News per Miccia corta

01 - 10 - 2009

Pechino deserta e blindata al via lo show per Mao

(la Repubblica, giovedí 1 ottobre 2009)

 

 

  

Hu Jintao parlerá  dopo la parata militare: sfileranno nuovi carri armati e armi mai viste

E a New York l'Empire State Building sará  tutto illuminato di rosso e di giallo

 

GIAMPAOLO VISETTI

 

 

PECHINO

Quando le autoritá  chiudono piazza Tiananmen, la Cittá  proibita e il mausoleo di Mao, i cinesi non si aspettano nulla di buono e sanno che è meglio restare in casa. Succede raramente. Ogni dieci anni, per la parata militare. Nell'89 per la repressione di chi chiedeva libertá  e democrazia. Anche oggi: e l'occasione, pur ufficialmente festosa, non ha precedenti. La Cina celebra i 60 anni dalla nascita della Repubblica popolare. Il primo ottobre del 1949 Mao Zedong si affacció dalla Porta della Pace celeste per annunciare la vittoria della rivoluzione comunista. Oggi alle 10 Hu Jintao parlerá  dallo stesso balcone imperiale per sancire il successo globale dell'autoritarismo di mercato.

Nell'astrologia cinese il sei e il sessanta sono numeri speciali. Il primo significa continuitá , il secondo il compimento di un ciclo della vita. Il grande anniversario di oggi sintetizza entrambi i concetti: ma questa Pechino blindata e deserta, invasa da funzionari di partito, generali e missili atomici, testimonia che da Mao a Hu in realtá  tutto è cambiato. Il Grande Timoniere parló davanti ad una folla povera e in festa. L'attuale leader terrá  un discorso in una piazza da cui un popolo spaventato, in parte oggettivamente arricchito, è escluso.

Dopo sessant'anni il Partito comunista cinese è il solo, in una super potenza da 1,3 miliardi di persone, ad essere sopravvissuto immutato al Novecento. Oggi festeggia la sua vittoria, completa al punto che a New York l'Empire State Building, in onore dei suoi soldi, sará  illuminato di rosso e giallo. Il modo di celebrarsi, e di segnalare al mondo l'avvio irrefrenabile del «secolo cinese», tradisce peró un'inquietudine misteriosa. I preparativi della parata militare, dell'impressionante show nazionalista e dei fuochi artificiali della sera, sono iniziati da oltre un anno. L'evento, tra soldati, «volontari», figuranti e polizia, coinvolge un milione e mezzo di persone. Solo poche autoritá  peró, assieme ai protagonisti del business, alle stelle dello sport e dello spettacolo, possono vivere l'anniversario dal cuore del Paese. La popolazione deve assistere alla rappresentazione da lontano, davanti alla tivú. La capitale vive nell'incubo ossessivo di attentati. Contro il pericolo di «estremisti, separatisti e terroristi», è sigillata da giorni. Chiusi negozi, ristoranti e alberghi del centro. Quartieri sbarrati. Divieto di uscire sui balconi, o di affacciarsi alle finestre, pur traboccanti di bandiere. Fermata una linea del metró. Sospesi per alcune ore i voli dell'aeroporto internazionale. Bloccati decine di siti internet. Piú che una festa, l'atmosfera ricorda un assedio.

Negli ultimi due mesi sono stati arrestati 6500 dissidenti e attivisti. Centinaia gli oppositori spariti e migliaia gli abitanti dei villaggi bloccati prima che potessero raggiungere Pechino per protestare. Vietati i pochi libri che cercavano di sollevare qualche dubbio. Cosí oggi la Cina ricorda la sua drammatica storia contemporanea, che negli ultimi due anni ha visto le sanguinose repressioni in Tibet e nello Xinjiang, senza che all'interno si alzi una sola voce critica, o si avvii la minima riflessione pubblica sugli errori commessi. Costretto a isolarsi dalla gente, il potere ha affidato a immagini, simboli e scenografie hollywoodiane la glorificazione del proprio mito fondativo. Decine di film e sceneggiati gratuiti sugli eroi della rivoluzione gremiscono i cinema della nazione. Le tivú, da settimane, sono occupate da documentari rievocativi, interviste a reduci e a nuovi «lavoratori modello». Inni, slogan e brani musicali maoisti, dalle radio, sono approdati all'improvviso anche nelle suonerie dei cellulari stranieri. Un crescendo propagandistico maniacale, costruito anche sull'ordine e sulla pulizia, su fiori e giardini perfetti, sul taglio dei prezzi, benzina compresa.

In tale esaltazione collettiva, tutta mediatica, Hu Jintao chiuderá  oggi l'era dei leader nati prima della rivoluzione. Per tre ore, lungo Chang'An Avenue, sfileranno 52 tipi di missili nucleari e carri armati mai mostrati prima, 150 aerei da guerra, 56 reggimenti dell'Armata popolare di liberazione, diecimila soldati dotati di nuove e segrete armi leggere. ሠl'esibizione piú aspra, minacciosa e avanzata della crescita economica cinese. Tutto resta peró aggrappato ai simboli di un'epoca irrimediabilmente conclusa, ad un linguaggio vecchio. Il messaggio resta quello di Mao: «Esercito potente, nazione ricca». Sessant'anni dopo, alle stesse autoritá , è chiaro peró che la Cina del miracolo industriale è ormai l'opposto del fantasma ideologico che viene oggi messo in scena a Tiananmen. áˆ, in effetti, migliore e pronta ad essere assai piú moderna. I giornali annunciano un «fondamentale» discorso presidenziale, che «stupirá  il pianeta e chiarirá  il suo futuro». Ma si sente che un ciclo si chiude. Gli eredi del maoismo, sull'ingresso della Cittá  Proibita, sono circondati da un sesto della popolazione globale storicamente ignaro di un solo giorno di libertá .

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