefinitezza e precisione insieme di un sentimento, il saluto a Marek come all'ultimo è stato il riconoscimento piú significativo di chi l'ha conosciuto e ha immaginato attraverso lui i suoi e i nostri tempi; ed è la sensazione piú difficile da trasmettere. Meno difficile a chi guardi queste fotografie. Intanto c'è il viso di Marek, e i suoi occhi: l'ingrandimento della commemorazione non riesce a dargli niente di monumentale. Quel viso dice: non fatela tanto grossa, non datevi tante arie, sono tutte cose cosí, la vita è cosí. E dice anche che, senza darsi arie, senza regalare alla Storia e alla propria parte nella storia una solennitá  che non merita, si puó amare gli altri e la giustizia senza risparmiarsi, e per amore degli altri, dei deboli, dei poveri, dei perseguitati, trascorrere ogni notte della propria esistenza con un occhio aperto, ad avvistare i prepotenti gli sfruttatori e i persecutori e mettersi di traverso ai loro carri. Ho guardato queste e altre fotografie e i filmati affidati a youtube, e provato la sensazione che un'intera vicenda, la vicenda essenziale della gran parte della vita mia e dei miei simili si concludesse nelle immagini di quel funerale. Il picchetto d'onore, le tre salve esplose dai militari agli ordini del loro ufficiale, l'inno nazionale polacco, e tutte quelle personalitá  e quelle corone, commosse e rassegnate a restare in seconda fila dietro gli amici e le persone comuni, attorno alla bara di quel piccolo uomo che aveva tenuto il suo posto per tutta la vita contro le piú potenti e spietate delle autoritá . Il posto che aveva ereditato per nascita e che aveva fatto proprio per scelta. Il combattente con e per i suoi, e poi il guardiano irremovibile dei suoi: senza che questo gli impedisse di sentire suoi tutti quelli che in qualunque punto della terra vengono schiacciati e si ribellano. E' appena uscito per Sellerio un nuovo libro di ricordi di Marek affidati all'ascolto affettuoso e intelligente di Paula Sawicka, si intitola "C'era l'amore nel ghetto", Marek ha voluto raccontare che se nel ghetto si soffriva e si moriva, e peró si combatté, come nessuno aveva mai osato prima contro l'onnipotenza nazista, nel ghetto anche si viveva e si amava, ci si innamorava, si faceva l'amore, si continuava anche solo per un giorno, per una notte, la vita di prima: e si dimostrava cosí quanta generositá  e bellezza e dignitá  ci fosse stata nella vita di prima degli ebrei polacchi. In appendice al libro -ma è forse il capitolo piú bello- Marek ha dettato le biografie delle persone citate nel racconto, poche righe per ciascuna, in quello stile secco, e improvvisamente folgorato da un dettaglio, che gli era proprio. (Cosí, per esempio: "Lusiek (Eliezer) Blones, 1930-1943, il piú piccolo dei fratelli Blones e il piú giovane soldato dell'insurrezione, combatté nel gruppo del Bund. Fu ferito al labbro, non so come sia successo. Le prostitute di via Franciszkanska lo facevano mangiare delicatamente con l'imbuto"). Introducendo la lista delle sue persone, Marek stesso si era definito l'ultimo, sia pure in modo circostanziato: "Sono ormai l'ultimo che conosceva queste persone per nome e cognome, e probabilmente nessuno li ricorderá  piú. Bisogna che rimanga di loro qualche traccia".
Ecco. Le fotografie che state guardando, che stiamo guardando, mostrano le migliaia di persone giovani e vecchie, con le teste coperte o no, e tanti fiori diversi, che si sono raccolte per il funerale di Marek Edelman, l'ultimo.

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