News per Miccia corta

21 - 09 - 2009

Roma violenta, molotov e agguati torna l'incubo degli anni Settanta

(la Repubblica, lunedí 21 settembre 2009)

 


 

iviamo un clima politico avvelenato. Noi siamo di destra, crediamo nella patria, ma siamo aperti al confronto. Dall'altra parte c'è il vuoto. E a colmarlo ci pensa la violenza 

 

DANIELE MASTROGIACOMO 

 

 

ROMA - Sette aggressioni ai gay, quattro attentati ai circoli politici giovanili, nove pestaggi di immigrati. E poi attentati incendiari, molotov e benzina pronta ad appiccare il fuoco. In due mesi. A Roma sono in molti a temere il ritorno degli anni Settanta. Anni terribili, di agguati, azzoppamenti. Anni in cui cominció ad affiorare quella violenza che poi sprofondó nell'abisso del terrorismo diffuso. Dopo generiche denunce e attestati di solidarietá , ora anche il sindaco Gianni Alemanno evoca quel decennio. Teme che l'incubo si avveri.

Le comunitá  aggredite, soprattutto quelle omosessuali, sono convinte che si tratti di altro. Molta intolleranza, accompagnata da una violenza che qualcuno vuole dirottare verso uno scontro generalizzato.

La polizia è preoccupata. Ma getta acqua sul fuoco. Rafforza la vigilanza, spedisce per le strade altre pattuglie, indaga e punta a individuare i responsabili. Per gli ultimi due attentati, avvenuti nell'arco di appena 20 ore, le telecamere di sorveglianza e un testimone avrebbero immortalato i profili degli autori.

Il clima è pesante. C'è molta rabbia, tensione, frustrazione. Ma c'è anche un sentimento generale di paura. E su questa agiscono piccoli gruppi organizzati che puntano allo scontro. Paura del domani, del lavoro che non trovi, di quello che perdi; della casa che non hai e che non puoi comprare. Paura del diverso: dell'immigrato che ti puó togliere l'impiego, che minaccia le tue tradizioni, che parla una lingua che non conosci. C'è paura del futuro. «Perché», ti ripete qualunque giovane incontri in questi luoghi, «la nostra è una societá  dominata dall'incertezza, dove tutto è precario».

A essere colpiti sono luoghi di aggregazione. Luoghi simbolo. La strada dei gay, il centro sociale di destra. Ma anche il negozio gestito dall'immigrato.

Sabato sera, quattro persone in sella a due motorini, hanno lanciato tre bottiglie molotov su un centro sociale di destra, il «Gens romana». C'erano trecento invitati per l'inaugurazione. Giovani e anziani. Ma anche famiglie con bambini. ሠandata bene, il fuoco avrebbe potuto fare una strage. Venerdí notte, succede al «Qube», locale storico della comunitá  gay della capitale: benzina sull'ingresso, solo qualche bruciatura. ሠil secondo attentato in due settimane.

Senza contare le bombe carta lanciate sulla Gay street, i due ragazzi accoltellati mentre passeggiano mano nella mano, il musicista picchiato selvaggiamente, l'altro aggredito all'uscita del Gay village.

«La novitá », ragiona Vladimir Luxuria che è stato fondatore e direttore artistico del «Qube», «non sono gli episodi. Ne sono sempre esistiti e purtroppo accadranno sempre. La novitá  è la loro frequenza: avvengono piú spesso, in tempi molto piú ravvicinati».

Omofobia? «Parlerei di omonegazionismo. C'è la volontá  di negare la nostra esperienza e la nostra persona fisica. Le aggressioni e le violenze sono molto piú numerose ma non sono segnalate per paura. Noi stessi siamo stretti in una tenaglia: vogliamo continuare a denunciare le aggressioni ma temiamo che questo produca delle emulazioni».

Giuliano Castellino, portavoce di «Gens romana», di dubbi ne ha pochi: «E' un attacco politico, gli abbiamo tolto il giocattolino di mano. Il nostro è il primo centro sociale del tutto regolare. Locali acquistati, licenze rilasciate. Vogliamo creare un punto di riferimento, gestire uno spazio di vita e di attivitá . C'è chi alimenta le tensioni. Vogliono ritornare agli anni di piombo. Non è opera di qualche esaltato. Ovunque esistono i matti e i provocatori. Qui è diverso. Viviamo un clima politico avvelenato. Basta sentire certe dichiarazioni: Di Pietro definisce Berlusconi come Saddam. Per un ragazzo di 18 anni, senza cultura, senza sfoghi, senza istruzione, è un invito a colpire».

Continua: «Noi siamo di destra, abbiamo i nostri valori: patria, tricolore, orgoglio nazionale. Ma siamo aperti al confronto. Lo cerchiamo. Dall'altra parte c'è il vuoto. E a colmarlo ci pensa la violenza».

A dieci metri di distanza c'è la stele che ricorda i tre ragazzi missini uccisi nel gennaio del 1978. Sembra un tuffo nel passato. Castellino scuote la testa: «Non c'entra niente la strage di Acca Larenzia. Ma chi ha lanciato le tre molotov su 300 persone puntava a rievocare quei fantasmi. Per noi sono martiri. Come lo sono tutte le vittime di quegli anni. Vanno rispettati e ricordati per questo. A fine mese si commemora la morte di Walter Rossi (ucciso davanti ad una sezione missina al quartiere Balduina, ndr), spero che non sia motivo di nuova tensione». 

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