News per Miccia corta

22 - 10 - 2009

«Noi, dissidenti e artisti della Ddr al crocevia della storia con la Stasi»

(Unita.it)

 

di Roberto Brunelli

Questa è la paradossale storia del muro che ha spaccato il mondo in due e che, da quando è crollato, ha diviso il mondo nuovo da quello vecchio. Ed è pure la storia di quelli senza i quali quell'infinita barriera che ancora oggi è uno squarcio nell'identitá  dei berlinesi non sarebbe mai venuta giú, il 9 novembre 1989. Ralf Bartholomá¤us è uno di loro. Prima della «svolta»,come la chiamano i tedeschi, lui era il piú provocatorio gallerista della Ddr. «Quelli della Stasi mi venivano a trovare spesso», racconta divertito nella sua Galerie Weisser Elefant, che sta a due passi dal Checkpoint Charlie. Ovvio: le mostre che ospitava Bartholomá¤us erano deri veri e propri happening della controcultura. Performance anche feroci, come quella di Else Gabriel, che ficcava la testa in un secchio pieno di sangue. Cose incomprensibili, per il regime di Erich Honecker. «Tanto incomprensibili che nonsapevano nemmeno cosa esattamente vietare». C'era Gundula Schulze, che fotografava parate militari e uomini in uniforme: ma in ogni foto c'era sempre qualcosa di strano, di obliquo, di disturbante. «Arrivavano e dicevano: no, questo proprio non va bene. E noi rispondevamo: "E perché? A noi ci piacciono tanto le uniformi, noi stessi vorremmo sempre marciare per il Socialismo", e lui se ne andava con le pive nel sacco». La resistenza al regime si faceva anche cosí, nonostante i tanti fermi, i tentativi di fuga finiti nel sangue, le pressioni e gli interrogatori. ሠanche in questi ambienti - tra gli artisti di Prenzlauer Berg e di Mitte - che è iniziata la «rivoluzione pacifica» che ha portato alla dissoluzione della Ddr. Le marce silenziose, la folla accalcata alla Porta di Brandeburgo, quelli del «Wir sind ein Volk - Siamo un solo popolo» sono arrivate dopo, quando giá  avevano cominciato a dissolversi le barriere invisibili, prim'ancora di quelle materiali.

Era stata quella ristretta cerchia di intellettuali, di artisti, di pittori, ed in piú gli ambienti quella chiesa evangelica con le loro veglie, ad osare l'impensabile. «Si avvertiva che le cose stavano cambiando sin dall'estate dell'89», dice Bartholomá¤us. «Semplicemente, non avevamo piú paura». Dalle labbra sfuggivano improvvisamente liberate le parole che nessuno credeva di poter dire: «Democrazia adesso... o mai!». Dall'ottobre in poi si susseguirono le manifestazioni, di giorno in giorno sempre piú imponenti. «Io sono sicuro che alla fine dentro i cortei ci fossero anche dei provocatori infiltrati: erano quelli che invitavano alla rivolta violenta, cercavano lo scontro. Noi imploravamo "niente assalti", perché sarebbe stato un bagno di sangue: il regime non aspettava altro ». Eppure, il 9 novembre arrivó in qualche modo inaspettato. «Mi chiedevo: ma da dove viene tutta questa gente? Davveronon sapevo che fossimo cosí tanti ad opporci a Honecker e alla sua banda. Tutto era successo cosí in fretta... vede, noinemmeno la volevamo, la caduta del muro. Non subito almeno. Speravamo che ci sarebbero state delle vere riforme, temevamo quello che in effetti poi è stato: l'essere fagocitati dall'Occidente ». Nondimeno, il sollievo di Ralf fu immenso, dopo la caduta. ሠuna storia nella storia, questa. «Come si sa, il problema da noi all'est erano le spie della Stasi: chiunque poteva essere uno prezzolato dal Ministero per la Sicurezza di Stato». Stavano dappertutto. «Ci furono casi clamorosi anche tra le figure piú in vista: gente che guidava la dissidenza e al tempo stesso faceva la spia, come lo scrittore Sascha Anderson. Perché lo faceva? Io credo che ci fosse un senso di onnipotenza in questo atteggiamento: l'illusione di poter controllare sia oppressi che oppressori». Una spirale perversa, che finí per inghiottire lo stesso Bartholomá¤us. Lui stesso venne accusato dai suoi compagni del «giro» degli artisti di essere stato assoldato dalla Stasi. «Mi trovavo in una situazione particolare », racconta guardandoti dritto negli occhi. «Spesso avevo avuto a che fare con gli uomini della Staatsicherheit: ero una specie di "osservato speciale" per le azioni nella galleria, per i discorsi che tenevamo pubblicamente: per esempio il giorno del massacro di Tien An Men decidemmodi discuterne liberamente in Galleria, ma lasciammo le finestre aperte in modo che quelli della Stasi sentissero bene. Al tempo stesso avevo imparato a conoscere la loro lingua, per cosí dire: era l'unico modo di sfangarla».Un crocevia pericoloso.

LA SINDROME DEL SOSPETTO Un giorno capitó l'imprevisto: alla sua amica e collega Gundula Schulze, che aveva fatto richiesta per un viaggio all'Ovest, era stato inaspettamente ritirato il passaporto. «Quelli della Stasi avevano saputo che lei voleva stabilirsi a Parigi. Ero l'unico a cui l'aveva detto. Era convinta che non potessi che esser stato che io. Mi odiava». Un peso che si sciolse solo dopo che il muro era crollato. «Fu solo quando si poterono leggere tutti gli atti della Stasi che fu chiarita la mia posizione. Si scoprí che a tradirla fu un artista dell'Ovest. Un insospettabile. Straordinario, no?». Dopo il 9 novembre tutto cambió, ovviamente. L'effervescenza creativa dei mesi precedenti la «rivoluzione pacifica» si spense. «Gli artisti si dispersero. Tutti volevano farsi conoscere all'Ovest». La Germania riprese la sua strada, un lungo viaggio che porta all'immensa vivacitá  culturale della Berlino di oggi. Ralf Bartholomá¤us sorride: il muro e le sue ferite lui le conosce bene.

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