News per Miccia corta

21 - 10 - 2009

L'illusione dei terzisti

(la Repubblica, mercoledí 21 ottobre 2009)

 

 


ADRIANO SOFRI


Sulla scia della polemica con Repubblica, il Corriere della Sera ha ospitato una sequenza di autorevoli interventi tesi ad argomentare le virtú di moderazione e mediazione. Ne citeró qualche brano, ma vorrei subito esprimere una perplessitá  di fronte alla metodica lode della via di mezzo.

Essa sembra persuasa che l'attaccamento alla misura, e rispettivamente all'"estremismo" e alla "faziositá " – ovvero all'intransigenza e alla radicalitá , nella versione della difesa – contrassegni una volta per tutte individui e partiti e giornali, come una specie di carattere ereditario, piuttosto che mutare col mutare delle circostanze e dei contesti. Tutti moderati terzisti al Corriere, tutti faziosi neogiacobini a Repubblica, tutti odiatori estremisti in qualche altra redazione. Mi pare che cosí si afferri solo una piccola parte della realtá . Non solo perché esistono faziositá  di centro ed estremismi senili eccetera, ma perché si cristallizzano dei relativi atteggiamenti umani e politici in categorie psicologiche, in una metafisica della terza via. Lo scivolamento è implicito nella classificazione di Angelo Panebianco: «Sono tre i tipi umani che piú frequentemente si incontrano/nella minoranza interessata attivamente alla politica/: l'estremista, il fazioso, il pluralista». Esiste, per fortuna anche il tipo umano che fa dipendere la propria scelta civile e politica dalla situazione che si trova ad affrontare. Perfino Gandhi, che propugnava la nonviolenza come risorsa dei forti, preferiva la ribellione violenta piuttosto che la viltá . Se è cosí, la questione non puó che essere riportata, dal catalogo delle categorie di tipi umani, al confronto sulla concreta situazione civile italiana, che è stato ridotto a un ennesimo rimando alla maneggevole nozione di regime.
Succede di adattare il proprio atteggiamento al variare delle circostanze, e anche di mutar carattere nel corso del tempo. Attingo alla mia esperienza: ho avuto, non solo per impazienza giovanile, una predilezione per la rottura, e l'ho mutata poi, sicché quello che all'ansia di un mondo nuovo appariva detestabile, l'Italia centrale e i ceti medi e ogni clima temperato, si mostrava ora come un riparo al peggio. Una conversione dal chiodo al nodo. Il nodo, nella sua paziente duttilitá  e reversibilitá , mi sembrava ora l'alternativa alla forzatura virile del chiodo. E tuttavia la conversione, anche la piú sentita, non basta a orientare una volta per tutte l'esistenza. La predilezione per la medicina preventiva e il ripudio dell'armamentario chirurgico della politica (la rivoluzione levatrice della storia, il forcipe che dá  alla luce l'uomo nuovo...) non mi ha esonerato dal diventare oggetto di una chirurgia spericolata, e di doverle il mio tempo supplementare. Immagino che tanti possano ricapitolare vicende analoghe. Se restassimo al luogo comune della perenne Italia di guelfi e ghibellini, concluderemmo che la polemica di questi giorni non è che la prosecuzione di quella fra la fermezza e la trattativa sul sequestro di Moro. Non è cosí. Né gli schieramenti di oggi riproducono la contrapposizione di allora, né le posizioni di allora sono uscite indenni dalla lezione del tempo. Era vero che fermezza e trattativa corrispondessero in una certa misura a dei "tipi umani" della commedia italiana – la corazza statalista del Pci che soverchió l'amalgama di duttilitá  umana e quieto vivere democristiano – ma non si trattó solo di quello, e ciascuno fu davvero messo di fronte a un lacerante problema di coscienza. Succede oggi: finora, per fortuna – la chiamo fortuna per brevitá  – senza una precipitazione tragica. E anche per questa eventualitá  non si sa che evocare il fantasma degli anni 70, ai quali niente dell'anno corrente assomiglia: senza che constatarlo serva a rassicurare, perché odio e stragi e agguati sanno trovarsi una strada in qualunque decennio senza bisogno di emulare o parodiare altre violenze e altri odii.
Anche nello spiritismo sugli anni 70, ciascuno fa ballare il tavolino dalla propria parte: paventando un reinizio di terrorismo privato o di stragi di Stato. ሠsconveniente dire in pubblico che la sera della sentenza della Corte Costituzionale non pochi italiani di una certa etá , un po' per scherzo un po' per scaramanzia, si sono detti che era una di quelle antiche notti in cui andare a dormire fuori di casa? Pazzia, dite? Puó darsi: per ora l'Italia è un posto in cui il capo del governo attacca la Corte suprema e il presidente della Repubblica che non l'ha messa in riga, in cui ministri denunciano un golpe di sinistra in corso e altri ministri annunciano l'ira vendicatrice della piazza, e simili escandescenze centroamericane passano come eccessi verbali, intemperanze gravi ma non serie, al solito. Salvo che si decida di prendere sul serio le cose gravi. La parola rivoluzione è ormai patrimonio di Berlusconi. C'è un dualismo di potere ribaltato secondo Berlusconi: il suo – «l'unico eletto direttamente dal popolo» – contro l'altro, quello delle istituzioni, privo dell'investitura elettiva, e inquinato dalla faziositá  rossa. La rivoluzione incaricata di sciogliere il conflitto è affare del governo. Non siamo nemmeno piú all'opposizione fra capitale morale milanese e capitale del malaffare romano, né alla mira di Berlusconi per il Quirinale, cui se non altro il famoso "sputtanamento" ha accidentato il cammino: caso mai, come nelle rivoluzioni da manuale, alla sfida fra due palazzi, il Quirinale da svuotare di prestigio e inquilino, e palazzo Chigi da investire del potere pieno presidenzialista. Ora, in qualunque modo ci si balocchi con la parola regime, un quadro simile, ammesso che non venga negato per opportunismo o per assuefazione, complica l'intenzione di «avere sempre a cuore una cultura di terzietá », cara a Giuseppe De Rita. Come io col nodo, e lui senza nemmeno bisogno di conversioni, De Rita dichiara che «fare oggi politica è mestiere da tessitore, di chi lavora sul rovescio della stoffa, tirandone via via i fili e capendone via via il senso». Infatti: purché altri non abbiano tagliato corto. C'è oggi un'Italia del nord leghista e secessionista-annessionista che colonizza il Pdl, e un'Italia del sud vastamente infeudata alla malavita: e in mezzo un'Italia del centro sempre piú stretta fra quei due estremi. Nemmeno un paesaggio jugoslavo è escluso da questa mappa che scherza con le ronde e il federalismo ad usum delphini. Da tempo, la domanda vera non è quella, esorcistica, "Dove andremo a finire?", ma l'altra: "Dove siamo andati a finire?". La terza via è un tentativo coraggioso e degno all'andata, quando si stia andando a parare malamente – lo fu perfino l'Internazionale Due e Mezzo, quando la parola d'ordine fanatica era la Scissione a oltranza. La terza via è invece un inciampo al ritorno, quando ci si ritira da un fallimento e non lo si sa riconoscere, e si preferiscono gli infiniti aggiustamenti della riconversione alla conversione necessaria e possibile. Fu cosí per la terza via berlingueriana, un aggrapparsi a un filo d'erba mentre si rotolava giú. La terza via di oggi si illude di distinguersi grazie a un tratto dialogante, se non irenico (aggettivo evocato da Andrea Riccardi, che se ne scusa: ma sarebbe bello) contro l'attitudine alla demonizzazione e al malaugurio. Quando sia possibile, una soluzione terza è benvenuta. Perfino l'apologia di una "zona grigia", inaccettabile quando venne avanzata per una dose modica di tortura, è plausibile quando miri a sventare la nutrizione forzata per legge. Ma i comportamenti di Berlusconi e della sua corte hanno provocato una ulteriore degradazione dello spirito pubblico, della selezione alla rovescia della classe politica, del discredito delle istituzioni e della derisione dell'Italia nel mondo – e non perché vi si soffra di una dittatura birmana o di una persecuzione delle opinioni iraniana, ma perché vi si deforma caricaturalmente la democrazia. Scrive Panebianco: «La democrazia è un regime moderato. Ha bisogno che a guidare i governi siano sempre forze moderate, di destra o di sinistra, e che le componenti estremiste siano tenute a bada». Appunto. Chi ritenga che serenitá  e luciditá  di giudizio consistano in un'equidistanza fra il governo e i suoi presunti «nemici politici ed editoriali» s'inganna, e inganna se stesso.

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