News per Miccia corta

21 - 09 - 2009

La rivolta di Praga, l'ascesa di Havel Una settimana dopo la caduta del Muro

(la Repubblica, lunedí 21 settembre 2009)

 

   

ሠil 17 novembre quando la polizia disperde un corteo di giovani. Ma la scintilla è scoccata 

Il regista e autore di teatro viene acclamato dal popolo. ሠla fine del comunismo 

 

BERNARDO VALLI

PRAGA 

 

 

L'89 cecoslovacco ci ricorda come in questa cittá  la storia sia passata dal dramma alla fiaba, con la velocitá  con cui si cambia di scena su un palcoscenico. E' quel che è accaduto nel novembre di vent'anni fa quando all'ormai polverosa figura di Gustav Husak, proconsole di un impero in disfacimento, subentra quella di Vaclav Havel, cavaliere democratico della nuova Europa. Il Muro è giá  crollato, il 9 novembre, a Berlino, quando a Praga, il 17, la polizia disperde brutalmente una manifestazione di studenti.

E' il segnale della rivolta. Sotto la spinta degli avvenimenti di Varsavia, di Budapest, di Berlino, il giorno dopo duecentomila praghesi scendono nelle strade e Vaclav Havel e i suoi amici dell'opposizione creano il Forum civico e assumono la guida di quella che è ormai un'insurrezione. La quale vuole peró essere incruenta, come è nella tradizione boema: una rivoluzione di velluto. Il potere si disintegra in pochi giorni. Il 24 novembre l'ufficio politico del Pc, e lo stesso segretario generale, Milos Jakes, danno le dimissioni. E Vaclav Havel scopre, presentandosi alla folla, una cittá  in delirio. Egli sará  tra breve il presidente della Repubblica non piú socialista.

Rientra nella tradizione letteraria praghese il rapido alternarsi di avvenimenti sinistri e di avvenimenti leggeri, liberatori. Ci si imbatte spesso in bruschi balzi dall'ironia al sarcasmo, o alla collera e allo smarrimento, senza che la convivenza tra questi atteggiamenti scompaia del tutto. Un sottile legame sopravvive sempre. Sono salti di umori e di situazioni raccontati nel romanzo, nella poesia, nella leggenda, ma soprattutto nel teatro che coltiva il senso dell'assurdo, nelle trame cupe o divertenti. Nel teatro si ha l'impressione che si tenti una miscela di sentimenti, di caratteri, di personaggi assai diversi; e che si voglia presentare come naturale il geniale miscuglio di elementi incompatibili. E' come se le tante anime praghesi decidessero di fondersi. Come se Svejk, il soldato burlone di Hasek, e Josef K., l'angosciato impiegato di banca di Kafka, passeggiassero insieme sulla riva della Moldava, sotto il castello di Hradcany. Non è un caso che uno degli autori di quel teatro, subito accolto con entusiasmo, sia stato proprio Vaclav Havel. La sua satira rivelava in sostanza l'assurditá  e la tristezza del sistema.

Lo stesso vale, in politica, per quel che riguarda la traumatica transizione dal razionalismo illuminato all'autoritarismo piú tetro, o viceversa, vissuta piú volte dal paese, dalla sua nascita in poi. La Cecoslovacchia nasce dal trauma della Grande Guerra; vive due brevi decenni esemplari come democrazia e paese industriale avanzato; ed è poi schiacciata dagli stivali di Hitler; riemerge per breve tempo dopo la Seconda guerra mondiale; e poi finisce sotto un comunismo cupo, tetro, umiliante; che cerca invano di umanizzarsi nel "˜68; ma sopraggiungono altri stivali, questa volta sovietici. Questa altalena di eventi occupa sette decenni. L'89 è un'esplosione che ha qualcosa di magico.

La peculiaritá  storica di Praga non risiede tuttavia negli improvvisi passaggi, nei due sensi, da epoche di tenebra a epoche di luce, comuni ad altre capitali europee. Con le sue torri, i suoi borghi, i suoi ponti, il suo castello per fate e streghe, sovrastante il fiume ora limaccioso ora languido, Praga è una ribalta che offre una vasta varietá  di fondali: quelli per atmosfere da incubo, per accendere l'angoscia, come quelli adatti a circostanze piú propizie, come il ritorno a una libertá  a lungo umiliata. Allora tutte le luci della ribalta si accendono.

Senza perdere concretezza, sia essa crudele o generosa, la realtá  assume a Praga aspetti teatrali. Voglio dire anche esteticamente validi: lo slancio, l'audacia, la collera non cancellano del tutto l'ironia, e l'ironia è spesso compagna dell'intelligenza. In balia a una storia dettata dai potenti vicini, i popoli dei piccoli paesi sanno esibire la loro dignitá  nei momenti cruciali. E la Praga dell'89 ha avuto in Vaclav Havel, uomo di teatro e uomo d'azione, un eccezionale regista.

Praga vive in ritardo l'89. Quando a Budapest e a Varsavia i giochi sembrano giá  fatti, o sono comunque avanzati come a Berlino, e l'Europa e il mondo valutano le conseguenze della crisi dell'impero sovietico, in Cecoslovacchia i dirigenti comunisti sperano ancora che le riforme di Mikhail Gorbaciov abbiano la vita breve e si ritorni presto all'ortodossia. Quindi a una stabilitá  del sistema minato da quelle che a Praga appaiono illusioni riformiste. Eppure i segnali, sempre meno esitanti, provenienti da Mosca, vanno in tutt'altra direzione. Ma Gustav Husak, il presidente, è della vecchia scuola, e pensa che l'URSS ritornerá  sulla retta via.

Ha settantasei anni. E' slovacco. E' nato a Dubravka, nella periferia di Bratislava, dove viveva il padre operaio. Per tutta la vita è stato un comunista e un nazionalista slovacco. Come patriota slovacco si è battuto nella resistenza contro il regime fascista, alleato dei tedeschi. Come comunista ha contribuito a eliminare, dopo la liberazione, il Partito democratico che aveva vinto a Bratislava le elezioni. Ma resta presto impigliato nelle purghe che imperversano all'interno del partito, e nel "˜50 finisce in prigione dove resterá  tredici anni. E dove la sua fedeltá  al partito non verrá  mai meno.

Sará  salda come la sua inimicizia per il ceco Antonin Novotny, il presidente in carica, che gli rifiuta fino al 1963 la revisione del processo. Reintegrato nel partito, Husak accuserá  Novotny di «slovaccofobia». E quando la posizione di Novotny diventerá  piú fragile, perché il suo protettore Nikita Krusciov è stato sostituito a Mosca da Leonid Breznev che ha meno riguardi nei suoi confronti, Gustav Husak sará  uno dei piú accaniti oppositori di Novotny, preso tra due fuochi: quello degli ortodossi che gli rimproverano le riforme, e quello dei riformisti che le giudicano insufficienti.

Durante la riunione del comitato centrale, del 1967, quando Novotny, abbandonato da Mosca, è ormai politicamente agonizzante, Husak rovescia tutto il suo odio sull'avversario.

«Ogni frase - ha raccontato Karel Kaplan, testimone della scena - sembrava una lama di coltello che faceva Novotny a pezzi». Husak sará  a fianco di Alexander Dubcek, pure lui slovacco, durante la Primavera di Praga. Ma i sovietici lo designeranno come successore di Dubcek, dopo l'invasione del "˜68. E Husak diventerá  per vent'anni il normalizzatore; il proconsole del comunismo piú grigio dell'impero; piú grigio anche perché a differenza degli altri paesi comunisti, è giusto ripeterlo, la Cecoslovacchia aveva una sia pur breve, ma intensa, tradizione democratica, e aveva raggiunto prima della Seconda Guerra mondiale uno sviluppo industriale tra i piú avanzati d'Europa.

La Primavera, da lui tradita «per realismo», inseguirá  vent'anni dopo Husak. Nell'89 l'impero è ancora in piedi. E il presidente cecoslovacco, e il segretario generale del partito, Milos Jakes, osservano angosciati i movimenti degli ottantamila soldati sovietici acquartierati nel paese, dove sono arrivati nel 1968 per reprimere l'eretico «socialismo dal volto umano». E per proteggere i normalizzatori. Con chi si schiereranno questa volta? Due anni prima, a Mosca, i dirigenti cecoslovacchi hanno subito una doccia fredda quando un uomo vicino a Mikhail Gorbaciov, il politologo Georgui Shakhnazarov, ex presidente dell'Associazione di scienze politiche, ha letto ai giornalisti il messaggio inviato da Alexander Dubcek (relegato a fare il giardiniere nella Slovacchia natale) in occasione del settantesimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre.

Risentito, Gustav Husakh ha abbandonato Mosca senza nascondere il disappunto.

Poco dopo Oleg Bogomolov, altro consigliere di Gorbaciov, lasciava intendere che l'interpretazione degli avvenimenti cecoslovacchi del "˜68 doveva essere rivista.

Significava che potevano essere studiati come una tentata revisione del socialismo reale, dalla quale si potevano trarre interessanti indicazioni? Era come se il fantasma della Primavera fosse rispuntato a Mosca, e adesso si preparasse a riacciuffare i normalizzatori, con l'aiuto degli stessi sovietici. In quell'occasione, per i comunisti cecoslovacchi ortodossi, i cangianti fondali del teatro praghese furono quelli destinati alle trame angoscianti, da incubo.

C'era di piú. I riformatori moscoviti avevano incaricato Marina Silvanskaya Pavlovna, un tempo redattrice della rivista del Kominform edita a Praga, di filmare a Bratislava un'intervista con Alexander Dubcek, allora in libertá  sorvegliata. L'intervista doveva essere trasmessa dalla televisione di Leningrado, al fine di avviare una riabilitazione del personaggio. Ma questo non è accaduto. E' quanto ha raccontato la Pavlovna, nel frattempo morta. C'era poi la risposta di di Gorbaciov a un giornalista: «La differenza tra la perestroika e la primavera di Praga? Soltanto vent'anni». Dopo avere sperato invano in un svolta a Mosca, Husak è uscito di scena, inseguito dalla Primavera tradita. Ma nella Praga di oggi non è coltivato il ricordo degli avvenimenti del "˜68. Alexander Dubcek fu fischiato quando apparve accanto a Vaclav Havel. L'ironia praghese in quell'occasione è diventata sarcasmo. Un rifiuto netto. Il solo di quell'epoca ad essere ricordato, con devozione, è Jan Palach, il ragazzo che si è bruciato in piazza Venceslav.

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