News per Miccia corta

27 - 10 - 2009

La vittoria amara di Mujica

(il manifesto)

 

 

 di Maurizio Matteuzzi


 MONTEVIDEO
La destra si unirá  per il ballottaggio del 29 novembre, e potrebbe vincere


Un "triunfo amargo", dice un amico di qui. Quella del Fronte amplio nelle elezioni di domenica è stata una vittoria che lascia l'amaro in bocca. E che apre un'incognita inquietante. Perché a questo punto l'esito del ballottaggio fissato per il 29 novembre non appare affatto scontato e quella che schematicamente si puó definire «la destra» - i blancos e i colorados, i due partiti tradizionali dell'Uruguay - rischia di vincere, dimenticando per l'occasione le peraltro scarse differenze e unendosi - l'hanno giá  annunciato fin dalla notte di domenica - per battere «la sinistra» e rimandarla all'opposizione dopo i 5 primi anni di un governo unanimemente giudicato buono.
Una vittoria amara perché è inutile negare che il Fronte aspirava a ripetere il risultato del 2004, il 50% e qualcosa dei voti, che gli avrebbe dato l'immediata elezione alla presidenza della repubblica dell'ex-tupamaro José Pepe Mujica e la conferma della maggioranza assoluta fra i 99 deputati della Camera e i 30 senatori. Invece Mujica e il Fronte si sono fermati al 47-48%. Primi alla lontana sui due candidati di destra - il blanco Luis Alberto Lacalle al 27-28%, il colorado Pedro Bordaberry al 16-17% -, ma due o tre punti sotto il 50.4 del 2004 che vide lo storico trionfo - dopo un secolo di alternanza blanca-colorada - del socialista Tabaré Vá¡zquez. Anche la maggioranza assoluta in Congresso è incerta e legata ai 32 mila voti «observados», ossia contestati, che la Corte elettorale comincerá  a esaminare oggi: 32 mila voti su un elettorato di 2 milioni e mezzo di persone sono un'inezia, un po' piú dell'1% dei votanti. Ma un 1% decisivo in un quadro che per il momento vede 15 seggi per il Fronte contro 15 seggi per blancos e colorados in senato (a disimpattare sará  il vice-presidente della repubblica a cui la costituzione attribuisce la presidenza della Camera alta) e 49 o 50 deputati "frenteamplistas" contro 50 o 49 deputati dell'opposizione.
Una vittoria amara che assume il sapore acre della sconfitta se si guarda al risultato dei due emblematici referendum per cui si è votato domenica, entrambi sostenuti, ma con poca convinzione e scarso impegno, dal Fronte. Quello per l'annullamento dell'infame legge di impunitá  votata nell'86 a favore dei killer e torturatori del regime militare del '73-'85; e quello per la concessione del voto via posta ai 5 o 600 mila uruguayani della diaspora, che sono circa il 20% di una popolazione di poco piú di 3 milioni di abitanti.
Nessuno dei due è passato, e non di poco: i sí all'annullamento sono stati il 42% e i sí al voto per posta solo il 34%. E poco serve, a rendere meno amara la pillola, l'argomento che la settimana scorsa la Corte suprema ha proclamato la incostituzionalitá  della legge e l'altro che perseguire killer e torturatori giá  si puó, come mostra il fatto che i peggiori fra loro sono in carcere e gente come Juan Maria Bordaberry, il primo presidente del golpe militare del '73 (e il padre del candidato colorado di oggi), o l'ex-generale Gregorio álvarez, comandante in capo dell'esercito e presidente della repubblica durante la dittatura, sia stata condannata dai tribunali. A parte la valenza simbolica per la giustizia e i diritti umani, l'annullamento della legge d'impunitá  (contro cui non per caso si erano pronunciati sia Pedro Bordaberry sia Lacalle che ha lasciato anche capire di voler dare un indulto liberatorio, in caso vinca il ballottaggio, naturalmente in nome della «pacificazione nazionale») significava la possibilitá  di procedere direttamente contro esecutori e mandanti di allora, anziché, come capita oggi, caso per caso.
Ora si apre qui un mese di passione, dall'esito per nulla scontato. Nelle fila del Fronte c'era molta euforia, troppa. Cinque anni di buon governo social-democratico del presidente Tabaré non sono bastati. Nè i progressi sul piano dei diritti sociali e dei diritti civili, i posti di lavoro e i programmi di emergenza per i settori piú poveri, i risultati sul piano macro-economico che hanno meritato gli elogi perfino del Fondo monetario e hanno ridotto al minimo l'impatto della crisi globale scoppiata l'anno passato (l'Uruguay dovrebbe chiudere il 2009 con una crescita intorno all'1%).
Perché? Come mai l'altissimo indice di gradimento con cui sta uscendo Tabaré - intorno al 62-65% - non si è trasferito su Pepe? Un fattore è stato certo la scarsa o nulla sintonia fra Vá¡zquez e Mujica, nonostante la presenza come suo vice dell'ex ministro dell'economia, il pallido social-democratico Danilo Astori, a fare da ponte e garanzia di continuitá . Un altro fattore è stato la personalitá  conflittiva dell'ex-tupamaro Mujica, dipinto come un «populista radicale» piú vicino al venezuelano Chá¡vez che al moderato Lula (con cui peraltro non perde occasione di manifestare la sua affinitá ). Un terzo fattore, come ha ricordato la sera di domenica Astori, è che la sinistra - nonostante tutta la moderazione e sensatezza che possa dimostrare, come ha dimostrato il governo del Fronte - per vincere le elezioni deve sempre sputare piú sangue dei conservatori.
Da oggi comincia una nuova partita, senza piú le elezioni parlamentari di mezzo. Il 29 novembre sará  un referendum prima ancora che fra due programmi, fra due modelli di paese, uno che propone un Uruguay progressista e solidale, l'altro che propone un Uruguay della «restaurazione» e del liberismo. I due schieramenti - sinistra e destra - sono quasi pari. Dove andrá  a pescare il Fronte i (pur pochi) voti che gli mancano per vincere?
L'esito della contesa sará  importante non solo per il piccolo e appartato Uruguay. Perché quel 29 novembre se qui il Fronte amplio dovesse perdere e lo stesso giorno i golpisti dell'Honduras riuscissero a tenere elezioni che suonerebbero inevitabilmente come la legittimazione del golpe di giugno contro il presidente costituzionale Zelaya, sarebbe un inizio di pessimo auspicio nella lunga corsa elettorale che da adesso fino alla fine del 2012 vedrá  andare al voto 11 paesi dell'America latina. Il continente della speranza.

 

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