News per Miccia corta

20 - 10 - 2009

La dittatura del presente

(la Repubblica, martedí 20 ottobre 2009)

 

 

 

 

 

Nel suo ultimo libro l'antropologo francese spiega i pericoli di un mondo da cui viene espulsa qualsiasi narrazione distruggendo il senso degli avvenimenti 

 

Viviamo un tempo chiuso, orfano delle lezioni del passato e delle speranze dell'avvenire 

 

I migranti espropriati della propria identitá  si devono riappropriare dei miti dell'origine 

 

 

MICHELE SMARGIASSI 

 

 

 

Ogni impero sogna di abolire la storia. Saper fermare il tempo è la prova d'esame del potere assoluto: riuscire a cancellare assieme il rimpianto del passato e la speranza del futuro è la sua garanzia di perennitá . Cosí ogni dittatura sul presente inaugura, inevitabilmente, una dittatura del presente. Ed è questa "presentizzazione" assoluta la minaccia che Marc Augé intravede dietro la maschera ottimista della globalizzazione e la sua eccitante coalescenza di tempi e di spazi. Un destino che l'"etnologo nel metró" paventa e denuncia in questo suo ultimo Che fine ha fatto il futuro? (Elèuthera, 110 pagine, 12 euro; ma il calembour del titolo originale, Oú est passé l'avenir?, allude anche alla scomparsa del passato).

Giá  da questi accenni si dovrebbe capire che nonostante la sua mole esigua non si tratta di un libro semplice. Va letto tutto con attenzione, tranne il sottotitolo inventato dall'editore italiano, Dai nonluoghi al nontempo, infondato (nel testo la parola nontempo non compare neppure una volta) e anzi dannoso perché accetta di ridurre una definizione seriamente fondata - nonluoghi - il cui travolgente successo ha rischiato di sommergerne la genialitá , a una formula rivendibile all'infinito sotto copertine sempre nuove. Non è cosí, per nostra fortuna.

Che fine ha fatto il futuro? è un libro intenso, percorso da tensione etica e anche politica, che forse deluderá  chi si è fatto di Augé l'immagine semplificata di un antropologo del quotidiano alla divertita esplorazione di metropolitane, aeroporti e parchi gioco.

Che fine ha fatto il futuro? è invece un testo dall'orizzonte filosofico, ed è forse quello in cui Augé prende piú nettamente le distanze dall'interpretazione postmodernista della contemporaneitá , di cui pure condivide il presupposto, ovvero che lá  dove la modernitá  aveva distrutto ogni mito delle origini, la postmodernitá  ha distrutto anche ogni utopia avvenirista.

Ma nel suo entusiasmo per la presunta libertá  che la «fine delle narrazioni» ci donerebbe, il postmodernismo sembra ad Augé «la versione cool ed ecologista della "fine della storia"». Alla postmodernitá  ottimista Augé contrappone la preoccupata visione di quella che chiama, non da oggi, surmodernitá , frutto del collasso dello spazio e dell'accelerazione del tempo in un pianeta sovracomunicante. Questo presente orfano delle lezioni del passato e delle speranze nel futuro, insomma, non gli appare affatto piú leggero di prima, ma piú denso, claustrofobico, saturo fino alla nausea dei surrogati della storia perduta: le immagini rese ubique da Internet, le rovine (che dissociano il senso del tempo dal suo scorrere), il turismo che unifica geografia e cronologia riducendo entrambe a spettacolo.

Questo presente è prepotente ma fragile, oppresso com'è da ansie e paure. La prima e piú terrificante delle quali, ovviamente, è la resurrezione di ció che si è cercato di abolire: la storia.

Ogni societá  dominata dal presente teme l'evento come la peste. Lo esorcizza fin che puó, sciogliendolo nelle spiegazioni di lungo periodo, negandone l'unicitá  e la rilevanza. Quando non puó, perché l'evento è troppo poderoso, allora il potere cambia strategia: per reagire all'insopprimibile eventualitá  dell'11 settembre George W. Bush resuscitó un cadavere sepolto da oltre sessant'anni, la dichiarazione di guerra (al Terrore), che è sempre stata la regina della storia évenémentielle, ma ora diventa il suo opposto, il ritorno alla rassicurante continuitá  (era una guerra enduring, perenne), evento che nega l'evento e promette di risolverlo e annullarlo.

Ma proprio per questo la sfida si fa piú dura e rischiosa. I frammenti di genere umano espropriati dalla storia, gli esiliati e i migranti costretti ad abbandonare la propria identitá  in un passato che viene ora dichiarato estinto, per rifondersi in identitá  straniere il cui futuro è programmaticamente bloccato, non hanno altra speranza di rivalsa se non riappropriarsi dei miti dell'origine come arma, e dei miti del futuro come programma d'azione, facendo ripartire la storia a colpi di eventi che non si possano sterilizzare, dunque sempre piú violenti ed evidenti.

Augé, che resta un umanista, cerca di chiudere il libro su una nota di volonteroso illuminismo, immaginando «le condizioni di un'utopia dell'educazione» che disinneschino la bomba. Purtroppo, ben piú realistica suona la sua profezia di poche pagine prima su ció che sta maturando ai margini della surmodernitá : «Se ció da cui sono esclusi è la storia, non bisogna stupirsi se il rischio di vederli rientrare nella storia per le vie piú pericolose e folli non è lontano». 

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