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News per Miccia corta

22 - 09 - 2009

Gli sconfitti del terrore nel confessionale della Storia

("GIORNO/RESTO/NAZIONE" di lunedí 21 settembre 2009)

 

 di Sergio Zavoli*


UN FILM che affronta la piú cruciale esperienza di un terrorista, quella di chiedersi "perché?" Dei sogni e dei vaneggiamenti, degli ideali e delle follie, dei progetti e delle catastrofi:

cioè del duro scontro con la realtá  e la coscienza, fino alla sola liberazione possibile, cioè l`esame della sconfitta di fronte a quel confessionale laico che è la storia. Il film si chiama La prima linea, ed è tratto dal libro di Sergio Segio, Miccia corta, autobiografia di un personaggio la cui vita, per quanto è stata problematica, risoluta e drammatica, al culmine di una inquieta ricerca vede il protagonista al bivio piú lacerante:

come uscirne, dovendo porsi il problema della colpa, in bilico tra dissociazione e pentimento.

La prima linea, dopo l`applauditissima anteprima di Toronto, nelle aspettative del suo regista, Renato De Maria, ha come chiave per entrare nel cuore del racconto proprio quella parola, "perché?", senza la quale non nascono le risposte che Segio ha affidato al suo libro, poi trasmigrate nel film. Protagonista, poi testimone e per qualche verso giudice di quella tragedia, fece parte del gruppo di intervistati che La notte della Repubblica destinó alle sequenze conclusive dell`inchiesta televisiva, pronti ad affrontare la domanda che aveva attraversato, tra luci, tenebre e spiragli, 50 ore di televisione.

Quel "perché?" l`ho cercato e riproposto, ripercorrendo i dialoghi con i terroristi che prima di altri, e forse piú di altri, avevano interpellato, insieme, motivazioni e inganni, consapevolezza e cecitá .

- Lei, Segio, ha vissuto la lotta armata senza essere un militante regolare.

Aveva voglia di contare, di conoscersi, di vivere? Forse qualche ferita, qualche rivalsa, qualche frustrazione? Come coabitavano, in lei, il pacifismo femminista, gli studenti estremisti, gli esteti della rivoluzione, coloro che invece vi partecipavano col massimo di persuasione? Chi eravate, veramente? «Eravamo persone inquiete, condannate, senza un`idea compiuta, a incanalare una inesplicabile tensione: questo eravamo.

Bisognava esprimere una sensibilitá  esasperata con qualunque mezzo. Da qui, via via, la convinzione che, di per sé, l`uso della lotta armata fosse la sola possibilitá  che consentisse di lanciare messaggi forti.

Vale a dire che, non avendo la capacitá  e il modo di mandare quei messaggi con le parole, li avremmo mandati con quei gesti».

Forse vi mancavano le parole? «Culturalmente, mi sono sempre sentito condizionato da quella povertá .

Ho sempre fatto fatica ad accettare degli aspetti di me stesso che non potevo avviare verso una vera e propria interpretazione, finché tutto è esploso al mio interno. C`è un processo di schizofrenia in cui la propria umanitá  e alcune visioni del mondo non possono che andare in cortocircuito».

- Come mai non avevate le parole per dire di no, e per dire di sí vi occorrevano le armi? Le parole correnti, le parole di cui vive la gente, che tutti, operai, contadini, impiegati, intellettuali, professionisti, i borghesi e i proletari, insomma, possono capire? «Non sono convinto che le parole, in se stesse, si facciano capire.

Le parole sono comprensibili se diventano scambiabili, cioè inserite in una concezione dell`uomo in qualche maniera condivisa. Credo ci siano dei percorsi che finiscono contro un muro. [...]Se l`idea che il progresso, il benessere materiale, il successo del lavoro rendono la mia vita, ai miei occhi, non degna di essere vissuta, e la sento come intollerabile - oppure, socialmente, non esiste uno spazio per negarla, e per trovare un`alternativa - beh, io progressivamente impazzisco, perché sento crescere dentro di me questa diversitá  e non riesco a trovare uno sbocco, una possibilitá  di comunicazione, per questo cancro che mi divora piano piano».

 

Roberto Rosso, cos`è, per un intellettuale, pentirsi? «Credo sia la cosa piú facile e, insieme, la piú difficile.

Piú facile perché pentirsi, in fondo, significa affermare una riserva iniziale:

che ogni persona in grado di riflettere deve avere, nei confronti delle proprie decisioni, una qualche capacitá  di dubbio. Ma anche la piú difficile, perché a un certo punto il riflettere sui propri limiti, e sui propri dubbi, si trasforma necessariamente in una decisione, e la decisione è sempre qualcosa di totalmente altro rispetto al riflettere e al dubitare».

 

- Enrico Baglioni, con che cosa deve fare i conti un uomo che, ripercorrendo le sue esperienze, lascia dietro di sé solo dolore e pianto? «Con i principi costitutivi della persona umana, che senza gli altri, anche i piú diversi da noi, non hanno senso, non esistono. Personalmente, non ho la colpa di aver dato la morte, ma credo che questo non possa essere un alibi: penso che, comunque, si debba riflettere sull`aver dato, direttamente o indirettamente.

la morte».

 

Enrico Fenzi, la stampa, la televisione, la radio, nel mostrare tutto quel disastro, secondo lei (un docente avvezzo alle forme e alle tecniche della comunicazione) hanno commesso degli errori? «No. Naturalmente si giudicavano cose retoriche il solito linguaggio deploratorio, i telegrammi di condoglianze, aggettivi come "aberrante", "feroce", "assurdo", "folle", ecc.».

E` curioso che lei consideri retorico l`aggettivo "aberrante", da lei stesso usato per giudicare tutta quella violenza... «E` vero, ma soltanto ora so che dietro quel linguaggio c`era qualcosa di piú grave rispetto a ció che a noi, allora, faceva comodo vedere. La vita umana non contava nulla, e tutto quello che si richiamava ad essa, specie con gli aggettivi, suonava retorico. Era il disprezzo per la vita umana che ci faceva vedere quella retorica...».

 

- Maurizio Costa, di fronte all`evidente, inutile orrore di quelle morti, qual era la vostra analisi? Che cosa sarebbe dovuto accadere perché si compisse ció che chiamavate, con un`espressione a dir poco sconcertante, il salto di qualitá ? «Niente. Stavamo consumando noi stessi togliendo la vita ad altre persone. Non poteva accadere nulla perché si compisse quel salto. Siamo stati definitivamente sconfitti a metá  del 1977, a Milano, prima del convegno di Bologna.

Sconfitti nel senso che la storia di questo Paese, nel bene e nel male, era andata avanti distruggendo le nostre tesi e le nostre ipotesi».

- Al processo lei dichiaró di essere entrato in Prima linea perché approvava l`uccisione del giudice Emilio Alessandrini. E vero? Cosa sapeva di lui? «Cosa sapevo di lui? Nulla.

Spesso non sapevamo nulla, o ben poco, delle nostre vittime! Credo sia stato un meccanismo di autodifesa non conoscere te persone».

- Lei, Rosso, è tra quelli che decisero di uccidere William Vaccher.

Scrisse addirittura il volantino che rivendicava il delitto. Vaccher era solo sospettato di delazione. Nel volantino lei parla di solidarietá . E` solidarietá  giudicare e poi uccidere un compagno senza avere le prove della sua colpa? (lungo silenzio) «... Credo sia estremamente difficile ... (altro lungo silenzio)... il problema è che la responsabilitá  che mi gravava addosso mi impedí di provare la tensione di oggi, perché allora rappresentavo non tanto e non solo la mia organizzazione, quanto un`area che sentivo solidale con il tipo di destino che ci teneva insieme.

Cioè... con quel desiderio di essere portatori di valori assoluti...».

Sono schegge, ridotte, talvolta semplificate, tratte da lunghe confessioni, che si misurarono con la silenziosa, severa, ammonitrice presenza, sullo sfondo, dei familiari delle persone uccise. Non basterá  un film a spiegarci quella tragedia, ma tra chi è stato coinvolto in quella troppo negletta domanda, chi piú ne ha pagato gli indicibili costi esige che si cominci a discuterne; fuori dalle suggestioni dello spettacolo o dal mero interesse di quanti volessero trarne solo personali recuperi d`immagine.

In realtá , questi uomini, soprattutto giovani, non hanno coltivato, davanti alle telecamere, scopi miserabili.

Si sono dedicati, ciascuno a suo modo, a un "perché!" difficile, laborioso, qua e lá  straziante. Trovando gli accenti di una dolente, dovuta, inesorabile confessione.

 

*Senatore Pd