News per Miccia corta

18 - 09 - 2009

Budapest in piazza per ricordare Imre Nagy Cosí entró in crisi il regime comunista


(la Repubblica, venerdí 18 settembre 2009)

 

 

 

   

In centomila in strada per l'omaggio al primo ministro giustiziato dopo il fallimento della rivolta del "˜56 

 

 

BERNARDO VALLI

 

 

 

BUDAPEST 

I riti funebri, in questa metropoli luminosa e passionale, scandiscono le grandi svolte politiche. Servono a regolare i conti con la storia. Riparano i torti. Riabilitano gli impiccati. Il 16 giugno 1989 piú di centomila persone, tra le quali non mancano reparti delle forze armate, si raccolgono in piazza degli Eroi per i funerali solenni di Imre Nagy, impiccato il 16 giugno 1958. Trentuno anni dopo l'esecuzione, e la sepoltura segreta in un angolo del remoto cimitero di via Kozma, fuori Budapest, la gente sfila davanti al catafalco lasciando cadere un fiore ai suoi piedi. Campane e sirene suonano mentre l'intero paese osserva un minuto di silenzio. Il traditore revisionista - diventato primo ministro, nel 1956, per la seconda volta, sotto la spinta popolare, durante l'insurrezione repressa nel sangue dai carri armati sovietici - viene esaltato come un eroe nazionale, mentre sono al governo i revisionisti del Partito socialista operaio, versione ungherese del Pc. Il 23 ottobre, proprio nel giorno dell'anniversario dell'insurrezione del "˜56, sará  poi proclamata la Repubblica d'Ungheria, e per la prima volta in un paese dell'Europa centro-orientale saranno cancellati dalla Costituzione i termini «popolare» e « socialista».

Il rito funebre sulla piazza degli Eroi, che riabilita Imre Nagy, è il momento decisivo nell'89 ungherese. Una celebrazione riparatrice che ne ricorda un'altra, guidata dallo stesso Imre Nagy. Allora, nel 1956, l'impiccato da riabilitare era un altro comunista revisionista, Laszlo Rajk, prima ministro degli Interni e poi degli Esteri, accusato di complicitá  con l'eretica Jugoslavia di Tito, e per questo condotto al patibolo il 15 ottobre 1949. Nelle giornate sempre piú incandescenti dell'autunno della rivolta, mentre a Budapest si moltiplicano gli scioperi nelle fabbriche e le proteste nei circoli intellettuali e nelle universitá , Imre Nagy guida un imponente corteo che chiede appunto la riabilitazione dei compagni revisionisti impiccati, dei quali Laszlo Rajk era il piú noto.

Quella manifestazione, che vuole essere il funerale tardivo e solenne di vittime innocenti, con alla testa Imre Nagy, seguito da trecentomila operai, studenti, intellettuali, artigiani, comunisti e senza partito, scuote il regime. Crea il panico tra i dirigenti. I quali cercano di placare gli umori chiamando di nuovo al governo, come primo ministro, Imre Nagy, destituito ed escluso dal partito l'anno precedente, ad opera degli stalinisti insofferenti alle sue innovazioni. Cosi l'audace, candido, Nagy cavalcó senza poterla controllare l'insurrezione del "˜56, presto dispersa dall'Armata Rossa. E il revisionista Nagy fu poi impiccato (a 62 anni) per volontá  di Nikita Kruscev, il leader sovietico che con il celebre XX Congresso del Pc dell'Urss aveva compiuto uno storico atto di revisionismo, condannando lo stalinismo.

Questo modo, un po' "funerario", di introdurre l'89 ungherese, vuole sottolineare la schizofrenica situazione dei regimi comunisti, il continuo tragico confronto tra ortodossi e revisionisti: i primi impegnati a reprimere innovazioni destinate, ai loro occhi, a indebolire il sistema, cristallizzato in un conservatorismo che si rivelerá  suicida; i secondi convinti della necessitá  di riformare quel che era irriformabile. E spesso i personaggi si scambiano i ruoli.

Chi comanda in Ungheria da piú di trent'anni, fino alla vigilia dell'89, è Janos Kadar: il piú riuscito esempio di leader restauratore di un comunismo afflitto dall'incapacitá  di rendersi tollerabile. La sua carriera politica ha seguito un percorso zigzagante, tra stalinismo e riformismo, scandito da scomuniche e promozioni. Il suo è il classico curriculum vitae di un dirigente dell'Est. All'inizio non ha osteggiato l'insurrezione del "˜56, ma poi è stato uno dei "normalizzatori".

Il pragmatico Kadar ha preso le distanze dal tumultuoso disordine, troppo traboccante di sogni e di passioni, al tempo stesso rivolto contro il comunismo e in favore di un comunismo migliore. E ha finito col chiedere l'intervento sovietico, che comunque ci sarebbe stato. Con lo stesso realismo, arrivato al vertice del partito, ha adottato la politica dell'indulgenza. Non verso la contestazione o la critica politica; ma verso i piaceri piú individuali. L'Ungheria è diventata con lui la meta dei privilegiati degli altri paesi comunisti, attirati dalle vetrine in cui erano esposti, non senza gusto e con insolita abbondanza, tanti prodotti introvabili nelle loro cittá , dai tessuti di qualitá  ai cosmetici piú raffinati. Non mancavano la buona cucina e la vita notturna con la sua dose di erotismo.

L'ideologia dei consumi, accompagnata da un certo laissez- faire nell'illusoria satira dei cabaret, funzionava da surrogato delle libertá  fondamentali chieste durante l'insurrezione del "˜56 e respinte con la repressione. Con il suo comunismo "al gulash" Kadar raggiunse un consenso passivo invidiabile nelle altre capitali del socialismo reale, alcune delle quali assai piú dotate di risorse dell'Ungheria, paese economicamente gracile con una testa enorme e fantasiosa quale era (ed è) la sua capitale. Budapest costava cara all'Unione sovietica. Ma ne valeva la pena. Era una buone vetrina del comunismo, affidata a un riformatore che dava garanzie, sulle questioni essenziali, al centro dell'impero.

Nel quadro della sua esibita indulgenza, e anche per riconoscenza verso l'ex primo ministro che lo aveva riabilitato quando era in disgrazia, Janos Kadar aveva promesso a Imre Nagy di salvargli la vita. Ma a Mosca, dove comandava Kruscev, si voleva dare un esempio. E la sentenza capitale fu eseguita.

Un anno dopo avere abbandonato il potere il settantasettenne Kadar è morto, il 6 luglio "˜89, lo stesso giorno in cui la Corte suprema ha confermato la riabilitazione di Nagy, celebrata neppure un mese prima dalla folla con il rito funebre in piazza degli Eroi. Un sondaggio abbastanza recente ha rivelato che una robusta maggioranza di ungheresi giudica positivo il ruolo avuto da Kadar. Ma due anni fa la sua tomba nel cimitero di Kerepesi è stata profanata. Le ossa, cranio compreso, sono sparite. Ed è stata trovata una scritta che, riferendosi probabilmente all'impiccagione di Nagy, diceva: «Un assassino e un traditore non puó riposare in terra santa».

Il successore di Janos Kadar è Karoly Grosz (58 anni). Lo stesso Kadar ha appoggiato la sua nomina. Come primo ministro Grosz ha avviato profonde riforme economiche. ሠun comunista che ammira la collega conservatrice Margaret Thatcher, e lo annucia con enfasi durante una visita a Londra. ሠal tempo stesso convinto che il sistema comunista sia riformabile. Una tavola rotonda, simile a quella che a Varsavia ha riunito per la prima volta gli uomini del generale Jaruzelski, vale a dire il partito, e quelli di Solidarnosc, per organizzare delle elezioni, si apre anche a Budapest e decide libere elezioni entro il "˜90.

Nel marzo "˜89 Grosz ha un incontro con Mikhail Gorbaciov, al quale spiega lo stato d'agitazione regnante in Ungheria e il timore di non poterlo controllare. Ma il leader sovietico gli dice in sostanza che ogni paese deve ormai cavarsela da sé. Sul piano economico e sul piano militare. Neppure in casi di estrema emergenza si potrá  ricorrere a interventi stile "˜56 a Budapest o "˜68 a Praga. In quanto a soldi, non ce ne sono. Non ce ne sono neppure abbastanza per mantenere le truppe sovietiche acquartierate nei paesi del Patto di Varsavia.

Quando deve governare nell'ambito di un quadrumvirato, creato a Budapest per far fronte a una crisi politica ed economica sempre piú severa, Karoly Grosz si trova in compagnia di riformisti assai piú avanzati di lui. Imre Pozsgay (55anni), anche grazie alla sua spigliata conoscenza dell'inglese, ha frequenti contatti con l'Occidente, e fa annunci sconvolgenti: nega ad esempio che l'insurrezione del "˜56 sia stata una controrivoluzione, e la definisce «un'insurrezione popolare». La riabilitazione di Nagy sará  la conseguenza di questa nuova veritá  ufficiale. Sempre Imre Poszgay organizza in pieno agosto un'imprevista, spettacolare attraversata del confine con l'Austria, ossia con l'Occidente, quando la cortina di ferro non è ancora stata ufficialmente aperta.

Miklos Nemeth (40 anni), un economista laureato a Harvard, il nuovo primo ministro, ha giá  annunciato, il 2 maggio, la decisione di demolirla. Ma perché sia abbattuta del tutto la barriera di filo spinato, lungo i 260 chilometri della frontiera austriaca, bisognerá  aspettare il 10 settembre. Ed è allora che avviene l'emozionante traversata di migliaia di tedeschi orientali arrivati in Cecoslovacchia e in Ungheria alle prime voci di un imminente fine della cortina di ferro. Molti di loro, accampati nelle ambasciate della Repubblica Federale a Praga e a Budapest, possono infine mettersi in marcia, attraversare l'Austria e presentarsi al confine bavarese. Le colonne di Trabant, le minuscole automobili scioppiettanti come caffettiere, anticipano le folle che in novembre passeranno il Muro di Berlino.

I riformatori di Budapest non si sarebbero mossi con tanta decisione se non ci fossero stati a Mosca gli esperti sovietici, che affiancavano Mikhail Gorbaciov e spesso andavano oltre le sue intenzioni. Guidati da Alexander Iakovlev (ex responsabile dell'ideologia nel Comitato centrale, poi mandato in esilio come ambasciatore in Canada, e infine richiamato da Gorbaciov) quegli esperti si affannano attorno a possibili scenari miranti a modernizzare il comunismo. Quei collaboratori immaginano un nuovo impero, appoggiato sull'esempio di due paesi modelli di una "desatellizzazione" limitata: la Polonia e l'Ungheria. Ma tutto sfugge di mano. Il peggior momento per un cattivo governo, è quando cerca di migliorarsi, dice il polacco Michnik, citando Alexis de Tocqueville. 

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