News per Miccia corta

22 - 10 - 2009

Il doppio stato

(Sbilanciamoci.info)

 


Sono da sempre a disagio con l'espressione conflitto di interessi per intendere la compresenza nella stessa persona delle funzioni di controllore e controllato, di concedente e affidatario di pubblico servizio o concessione, di valutatore e valutato, di imprenditore e politico, di assessore alla sanitá  e produttore di protesi mediche.

Mi rendo conto che l'uso del termine ha fini virtuosi. Il conflitto dovrebbe essere quello tra l'interesse privato (dell'imprenditore, del produttore di protesi, del valutato, dell'affidatario), e quello pubblico, generale (rappresentato dal valutatore, dal politico, dall'assessore). Sarebbe un conflitto tra l'essere e il dover essere. Il termine viene usato per ribadire che il politico, l'assessore, il valutatore, non stanno lí a fare i comodi loro ma a servire il pubblico; per difendere la concezione della politica, in democrazia, come servizio, o anche come servizio, oltre che come ricerca di un potere legittimo per realizzare il mandato che gli elettori, direttamente o indirettamente, affidano a chi svolge un ruolo pubblico.

Purtroppo l'espressione fa pensare ad una difficoltá , ad un dilemma percepito, a un evento che si cerca – che tutti cercano – di impedire o depotenziare; persino, volendo esagerare, a un disagio, ad un trauma personale. Come faró mai a decidere con equitá  sulla carriera di mio figlio? Non danneggeró gli altri concorrenti? O non danneggeró lui, per sottolineare la mia imparzialitá ?

Tutti sappiamo che non è cosí. La compresenza di ruoli incompatibili nella stessa persona è diventata lo strumento piú importante per la conquista e l'esercizio del potere, per la selezione della classe dirigente, per la scelta – è del tutto improprio parlare di elezione – dei parlamentari, per l'accesso e il successo nella dirigenza pubblica e negli enti pubblici e privati.

L'essere imprenditore nelle telecomunicazioni e monopolista della pubblicitá  rende piú facile vincere le elezioni, e diventare Presidente del Consiglio, e nominare i dirigenti della televisione pubblica, al di lá  delle attribuzioni formali, e scegliere i parlamentari, e trattare i propri affari con capi di stato esteri, ecc. L'essere valutatori consente di promuovere i propri clienti e rimuovere quelli altrui, di decidere, davvero, giorno per giorno, le scelte di universitá  e aziende, ministeri e partiti. Cosí si governa.

Bisognerebbe parlare di convergenza, non di conflitto di interessi. Dire conflitto nasconde la realtá , rende impossibile o sviante ogni analisi ed azione. Meglio ancora, per dare un po' di spessore all'analisi, bisognerebbe dire unioni personali.

Unioni personali fu l'espressione che Carl Schmitt usó, nel '38, a Milano, ad un convegno di giuristi sugli stati a partito unico – Italia, Unione sovietica, Germania – per designare lo strumento con cui il partito nazionalsocialista aveva interamente rovesciato la costituzione tedesca senza dirlo.

La tesi proposta dalla presidenza – italiana – del convegno era stata che in Italia lo Stato controllasse il Partito; in Russia il Partito controllasse lo Stato; in Germania Stato e Partito fossero ciascuno sovrano nel proprio ambito. Infatti, diceva la relazione, c'erano i tribunali speciali per giudicare tutti gli atti dei membri del partito nazionalsocialista, in qualunque ambito, mentre per tutti gli altri cittadini c'erano i tribunali ordinari; e la Costituzione restava in vigore, sostanzialmente senza modifiche.

Schmitt cominció col dire che rifiutava interamente la tesi. Che i giovani giuristi tedeschi diffidavano delle idee generali. Che sembrava che la Costituzione fosse rimasta immutata; ma era stata interamente rovesciata attraverso una serie di unioni personali. Membri fedeli del Partito, gerarchicamente obbedienti al Fuehrer, erano stati nominati in tutti i ruoli. Il partito nazista controllava tutto. La Costituzione era un guscio vuoto. La vera macchina del potere si muoveva sotto le sembianze costituzionali sostituendo integralmente i meccanismi legali. Era, scrisse Neumann, Behemoth, la sorella cattiva di Leviathan; era Il doppio stato, l'espressione che Fraenkel usó come titolo per il suo libro piú noto.

Ci sono due tipi di obiezioni a queste affermazioni. Si puó dire che tutto il mondo è paese, che se i meccanismi della democrazia fossero perfetti Democracy Incorporated – il dominio delle grandi aziende sulla politica e la aziendalizzazione della politica – non sarebbe stato mai scritto (Sheldon Wolin, 2008), o non sarebbe stato preso sul serio, le agenzie di rating non sarebbero state legate a filo doppio con le banche e le finanziarie, non ci sarebbe mai stata la crisi attuale, le assicurazioni sanitarie non stringerebbero alla gola il Presidente degli Stati uniti: rassegnamoci. Si puó dire che non è vero che qui ci sia il doppio stato, che non c'è il partito unico – ce ne sono anche troppi –, che nessuno ha ammazzato gli spartachisti, e le Sa, e gli ebrei: non fasciamoci la testa prima di averla rotta, non facciamo paragoni impropri.

Ci sono due linee di risposta.

E' vero che il dominio dell'economia sulla politica è un fenomeno globale. Che la malavita ha un notevole peso anche nei paesi che prendiamo ad esempio. Ma ci sono differenze; e questo paese non è messo bene nelle graduatorie. Certo, al peggio non c'è mai fine: ci sono i piú di 100 morti ammazzati per 100.000 abitanti di Caracas, Bogotá , Johannesburg, contro i meno di 1 di Torino. Ma Obama non si è fatto eleggere dichiarando di avere una vocazione maggioritaria – bolscevica, se si vuole guardare alle continuitá  – e cercando di liberarsi delle minoranze. Si è fatto eleggere alla carica di Presidente degli Stati uniti, controllata dal Senato, dalla Camera, dai giudici, dalla stampa, con poteri e limiti, elastici qualche volta, ma ben esistenti nella Costituzione. Non si è candidato come per una elezione diretta ad una carica monocratica ombra di Presidente del consiglio, che non esiste nella Costituzione, non controllata da nessuno, non imputabile per legge, arbitra del suo partito, padrona di buona parte del sistema dei media, come hanno fatto, simmetricamente, Berlusconi e Veltroni. (Poi ha vinto quello che era potente davvero nella parte oscura del doppio stato.) Le differenze contano, sia per la minore violenza sia per la maggiore illegalitá  e incostituzionalitá .

Kefauver nel rapporto Crime in America, che aveva un capitolo su Chicago, scriveva che in qualunque posto se uno va ad escort (come si dice adesso), gioca d'azzardo, si droga, sa di dover avere a che fare con la malavita. Chicago era diversa perché lí bisognava avere a che fare con la malavita per fare una festa di nozze, per farsi seppellire, per andare in ospedale, per farsi lavare una camicia. Ecco, noi siamo come la Chicago di allora. Con meno morti ma con una pervasivitá  simile. Non per niente Luciano Gallino, forse il sociologo italiano piú autorevole in piena attivitá , dovendo aprire una settimana di discussioni storiche e sociologiche sulla politica in Italia, all'Universitá  di Torino, ha scelto come tema l'illegalitá . E, giustamente, nessuno si è stupito. Qui abbiamo persino smesso di far finta.

La seconda linea di risposta riguarda la legittimitá  dei paragoni.

Certo che nella Germania del primo dopoguerra la violenza era incomparabilmente maggiore; che c'erano i corpi armati, che qui non ci sono, anche se qualcuno li vorrebbe, con le camice di un colore piú vivace; che il Partito, vinte le elezioni, per cui Hitler ringraziava i contadini tedeschi per avergli dato il possesso legittimo della forza, cancelló gli altri e abolí i sindacati dando in cambio la presenza dei rappresentanti dei dipendenti in Consiglio di amministrazione. Ma la tendenza a una consociazione unica, a rapporti bloccati o contrattati, è ben presente da tempo. Da decenni l'Italia viene governata attraverso le aziende pubbliche, attraverso giornali di proprietá  di aziende pubbliche, anche ottimi, attraverso un infinito sistema di sottogoverno. Quello che è, o sta diventando, doppio stato si è chiamato partitocrazia, come non si stanca di ripetere Marco Pannella, lottizzazione, consociativismo, sottogoverno. Questo disastro non lo ha costruito Silvio Berlusconi, a mani nude.

Ma una discontinuitá , grave, c'è stata. Il sottogoverno è diventato Governo, l'illegalitá , messa alle strette, ha deciso di autolegittimarsi, condonandosi, prescrivendosi e dichiarandosi penalmente irresponsabile. I rari liberali che avevano appoggiato la discontinuitá  perché, come sempre, avevano piú paura delle classi subalterne che della illegalitá , sono scomparsi, sostituiti, come l'altra volta, dai socialisti, dai nazionalisti – quelli di An, preferisco gli aggettivi derivati dalle idee alle sigle – dai nazionalisti etnici, che, per le idee, sembrano tanto dei neo-nazi. Siamo qui a sperare che i nazionalisti non ripetano fino in fondo la vecchia fusione che portó al Partito nazionale fascista e si schierino per una qualche forma di repubblicanesimo.

In ogni caso i paragoni si possono fare sempre: basta limitarli agli aspetti di cui si parla.

Come è nota la appropriazione da parte di Benito Mussolini dei programmi del New Deal nel discorso di Pesaro, e sono note le ambiguitá  della intellighenzia liberale di cui ha scritto Gabriele Turi in Il fascismo e il consenso degli intellettuali, e si puó ben ricordare che le spedizioni in Kossovo, Iraq e Afghanistan non sono la guerra di Spagna e la conquista dell'Impero, è anche evidente che tra Alfredo Rocco e Castelli o Alfano, tra Giovanni Gentile e la Gelmini, c'è un abisso di qualitá , a tutto vantaggio dei ministri fascisti. Giovanni Gentile, con Giorgio Pasquali e tanti altri, pensó e realizzó una riforma della scuola, in cui siamo cresciuti e che non ci piace, che segregava i fruges consumere nati dalle élites, ma era qualcosa; la Gelmini non esiste; è una licenziatrice di insegnanti che approfitta del pensionamento per etá  di metá  dei dipendenti della scuola in pochi anni per aver partita vinta e tagliare la scuola pubblica senza neppure scontrarsi davvero.

Si puó dire: cosa cambia se parliamo di convergenza di interessi e doppio stato anziché di conflitto di interessi?

Cambia che ci rendiamo conto che chi non è forte nel doppio stato o non lo sta combattendo, non denuncia le illegalitá , non si presenta con una visione generale, è fuori, politicamente non esiste. Non è debole, non esiste. Denunciare la malavita al potere non è essere forcaioli ma difendere la libertá , e le alternative, anche economiche.

Gli eredi del Pci, che della lottizzazione erano stati parte subalterna ma importante, hanno pensato di avere un ruolo nel doppio stato, di governare anche loro con presenze nelle aziende, nelle banche, nelle televisioni, pensando di poter affidare a una sorta di giudizio di dio elettorale la scelta del Capo. Tutti o quasi tutti sembrano aver accettato il Fuehrerprinzip. Tutti vogliono scegliere un leader, un duce, non un segretario o un candidato: l'uno o l'altro dovrebbe essere. Candidato a una carica, una alla volta, non a fare il Capo. In questo congresso del Pd qualcuno usa una terminologia meno totalitaria, ma nella maggior parte degli interventi e dei commenti si parla ancora di leader. "La volontá  di un popolo non è la somma delle volontá  dei suoi membri ma la volontá  di quell'uno che la rappresenta, in quanto ci riesca" – recitava la voce Fascismo della vecchia Treccani, scritta da Giovanni Gentile e firmata da Benito Mussolini. A questo siamo tornati: a destra sovranamente; ma anche altrove.

Contro il doppio stato non vale dire che i problemi dei lavoratori sono la disoccupazione, la crisi, la famiglia. Cosí si rischia di finire nella vignetta di Altan sulla Repubblica di venerdí 25 settembre: "La gente vuole libertá  di informazione." – dice un genuflesso. "Ma che pensino a sbarcare il lunario quei disperati con le pezze al culo!" – risponde il Banana. E' il doppio stato – le convergenze di interessi, la illegalitá , la evasione fiscale, la assenza giuridica e politica dei lavoratori migranti – il macigno che ci impedisce di discutere chiaramente di alternative. I pochi esempi di successo, parziale e locale, come la opposizione alla Tav, fino ad ora, derivano dall'essere stati capaci di partire dai problemi e schierarsi contro la convergenza di interessi tra costruttori e amministratori con una visone generale.

Almeno una parte della sinistra potrebbe obbiettare che loro sono contro il Capitalismo, per il Comunismo, e che questa è una prospettiva sufficiente. Qualcuno ha deciso che stare al governo è stato un errore – ed è vero; non in quella maniera! – e che questo basta. Ma qualcosa di piú bisogna aggiungere, sulla legalitá , sulla natura dello Stato, sugli obbiettivi istituzionali, economici, di politica estera, oltre la difesa dei posti di lavoro. Altrimenti vale sempre l'argomento che il Capitalismo finirá  da sé, perché andava fortissimo quando c'erano pochi prodotti e molte risorse; ma non puó sopravvivere alla sovrabbondanza dei prodotti e alla fine delle risorse, se qualcuno non scopre che da qualche parte c'è un'altra Terra da sfruttare.

La prossima pars destruens della distruzione creatrice potrebbe costare mezzo miliardo di morti anziché 50 milioni; e non ci sono risorse per la prossima pars construens. Cosí non si va da nessuna parte. Dovremmo almeno rendere il passaggio meno disumano, come diceva l'uomo con la barba un secolo e mezzo fa.

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