News per Miccia corta

24 - 09 - 2009

Germania al voto, all'ombra del Muro

 


(la Repubblica, giovedí 24 settembre 2009)

 

 

 

 

Domenica la Germania va alle urne. E Angela Merkel è la favorita nella corsa alla Cancelleria federale. Non è un caso. La ragazza dell'Est che ha conquistato l'Ovest rappresenta infatti la forza, ma anche le contraddizioni, del Paese riunificato dopo la caduta del comunismo. E venti anni dopo il suo nome puó essere il punto di equilibrio di un popolo non piú inseguito dal suo passato tragico eppure ancora diviso. Ecco perché

 

 

BERNARDO VALLI

 

 

 

BERLINO

Vent'anni dopo, in un identico tiepido autunno prussiano, una "ragazza" dell'Est sta per essere riconfermata cancelliera federale. Sarebbe una vistosa sorpresa se questo non dovesse accadere alle elezioni politiche di domenica prossima. La suspense, almeno per ora, riguarda unicamente l'identitá  dei futuri alleati di Angela Merkel: ancora i socialdemocratici o gli auspicati liberali? Alla vigilia del voto, accingendosi a rievocare l'ottobre "˜89, il mese che precedette la caduta del Muro, avvenuta il 9 novembre, si è inevitabilmente tentati di accostare la storia di quella "ragazza" (cosi Helmut Kohl chiamava la Merkel) alla storia della Germania: della sua divisione e della sua riunificazione.

Chi studia i mutevoli umori dell'opinione pubblica, sostiene che la cancelliera è vista in modo diverso dai tedeschi, sul punto di rieleggerla, di rinnovarle la fiducia.

Benché riunificata da due decenni la Germania è percorsa da una frontiera psicologica (ed economica, per il non del tutto colmato dislivello di vita) che divide la parte orientale, post comunista, e quella occidentale. Gli Ossis, i tedeschi dell'Est, rimproverano ad Angela Merkel di essere passata troppo presto dalla parte dei Wessis, i tedeschi dell'Ovest. Insomma di avere, se non proprio tradito la sua gente, di essersi comportata da opportunista. O di avere ecceduto nel pragmatismo. E le rammentano che lei, adesso campione liberale, non si è mai veramente opposta al regime comunista, all'interno del quale ha vissuto dalla nascita all'etá  di 35 anni. Oggi ne ha 55. Per i Wessis è invece rimasta una dell'Est, vale a dire diffidente, un po' sfuggente, come coloro che sono diventati adulti in una societá  poliziesca.

Gli elementi biografici essenziali (ricavati in particolare dal libro di Jacqueline Boysen: Angela Merkel, eine Karriere) sono rivelatori del tortuoso, imprevedibile percorso della signora saldamente insediata nella carica che fu di Bismarck, di Adenauer, di Brandt, di Schmidt, di Kohl.

Protestante, divorziata, senza figli, è riuscita a controllare una Cdu con una forte, decisiva componente cattolica; donna, in apparenza esitante, ha messo al loro posto i numerosi maschilisti di quel partito; cresciuta in un ambiente di sinistra, quello del padre pastore protestante, è diventata il leader conservatore della Repubblica federale, anche se il suo conservatorismo (noi diremmo centrodestra) assume spesso tinte molto sfumate. Avrebbe potuto prendere una direzione politica diversa.

Nella vita privata, dicono i suoi amici, è spontanea e divertente. Il contrario di quel che è nella vita pubblica: calcolatrice e supercontrollata. Questa miscela di tratti contrastanti, questo ritratto dai contorni sfumati, risulta in definitiva rassicurante, dá  un'impressione di equilibrio, di riservatezza, di una modestia con dietro un forte carattere.

Queste sono virtú in una Germania non piú angosciata, non piú inseguita dal suo passato. Un grande paese ritornato ad essere una potenza normale e quindi pronto a mandare, senza entusiasmo, i suoi soldati dove bisogna "imporre la pace" (prima in Kosovo e adesso in Afghanistan). Una societá  percorsa al tempo stesso da profonde tendenze pacifiste e isolazioniste. Non piú con un'impronta svizzera come si diceva un tempo, ma senza le ambizioni universali dei vicini francesi. Una societá  che vuole, anzitutto, far tornare i conti, sia pur con fatica, visti i suoi forti impegni sociali. ሠuna Germania affamata di stabilitá . Una stabilitá  che si riverbera anche sull'Europa. E della quale Angela Dorothea Kasner (Merkel è il cognome del primo marito) è diventata l'espressione. Per molti aspetti la custode. Una custode pragmatica, con i piedi per terra. Con tendenze "camaleontiche", le viene a volte rimproverato.

Vent'anni fa la si poteva probabilmente incrociare, senza notarla, sulla Unter den Linden, vestita con la lunga gonna e senza trucco, come adesso. Era laureata in fisica e lavorava all'Accademia delle Scienze. Non pareva destinata a un grande avvenire. «Nel mio futuro non c'era un premio Nobel», dirá  lei stessa riferendosi a quel tempo. La Germania orientale era in preda a fermenti sociali e politici, ma lei non era coinvolta negli avvenimenti che agitavano l'intero mondo comunista, di cui Berlino Est era uno degli epicentri. Non lo era a tal punto che il giorno in cui si apri il Muro Angela Merkel non si uní alla folla che l'attraversava per raggiungere Berlino Ovest, ma andó, come d'abitudine, a fare la sauna.

La costruzione del Muro, nell'agosto del "˜61, era il primo avvenimento politico, storico, di cui si era resa conto. Aveva sette anni. E nel grande seminario pastorale di Waldof, alle porte della cittá  di Templin, a neppure cento chilometri da Berlino, dove il padre, Horst Kasner, preparava il clero protestante del Brandeburgo, si parlava spesso di politica.

Era una comunitá  dove i dibattiti intellettuali ritmavano l'esistenza di insegnanti e studenti. Horst Kasner era un'autoritá  religiosa in un regime istituzionalmente ostile alla religione, considerata in tutte le sue versioni il principale nemico dello Stato comunista. Ma il padre di Angela, che aveva scelto, con spirito di missione, di vivere nella Germania orientale, veniva chiamato "Horst il rosso", perché aveva tra l'altro aderito al programma del regime sul tema di Chiesa e socialismo. E si teneva lontano dai movimenti pacifisti ed ecologisti via via emersi attorno alle Chiese luterane, e diventati nell'autunno dell'89 i punti di riferimento di chi manifestava in favore di una revisione, razionale, umanistica, del socialismo reale.

Krusciov, allora al potere a Mosca, aveva dato nell'estate del "˜61 via libera al tedesco Ulbricht ansioso di costruire un muro tra Berlino Est e Berlino Ovest, al fine di cauterizzare una ferita che indeboliva la Germania comunista. Dal "˜49, anno della nascita della Repubblica democratica tedesca (Ddr), quasi tre milioni di persone erano passate a Ovest per rifugiarsi nella Repubblica federale. Era un'emorragia che sfiancava l'economia, poiché coloro che se ne andavano erano operai qualificati, tecnici, personale sanitario, agricoltori. Il muro sbarrava il passaggio. E continuó a sbarrarlo per decenni, con alterne, drammatiche vicende. Benché offuscata dalla vetrina consumistica e democratica di Berlino Ovest, la Berlino comunista restava comunque una delle capitali comuniste privilegiate.

L'avvento di Mickail Gorbaciov al Cremlino, nel mezzo degli anni Ottanta, fa vacillare il regime comunista tedesco, come tutte le altre componenti dell'impero. Da fedele e autorevole proconsole, Erich Honecker, il successore di Ulbricht, diventa per la sua ortodossia un ostacolo alla politica del nuovo capo del Pc sovietico. Una politica basata sulla glasnost e la perestroika (trasparenza in politica e rinnovamento in economia). "Gorby" è il nome scandito dai manifestanti che chiedono, con accenti diversi, una revisione del sistema o piú direttamente la democrazia.

Per somma ironia della storia è il vento dell'Est che travolge Honecker, il quale fino all'ultimo, spera in una Tienanmen berlinese, in una repressione della contestazione, ormai di dimensioni tali da richiedere, a suo avviso, un intervento armato, sullo stile di quella di Pechino. Ma l'esercito sovietico acquartierato nella Germania orientale ha l'ordine di non uscire dalle caserme. E il Muro, ancora in piedi a Berlino, serve sempre meno, perché decine di migliaia di tedeschi dell'Est lo aggirano passando per l'Ungheria che ha aperto la sua frontiera con l'Occidente.

La giornata di venerdí, 6 ottobre 1989, è una tappa decisiva. Gorbaciov arriva a Berlino per celebrare il 40esimo anniversario della Repubblica democratica. Erich Honecker è fiero di poter mostrare a Gorbaciov, accanto a lui sul palco, i giovani in camicia azzurra, che sfilano con le fiaccole sulla Unter den Linden. Rappresentano la bella e fedele generazione tedesca figlia della rivoluzione. Altrettanto fiero, nella mattina, aveva esibito i disciplinati reparti dell'esercito che a passo dell'oca percorrevano la Karl Marx Allee. Il significato di quegli spettacoli tanto ben orchestrati era evidente: il vecchio padrone di casa voleva convincere il dubbioso (e detestato) ospite che non tutti fuggivano dalla Germania comunista come da un lager, voleva dimostrare alle telecamere europee, in particolare a quelle tedesche occidentali, che molti giovani si identificavano ancora con lo Stato socialista, nonostante l'esodo verso l'Ovest. Poco dopo la parata militare prussiana e la fiaccolata della Frele Deutsche Jugend, Honecker veniva umiliato in quello stesso centro di Berlino Est. Migliaia di ragazzi, molti dei quali si erano appena liberati della camicia azzurra, si riversavano per le strade invocando Gorby e la libertá . Come la pioggia non cade dal basso in alto, cosi la Deutche Demokratische Republik non avrebbe mai mutato il suo corso, aveva dichiarato Honecker, poche ore prima, alla Pravda, in segno di sfida a Gorbaciov. Il 18 ottobre, lo stesso Honecker, segretario del partito dal 1971, perdeva il posto. E un mese dopo cadeva il muro.

I dissidenti raccolti nel Neues Forum, promotore di numerose manifestazioni nell'autunno dell'89, non erano anticomunisti come in Polonia. Erano per un'alternativa di sinistra, Cercavano un socialismo migliore. L'hanno detto molti pastori protestanti, che di quel Forum furono gli animatori. E tra questi Joachim Gauck, allora pastore a Rostock. Ma lo stesso Gauck ha aggiunto: «La gente era piú lucida di noi. Prima si è chiesta come riformare il sistema. E non avendo trovato una risposta, ha deciso che era meglio approfittare dell'alternativa pronta al di lá  del Muro». Angela Merkel ha cominciato in quell'autunno a studiare i nuovi partiti. Non aveva mai condiviso le idee del padre, pur essendo cresciuta in bilico tra istituzioni comuniste e religiose. Ha trovato i socialdemocratici troppo agitati per il suo carattere. Si davano persino del tu. E poi Helmut Kohl l'ha scoperta. E ne ha fatto quasi subito un ministro. Lei gli è stata devota a lungo, ma non ha esitato a chiederne le dimissioni, quando il vecchio Kohl è inciampato in uno scandalo che ha messo fine alla sua lunga, eccezionale carriera di uomo di Stato.

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