News per Miccia corta

30 - 09 - 2009

Gorbaciov: ``L'Europa sperava nei miei carri armati``

(la Repubblica, mercoledí 30 settembre 2009)

 


L'uomo che era a capo dell'Unione Sovietica nel fatidico 1989 ricorda le prime elezioni democratiche nel mondo comunista, le crepe nei regimi dell'Est, il suo rifiuto di usare la forza. E l'ipocrisia dei governanti occidentali, contrari alla nascita di una Grande Germania


 

FIAMMETTA CUCURNIA

 

 

Mosca

Vent'anni dopo, Mikhail Gorbaciov racconta la storia sconosciuta del Muro di Berlino. Seduto nel suo ufficio di Mosca sul Leningradskij prospekt, parla con un filo di voce, con calma. Ma dalle sue parole traspare tutta l'emozione, la soddisfazione, ma anche l'indignazione, per quel che gli capitó di vedere in quell'anno fatale tra il 1988 e il 1989, che piegó per sempre la storia del Ventesimo secolo. Ricorda la gente di Berlino scesa nelle piazze, che gli gridava «Gorby, resta da noi!», «Gorby, freiheit!», libertá ! Torna con la mente agli avvenimenti che, davvero, sconvolsero il mondo, le riunioni con i partiti fratelli, ancora incerti e timorosi, gli incontri e le telefonate con Helmut Kohl, «l'inadeguatezza di Honecker», il capo comunista della Germania Est, che non sapeva capire. E poi «la feroce battaglia contro la perestrojka che si svolgeva a Mosca», mentre in Europa i leader occidentali cercavano di impedire la riunificazione tedesca.

Mikhail Sergheevic, quando ha capito che per la Germania era giunto il momento della riunificazione?

«La storia non si fa in un giorno e una data precisa non potrei indicarla. Il crollo del Muro di Berlino, in effetti, fu solo l'atto finale, il culmine di un processo che andava avanti da tanto tempo. Quando in Urss hanno cominciato a marciare i cambiamenti, si sono tenute le prime elezioni democratiche, e nei Paesi dell'Est europeo sono scoppiate le prime rivoluzioni, di velluto e non; quando è partito anche il processo di disarmo tra Usa e Urss, con lo smantellamento dei missili nucleari, ecco che una triste realtá  si è mostrata netta davanti a noi: la Germania, e solo la Germania, restava sul ciglio della grande strada della storia. Loro, i tedeschi, se ne sentivano offesi, amareggiati. Ed io li capivo».

Quale fu, a suo parere, l'atto di nascita della riunificazione tedesca?

«Stiamo parlando del 1988. Fu allora che in Germania si tennero le prime manifestazioni. A Mosca ci arrivava notizia di cittadini tedeschi dell'Est che cercavano di passare nella Repubblica federale attraverso la frontiera ungherese, direttamente o attraverso il varco austriaco. Poi lo stesso accadde con l'ambasciata tedesca in Polonia e in Cecoslovacchia, dove si poteva arrivare piú agevolmente e dove ora i tedeschi dell'Est chiedevano di essere aiutati a passare ad Ovest. Erano richieste sempre piú massicce e incalzanti, che divennero poi un fiume in piena nell'estate del 1989. Ma erano cominciate molto prima che la stampa ne venisse a conoscenza, molto prima che Hans-Dietrich Genscher (il ministro degli Esteri tedesco, ndr) potesse annunciare nella capitale cecoslovacca l'apertura della frontiera con la Repubblica federale tedesca. La storia si era messa in moto. Inutile cercare di rileggerla oggi in modo primitivo. Gli avvenimenti maturarono nel tempo, finché il loro fluire divenne cosí impetuoso da lasciare solo due possibili sbocchi: o trovavamo il modo di gestirli e governarli, oppure ci avrebbero travolto».

Quindi le fu subito chiaro che la riunificazione tedesca era imminente?

«Quello che capii giá  verso la fine del 1988 era che per fermare gli eventi era ormai troppo tardi. I tedeschi non avevano intenzione di abbandonare la piazze e tornarsene a casa, avrebbero resistito fino alla fine, fino alla vittoria. Il 26 gennaio del 1989, mentre a Berlino infuriavano le proteste, decisi di convocare una riunione del Politbjuró, allargata ai militari e ai diplomatici, per sondare gli umori. Tutti si dissero convinti che i tedeschi non si sarebbero arresi. Non ci furono obiezioni».

Il Pcus non temeva la riunificazione tedesca?

«Erano tempi di fuoco. Nel partito infuriava la battaglia, contro di me e contro la perestrojka. Soprattutto in quel momento. C'erano in ballo le grandi riforme politiche, le prime elezioni libere della nostra storia millenaria. Proprio nel 1989, il Politbjuró si riuní subito dopo il voto di marzo. Il risultato era stato sconvolgente: elezioni libere, con liste da sette a 27 candidati, invece dell'unico nome a cui eravamo abituati. Per la prima volta, tutte le organizzazioni avevano presentato i propri candidati e alla fine ben 35 segretari regionali del partito non riuscirono ad essere eletti, pur avendo a propria disposizione tutto il potere e tutti mezzi. A conti fatti, peró, l'84 per cento dei deputati eletti erano comunisti. Il Politbjuró non riusciva ad accettare che il nostro Paese, e con lui le nazioni che facevano parte del Patto di Varsavia, decidesse in piena autonomia se cambiare gli uomini al potere. Cosí, subito dopo, le forze reazionarie del partito cominciarono ad organizzarsi e a coalizzarsi contro i cambiamenti, che percepivano come una minaccia mortale. Furono colpi ferocissimi. Sempre di nascosto, alle spalle, perché non avevano né il coraggio né la forza di uscire allo scoperto. Piú d'una volta fui costretto a battere il pugno sul tavolo e dimettermi».

E i dirigenti tedeschi?

«Quell'anno andai in Germania due volte. A giugno ero a Bonn, dove incontrai Kohl. Fu un colloquio caloroso, molto, molto amichevole. I giornalisti mi chiesero poi se avevamo discusso le vicende tedesche. Certo che le avevamo discusse. Ma non avevamo deciso nulla. Non era una cosa che si poteva decidere al tavolino. Sará  la Storia, dissi, a decidere per noi. Quando? Io e Kohl demmo la stessa risposta, come se ci fossimo messi d'accordo: non prima del Ventunesimo secolo. Invece, le cose andarono diversamente. Ben presto fu chiaro che quel che accadeva in Germania non si poteva fermare. Kohl mi chiamó piú volte, ormai ci sentivamo spesso: "Che facciamo?". Io gli dicevo: "Stai attento, non fare mosse azzardate, altrimenti saranno guai". Fu allora che lui avanzó i famosi dieci punti per il riavvicinamento tra le due Germanie, che prevedevano una serie di tappe in vista della riunificazione. Noi a Mosca non fummo entusiasti di questa sua uscita, ma le imminenti elezioni tedesche gli imponevano di fare qualcosa».

Cosa trovó, invece, a Berlino?

«Arrivai a Berlino il 6 ottobre del 1989, per i festeggiamenti del quarantesimo anniversario della Rdt. Ricordo che avvertii subito il clima di inquietudine, un fermento nuovo. Mi resi anche subito conto che il potere aveva perduto il suo legame col Paese. Era una realtá  diffusa, che non riguardava direttamente la questione del Muro. Era come se i tedeschi stessero dando sfogo alla frustrazione di essere stati abbandonati e lasciati indietro, soltanto loro, mentre ovunque le trasformazioni si imponevano nei palazzi dell'Est. La gente non ci stava. Da mesi le piazze erano piene, piccole e grandi manifestazioni che sfidavano il regime. Quando arrivai, tra gli eventi organizzati per il Quarantesimo c'era anche la Fackelzug, la marcia delle fiaccole, a cui partecipavano i delegati di ventotto regioni. Mi trovai di fronte una massa di giovani e meno giovani, pieni di entusiasmo, che gridavano "Gorbaciov, resta qui per un mese! Gorby, libertá !". Il primo ministro polacco, Tadeusz Mazowiecki, venne da me e mi disse: "Mikhail Sergheevic, lei capisce il tedesco?". "Forse con un trattato avrei qualche difficoltá , ma quello che stanno gridando qui, lo capisco", risposi. E lui di rimando: "Allora capirá  che questa è la fine"».

ሠvero che Honecker di riveló uno dei suoi maggiori problemi?

«Lo incontrai proprio in quei giorni. Fu un colloquio lungo, di almeno tre ore. Lo osservai bene e mi sentivo a disagio, avevo l'impressione che fosse del tutto inadeguato alla grandezza degli eventi che stavamo vivendo. Come se non avesse la percezione di ció che realmente avevamo di fronte. Cosí, per il giorno seguente chiesi di poter incontrare tutta la dirigenza del partito. Non feci recriminazioni né li spronai ad agire. Fedele alla linea che avevo scelto, raccontai della perestrojka, di come, in qualche caso, eravamo arrivati in ritardo con le nostre decisioni e perció avevamo perduto, e di come, al contrario. altre volte ci eravamo affrettati troppo, finendo col rendere il compito assai piú difficile. I processi in corso, dissi loro, esigevano grande intelligenza. Poi questo discorso divenne famoso, riassunto nella formula "Chi arriva tardi, la storia lo punisce"».

Mikhail Sergheevic, come si comportarono i leader europei? ሠvero che avrebbero volentieri salvato il Muro?

«Questo è un tasto dolente. Ad esclusione degli Stati Uniti, posso dire che erano tutti contro. Margaret si era apertamente schierata per il no. Non lo diceva in pubblico, ma non ne faceva mistero durante gli incontri ufficiali. Era contrario Andreotti ed era ferocemente contrario Mitterrand. Piú furbo degli altri, diceva: "Amo talmente la Germania, che preferisco averne due". Tutti i leader europei avevano paura. Ma non facevano proposte su come affrontare la situazione. Mi fu chiaro che avrebbero voluto impedire il crollo del Muro e la riunificazione, ma volevano che a fermarli, materialmente, fossimo noi. Con l'esercito. Le truppe di Gorbaciov. Vennero tutti da me, uno dopo l'altro, a chiederlo, apertamente. Con Mitterrand andammo a Kiev, e ne parlammo. Solo dopo, quando tutto precipitó e si trattó di decidere, tutti firmarono».

Ha dei rimpianti?

«Ci ho pensato mille volte, in questi anni. Che cosa sarebbe accaduto? I carri armati e i soldati fuori dalle caserme in marcia su Berlino. Sarebbe scorso tanto sangue. L'Europa in mano ai militari da Oriente e Occidente, armati fino ai denti, due milioni per parte. Si sarebbe potuto arrivare alla Terza guerra mondiale. Sono certo che sia stato giusto cosí. E del resto, lo avevo detto sin dall'inizio, ai dirigenti dei Paesi del Patto di Varsavia, che non ci saremmo piú intromessi nelle loro vicende interne. Forse non mi credettero, ma io ho mantenuto la parola. Non siamo mai intervenuti nelle loro faccende. Ed è stata questa la loro tragedia».

Quindi lei trovó da subito legittime le aspettative dei tedeschi?

«La prima volta che andai in Germania era il 1966. Avevo ancora nel cuore il ricordo del dolore, delle distruzioni, delle vittime e degli orrori del nazismo. Ma quanta strada hanno fatto i tedeschi nel dopoguerra! Sia ad Est che ad Ovest. Si sono umiliati, hanno chiesto perdono, hanno fatto una grande opera di purificazione antinazista e democratica. Non si puó immaginare che essi dovessero rispondere per Hitler fino alla fine dei tempi. Oggi tutti sembrano pensarla cosí. Ma in questa storia ci sono soltanto due eroi: i tedeschi e i russi».

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