News per Miccia corta

24 - 10 - 2009

Giuliano Vassalli, il giurista partigiano che salvó Pertini


(la Repubblica, sabato 24 ottobre 2009)

 

 

   

Socialista, laico, eppure amico di Moro. Fu uno dei primi penalisti 

 

Fu torturato dalle Ss: "Ero cieco per le botte che avevo ricevuto" 

 

 

FILIPPO CECCARELLI 

 

 

 

Se ne vanno gli ultimi padri della Patria: e se l'espressione puó suonare retorica o di circostanza, nel caso di Giuliano Vassalli questo rischio non esiste perché fu proprio lui, giovanissimo avvocato e assai promettente giurista, a salvare letteralmente la vita a Saragat e a Pertini, cioè a due futuri presidenti della Repubblica, organizzandone la piú rocambolesca evasione dal famoso VI braccio del carcere di Regina Coeli, cella numero 306.

Era il gennaio del 1944, l'occupazione nazista al suo massimo di ferocia e a colpi di moduli, timbri e carte intestate del Comando militare germanico, Vassalli e altri coraggiosi partigiani socialisti riuscirono a trarre fuori di galera ben sette illustri compagni, e senza spargimento di sangue, proprio come in un film.

Vassalli è morto a 94 anni, un'etá  che conferma la tempra anche fisica di quella generazione. Quattro mesi dopo quell'azione, che gli valse la medaglia d'argento, fu lui a finire nelle grinfie delle Ss. Alla data del 9 aprile del 1944 si legge nei Diari di Pietro Nenni: «Sulla sorte di Giuliano non è possibile farsi illusioni...». A tal punto Nenni non riusciva a darsi pace da scrivere per lui, «il migliore dei giovani intellettuali venuto al socialismo dalle organizzazioni fasciste», una specie di elogio funebre anzitempo: «Severo, apparentemente freddo, silenzioso, c'era in lui una febbre d'olocausto, quasi un bisogno fisico e morale di espiazione. Appunto perché aveva negli anni giovanili creduto nel fascismo... si sentiva in dovere di riscattarsi agli occhi suoi. E nel partito aveva scelto gli incarichi piú ardui, i piú anonimi, i piú difficili».

Rischiano di fare uno strano effetto, al giorno d'oggi, queste parole, queste storie - ed è un problema. Quando Vassalli fu caricato nella macchina delle Ss pensó che era meglio uccidersi che finire a via Tasso: «Ero giá  cieco dalle botte subite nel tragitto, rimasi con i grumi di sangue negli occhi per 20 giorni, ero talmente ferito che mi avvolsero in una coperta e cacciarono via tutti i civili che si erano fermati davanti al portone, nessuno doveva vedere in che stato mi avevano ridotto. Sapevo cosa voleva dire entrare a via Tasso dieci giorni dopo la strage delle Fosse Ardeatine». In cella gli legarono le mani dietro con i ferri a scatto. Poteva mangiare in una ciotola come un cane. Rimase lí due mesi.

Ma fin da allora, evidentemente, c'era qualcosa di speciale nella lunga vita di Vassalli, se da quell'inferno fu liberato per le pressioni di Pio XII e della famiglia Agnelli, specie da parte di Virginia, la mamma dell'Avvocato. Se non fosse banale, si potrebbe dire che l'intervento simultaneo e indipendente di quelle due entitá , la Chiesa e la Fiat, in qualche modo preludesse a un destino straordinario fatto di riconoscimenti anche politici, amicizie privilegiate, onori accademici, benessere economico, seggi in Parlamento, questi ultimi perfino trascurati per la enorme passione che ha portato Vassalli a essere uno dei primi penalisti d'Italia.

«Professorone di grande e meritata fama», lo descrive Nenni negli anni speranzosi e sereni del primo centrosinistra. Autorevole, ha scritto una volta Eugenio Scalfari, «fin dalla nascita». Laico, senz'altro, eppure amico di parecchi democristiani. Socialista, poi socialdemocratico, poi di nuovo socialista. Giudice costituzionale e poi presidente della Consulta. Tra il 1987 e il 1991 è stato ministro della Giustizia. Da via Arenula ha pilotato il nuovo codice di procedura penale e porta il suo nome una legge sulla droga, invero restrittiva, anche se non proprio risolutiva.

Uomo intellettualmente curioso, per tanti versi affascinante. Eppure, soprattutto un personaggio di collegamento tra mondi diversi, personaggi e poteri lontani fra loro. Molto preparato, molto a modo, molto di mondo, molto riservato. Virtú che ne hanno fatto un perfetto consigliere spesso e volentieri invocato a distribuire suggerimenti sulle faccende piú spinose e delicate, dallo scandalo Sifar alla trattativa sul caso Moro fino a imbastire la procedura per una eventuale grazia per Bettino Craxi.

Questi per ben due volte, nel 1978 e poi nel 1992, l'ha proposto al Quirinale; ma per due volte prima i comunisti, che non gli perdonavano di aver difeso un faccendiere dello scandalo Lockheed, ma soprattutto l'atteggiamento sul caso Moro, e poi i pidiessini hanno bloccato l'ascesa di Vassalli al Colle.

Era l'ultima volta che per tante ragioni, anche anagrafiche, una classe politica destinata alla piú rapida rovina si rivolgeva a un eroe della Resistenza. L'esito della vicenda non salvó la Prima Repubblica. Forse giá  allora i padri della Patria avevano smesso di essere stimati per quello che erano. 

I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori