News per Miccia corta

22 - 09 - 2009

Il ritorno di Mao

(la Repubblica, martedí 22 settembre 2009)

 

 

 

 

  Il primo ottobre Pechino celebra i 60 anni della Repubblica popolare: a Yan'an, nell'antico quartier generale di Mao, un nuovo museo ripercorre le gesta dei padri della Patria. E lancia un ammonimento alla moderna potenza economica: crescere va bene, ma non bisogna allontanarsi troppo dalle radici 

 

Si preparano 10 giorni di feste e balli: per esaltare il passato e far paura agli altri paesi 

 

Al centro di tutto c'è il Grande condottiero: nulla invece sui problemi ancora aperti 

 

 

GIAMPAOLO VISETTI

 

 

 

YAN'AN 

A sessant'anni dalla sua vittoria, il comunismo della Cina aveva due alternative. Uccidere Mao, consegnandolo alla storia. Oppure fingere che sia ancora vivo, proiettandolo nel futuro. Ha scelto una terza via, impossibile ma audace: sacralizzare, dopo le sue spoglie, anche la sua esistenza, per trasformare il passato di un uomo nel destino di un popolo. Fino ad oggi Pechino si era legata ad un doppio simbolo: il mausoleo di Mao su piazza Tiananmen e le grotte dei rivoluzionari a Yan'an, la cittá  dove è terminata la Lunga Marcia e i comunisti hanno vinto la guerra civile contro i nazionalisti di Chiang Kai-Shek. Luoghi ormai invecchiati, che i cinesi da tempo frequentano con l'entusiasmo di una visita dal dentista. Il potere, che il primo ottobre celebrerá  la propria transecolare immutabilitá  con un'esibizione di forza che non ha precedenti, ha sentito che serviva altro. Nel Grande Anniversario, pensato per sancire il primato dell'inarginabile superpotenza globale, ha creato molto piú di un monumento a se stesso: una Mecca rossa piuttosto, o un Vaticano socialista, il tempio generatore della nazione.

Il nuovo «Museo della rivoluzione», appena inaugurato a Yan'an, un'ora di volo dalla capitale, nello Shanxi, non è meta per turisti. Qui si viene in pellegrinaggio. Organizzati, spinti, magari obbligati: ma pellegrini. La scenografia è colossale. Sullo sfondo di una piazza immensa, lastricata di pietra candida, domina una montagna di marmi. Nessuno sa precisare quanto sia costata: 6, 15, 20 milioni di dollari. Ognuno, in cittá , formula con orgoglio la somma piú esagerata che riesce a immaginare. All'interno si apre una sorta di universo parallelo, l'impressionante ricostruzione del mito fondativo della patria.

Le antiche grotte scavate nella terra arancione da cui sgorga il fiume Giallo, il quartier generale dei rivoluzionari tra il 1937 e il 1947, le dimore di Mao Ze Dong, Zhou Enlai e Deng Xiaoping, non sono piú che il prologo esausto di una stravolta liturgia. ሠnel trapiantato cuore del socialismo di mercato, che la Cina espone invece la propria reliquia: la prova fisica dell'origine di una identitá , la ragione del dilagato neonazionalismo.

Un giorno a Yan'an, sessant'anni dopo il primo discorso da vincitore del Grande Timoniere, in equilibrio tra le gesta dei maoisti e la loro disneyana trasfigurazione, aiuta a percepire il segreto di questo misterioso Paese. Dall'alba, migliaia di persone assediano il Museo che riassume la gloria del loro dramma. C'è chi ha impiegato giorni, per arrivare qui dal suo villaggio, chi una settimana di corriera tra risaie e ciminiere. Vecchi e ammalati, o coppie in abiti da sposi, dopo durature attese, si lasciano spingere lungo corridoi infiniti, traboccanti di documenti, fotografie, divise e armi. Solo le immagini di Mao sono a colori. All'ingresso una scritta spiega che «questa è la terra sacra della rivoluzione, la culla della Cina moderna». Di conseguenza, all'interno, la folla si muove in religioso silenzio, bambini compresi.

Pan Fuquan, paralizzato alle gambe, viene portato in braccio dai nipoti di Shenzhen, attraverso sale che ricostruiscono epiche battaglie, cittá  bombardate e riconquistate, campagne collettivizzate. Ogni volta che arriva davanti ad un reperto di Mao, basta una lettera con la sua calligrafia, divenuta carattere, il vecchio pretende di essere deposto a terra e prega. Anche la moltitudine accanto a lui manifesta la commozione di chi spera in una grazia. Si fa fotografare davanti alle statue degli eroici leader della resistenza, o presso cumuli di zucche e pannocchie finte, emblema della riforma agraria. Lo sfondo piú ambito è il cavallo imbalsamato di Mao, bianco e tozzo, peró «forte e veloce», come avverte un cartello. Due ragazze, di fianco alla mummia lucida dell'animale, piangono, mentre soldatesse-guide in divisa grigia declamano nei megafoni la mitologia rivoluzionaria.

I pellegrini di questo santuario estremo del solo totalitarismo del Novecento rimasto al potere, conoscono ogni cosa a memoria. Nelle grotte polverose osservano seri l'essenzialitá  monastica di brande e sdraio da spiaggia, non sempre di un tavolo, il solo arredo dei fondatori della patria. Apprendono la lezione sulla sobrietá  originaria del partito, e silenziosamente riflettono sull'esibita opulenza dei funzionari di oggi. Nelle sale scintillanti ammirano estatici il grandioso Luna Park della rivoluzione e della cacciata dei giapponesi, i plastici a grandezza naturale che trasformano ogni dubbio in una certezza contemporanea. In tre piani, dove si possono trascorrere giornate ad allontanare ombre e a viaggiare di vittoria in successo, di coraggio in sacrifico, non c'è una sedia, o una panca. La massa, negli ultimi saloni riservati alla «costruzione del potere», si trascina esausta, come per espiare qualche inconfessata incertezza, peró fiera di contribuire a rimettere in scena la sua «memorabile impresa». Perché non è il contenuto, la sostanza del Grande Museo del Sessantesimo, bensí lo strabiliante contenitore costruito in soli due anni affinché la Cina possa «recuperare e rinnovare lo spirito di Yan'an».

ሠchiaro che quello «spirito», con le sue indispensabili falsificazioni, è estinto. All'uscita quattro immagini documentano la mutazione perfino corporea, quasi razziale, tra il gonfiore trasandato di Mao Zedong e Deng Xiaoping, e l'asciuttezza ricercata di Jiang Zemin e Hu Hintao: un altro mondo, altri indumenti, oltre che un altro tempo. Del resto anche la cittá  del trionfo comunista, appena oltre il percorso chiuso della memoria costruita in laboratorio, è l'opposto della sua replica. Il petrolio sgorga oggi abbondante sotto i campi di battaglia e sommerge i rifugi rossi con un mare di renmimbi. Grattacieli, cantieri, centri commerciali, traffico di suv e Audi, vecchi quartieri sventrati, negozi e hotel di lusso, demoliscono in un passo l'ostinata deificazione della sorgente che alimenta l'immutabilitá  apparente del potere. Nel pomeriggio un corteo di berline nere, a sirene spiegate, si blocca davanti alla squallida grotta di Zhu De.

Balzano fuori alcuni giovanotti in affari, che accompagnano i loro bambini griffati «a giocare alla guerra contro gli imperialisti». Nell'ex miglior albergo della cittá , una vecchia vive invece in ascensore. Per dodici ore al giorno, ricompensata con gli avanzi di cucina, passa uno straccio sudicio su uno specchio ancora piú unto. E' comprensibile che anche i cinesi, pur cosí devoti alla loro nuova rappresentazione, dopo sessant'anni si aggirino nell'irriconoscibile Yan'an con qualche domanda negli occhi.

Sentono, come dice un alto funzionario a riposo, che «non è il partito comunista ad essere della nazione, ma la nazione ad appartenere al partito comunista». Si chiedono perché, dopo un passato che non conosce sconfitte e in un presente che non riconosce errori, milioni di compagni continuino a soffrire nell'ingiustizia e inesperti della libertá . Questo «non detto» della storia, la museificazione definitiva del «mai ammesso», finisce per demolire l'impressionante cittá -specchio di Mao, destinata a rappresentare il passaggio dall'ideologia alla teologia del «socialismo alla cinese». La grande occasione perduta di dire la veritá  su se stessa, ora che la Cina potrebbe permetterselo dando un'altra lezione di modernitá  al mondo, è il cuore del fallimento dell'imminente Sessantesimo. L'ombra della cattedrale vuota di Yan'an, ridotta a umiliante luogo di preghiera del potere cinese, si proietta cosí fino a Pechino.

Da mesi la capitale del prodigio economico è sconvolta dai preparativi della parata militare piú imponente della sua storia. Poteva riflettere: prigioniera dell'esaltazione olimpica, incerta sulla nuova leadership che preme per la successione, ha scelto di limitarsi a celebrare. Per trasformare il 1949 in un approdo, l'esibizione di forza dell'esercito tornerá  fondamenta pressochè unica dell'azione politica. In piazza Tiananmen, a titolo di prova, l'altra notte hanno sfilato centinaia di carri armati e missili nucleari. Due milioni di soldati, stivati in prefabbricati, da settimane si allenano a fare il passo dell'oca. Mezzo milione di «volontari», reclutati nelle universitá , trascorrono il tempo a «provare lo spettacolo». Il cielo sopra Pechino è chiuso ormai «anche a piccioni e aquiloni» per consentire a sconosciuti bombardieri, atomici e invisibili, di sfrecciare ad altezza uomo. La paura di attentati è tale che fino a metá  ottobre nel Paese è vietato vendere coltelli.

La Cina dominante, per dieci giorni, canterá , ballerá , fará  festa, vivrá  nel terrore, ammirerá  i fuochi d'artificio, andrá  in vacanza, esalterá  il marxismo-leninismo e l'iperliberismo, spaventerá  il pianeta. Il potere ha distribuito i «50 slogan della nuova armonia», e i «43 inni delle masse e del partito». Il colossal di Stato dal titolo «La fondazione della Repubblica», recitato da star nazionali con passaporti stranieri per poter viaggiare all'estero, occupa 4100 cinema di tutto il Paese e semina dibattiti nazionalisti. In tivú sfilano i «cento eroi e cento modelli» premiati dal partito. I giornali raccontano nel dettaglio «la perfezione delle Tre Rappresentanze» e le «misure straordinarie» contro la possibilitá  di «attacchi terroristici in Tibet e nello Xinjiang. E' difficile comprendere come questa ossessionata Cina politica dello «spirito di Yan'an» e della «parata di Tiananmen», sia la stessa Cina economica del «miracolo di Shanghai» e dell'«esempio di Canton». Sessant'anni dopo, il potere continua a venerare Mao perché ideologicamente non ha prodotto altro. Dal «Museo» alla «Piazza», avverte tale fragilitá , la drammatica inadeguatezza di restare prigioniero della forza e degli anniversari, l'appuntamento mancato tra il mercato e la democrazia. Sulla Cittá  Proibita, il primo ottobre, tramonta un'altra generazione politica. Non solo ha rinunciato a dire «la veritá  su Mao», ma si è costretta a erigere un tempio per sacralizzare la sua contemporaneitá , presentandolo quale necrofilo obbiettivo del futuro. Hu Hintao e Wen Jiabao si congedano tra gli exploit della finanza e il rombo di armi ancora segrete. Il confine tra moderna potenza economica e vecchia dittatura militare rimane esile. Con il duello tra le fazioni di Xi Jinping e Li Keqiang si affaccia al comando della Cina la prima generazione di leader liberisti costretti a dirsi comunisti, nati dopo «la vittoria degli eroi della Lunga Marcia». Sono cresciuti con la pericolosa "globalcrazia di internet": orfani, protetti ormai solo da musei e parate militari, da una liturgia che li condanna a replicare una storia riscritta "ex post" da chi li ha preceduti e oggi li abbandona. Pochi pensano che tra dieci anni, alla prossimo Anniversario, l'hollywoodiana bugia di Yan'an e l'asiatico silenzio su Tiananmen potranno ancora sostenere una Cina «protago-nista del secolo». E questo, come chiunque sente, non è un trascurabile dettaglio della nostra vita.

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