News per Miccia corta

16 - 09 - 2009

«Capire gli anni del terrore»

(Corriere Canadese, 16 settembre 2009)

 



Di PAOLA BERNARDINI


 


 

l 3 gennaio 1982, sono pochi i terroristi in libertá  e tra questi Sergio Segio, militante di Prima Linea, che decide di andare a liberare la compagna Susanna Ronconi. Un ultimo disperato gesto che sarebbe dovuto essere l'anticamera di una nuova vita all'estero e che invece ha aperto le porte di una prigione senza ritorno.
La Prima Linea del regista Renato De Maria è stato presentato in anteprima mondiale al Tiff: bravi gli attori Giovanna Mezzogiorno e Riccardo Scamarcio che, alla fine del film, fa ammettere all'ex terrorista rosso di «sentire il peso di tutte le vittime, anche quelle che non ho direttamente colpito. La mia responsabilitá  è politica, morale, giudiziaria: io le assumo tutte e tre». De Maria racconta in immagini una pagina nera degli Anni di piombo e, attraverso la storia dell'evasione di Susanna Ronconi e di altre compagne affiliate al gruppo terroristico, fa rivivere il delitto Moro, quello del sindacalista Guido Rossa, del giudice Emilio Alessandrini, «uno bravo perché è stato il primo a dire che la bomba a Piazza Fontana era stata messa dai fascisti e non da noi», dicono i terroristi di Prima Linea mentre a tavolino progettano l'omicidio.

Segio, detto anche il comandante Sirio, sembra sempre sul punto di tirarsi indietro «ma solo nel 1980 mi sono reso conto di aver toccato il fondo, quando arrestarono William Waccher che, troppo fragile, divenne il primo collaboratore di giustizia». Il vero confronto Segio lo ha con la compagna Susanna, con la quale si vede di nascosto in una casa affacciata sul mare. «Abbiamo fatto un sacco di errori e abbiamo perso la nostra umanitá  quando abbiamo preso in mano un'arma», le dice comunicandole la sua intenzione di lasciare Prima Linea. Nel dicembre 1980 Susanna Ronconi viene arrestata. Poi l'evasione dal carcere di Rovigo fino alla nuova cattura di entrambi: lei è tornata in libertá  nel 2002, lui nel 2004.
Casualitá , ricordi, terrore, destini, polemiche: La Prima Linea di Renato De Maria è tutto questo. Nasce da un libro trovato per caso in una libreria; tre anni di lavoro per ricostruire quei fatti alla fine dell'epopea del terrorismo culminati in 8 settimane di riprese nel Nord Italia e un fiume di critiche e provocazioni. Il tema è duro, tratta vicende che hanno segnato la storia d'Italia e lasciato ferite non rimarginabili ed è per questo che durante le riprese sono scese in campo le associazioni familiari delle vittime ed ex sequestrati dalle Br per chiedere di bloccare il film. «Il mio obiettivo era quello di essere fortemente legato ai fatti che erano successi e, attraverso quelli, non esprimere un giudizio ma cercare di raccontare e poter capire», dice il regista Renato De Maria al Toronto Film Festival per il debutto di La Prima Linea.

De Maria, come mai ha deciso di fare un film partendo dall'esperienza e dalla testimonianza di un ex terrorista rosso?

«Casualmente ho trovato in libreria Miccia Corta di Sergio Segio e ho letto la storia di questa evasione progettata per liberare la sua donna. Dal punto di vista cinematografico era un'idea molto forte, poi chiaramente dentro al racconto di quella giornata - che noi abbiamo molto ampliato - ho visto la possibilitá  di raccontare la vita dei due protagonisti della storia del terrorismo italiano. Molti di noi hanno vissuto quegli anni del terrore, sanno i fatti, cosa è successo alle vittime, ma cinematograficamente non è mai stato raccontato cosa c'era dietro la vita di quelle persone al punto da portarle a diventare terroristi, a fare scelte, errori tragici e soprattutto a poter pensare di decidere di dare la morte ad altre persone».
Il Segio dissociato che porta sullo schermo dice alla compagna: «Abbiamo perso l'umanitá  quando abbiamo preso in mano un'arma» o altre frasi tipo: «Sono stanco di vedere il terrore negli occhi delle vittime». Ha voluto mettere l'accento sull'ammissione degli errori?
«Quando è stato arrestato Segio aveva 26 anni, vuol dire che aveva ucciso il giudice Alessandrini a 22-23 anni. Parliamo di una generazione molto giovane che si è buttata a capofitto in un movimento probabilmente senza avere la maturitá  e la razionalitá  per capire fino in fondo quello che stava facendo. Questo aspetto per me ha qualcosa di disperato perché c'è il dolore per le vittime, ma anche l'orrore di vedere una giovinezza buttata via».
Qual è stata la reazione di Segio quando le ha detto che era intenzionato a fare un film tratto dal suo libro?
«Quando lo abbiamo contattato per chiedergli i diritti cinematografici abbiamo intavolato una lunga trattativa perché voleva capire il tipo di progetto che avevamo in mente, visto che parlavamo della sua vita. Ho detto sin da subito che non volevo romanticizzare le loro figure e che la sceneggiatura avrebbe rispecchiato il mio concetto di realtá . Il mio film è un racconto reale dei fatti. Il giudizio, il dibattito ideologico che sicuramente scatenerá  sará  anche un risvolto valido perché una delle positivitá  di un film è proprio quella di accendere discussioni».

Per ora ha acceso solo polemiche...
«Sí, ma sono convinto che dopo la visione del film si aprirá  una discussione».
Fino a oggi lei non ha risposto alle critiche e alle accuse che le sono state rivolte, solo il suo produttore Andrea Occhipinti l'ha difesa a spada tratta.

«Sono convinto che per me parlerá  il film. Io sono un artista, ho il privilegio e la fortuna di avere un linguaggio attraverso cui esprimersi: il cinema. Prima di scendere in campo ho voluto dare alla gente la possibilitá  di vedere il film, è chiaro che certe polemiche mi hanno fatto soffrire perché prima di giudicare un'opera bisognerebbe vederla».
Le hanno anche criticato la scelta di due personaggi affascinanti come Scamarcio e Mezzogiorno perché dicono che potrebbero essere a rischio emulazione.
«áˆ la cosa piú bizzarra che ho sentito finora. I personaggi del mio film sono molto difficili e quindi avevo bisogno di due professionisti, bravi attori e di una certa etá , non potevo certo prendere un quarantenne anonimo. La potenza di un film è anche evocare emozioni forti, positive o negative e in parte sta nella bravura degli attori, nelle facce che comunicano emozioni: Riccardo Scamarcio è uno di questi. Giovanna Mezzogiorno è una professionista ineccepibile che ha lavorato anche a Hollywood e in Francia. Ma poi è chiaro, se uno fa l'attore difficilmente è brutto, magari non è bellissimo ma ha qualcosa di talmente particolare che lo rende protagonista, altrimenti farebbe il caratterista. Forse non bisognerebbe fare piú film con Pitt o Clooney, perché troppo belli».
Lei ha parlato di una lunga trattativa con Sergio Segio per i diritti cinematografici, c'è stata una collaborazione nel processo creativo?
«Assolutamente no perché non sarebbe stato corretto. I miei sceneggiatori Sandro Petraglia, Ivan Cotroneo e Fidel Signorile hanno incontrato Segio che è stato una fonte di informazione ma non è stato affatto coinvolto nel progetto artistico».

Segio e Ronconi hanno visto il film pronto per la distribuzione?

«Solo alcuni spezzoni. La loro reazione è stata di sofferenza nel rivedere fatti tragici del loro passato, nel contesto il film è piaciuto ad entrambi anche se ci sono alcune scene che avrebbero voluto raccontate in un'altra maniera. Ma, in senso corale, i personaggi non sono molto distanti dalla realtá ».
Giovanna Mezzogiorno e Riccardo Scamarcio hanno incontrato Segio e Ronconi per prepararsi alle riprese?
«Scamarcio mi aveva chiesto di incontrarlo e si sono visti due volte anche se il Segio che si è trovato davanti è un uomo di 54-55 anni che si è fatto 22 anni di galera, non è il ragazzo che raccontiamo nel film. Il faccia a faccia non è stato con un personaggio che è identico a quello che andava ad interpretare, comunque ha trovato un uomo che non ha dimenticato. E la stessa cosa è successa a Giovanna Mezzogiorno con Susanna Ronconi».
Nel film ha messo anche l'accento sulla tragedia Moro e su Segio che cerca di prendere le distanze: non pensa che questa scelta potrebbe alimentare altre polemiche?
«Era impossibile non passare attraverso l'uccisione di Moro perché quella tragedia ha segnato una svolta di incrudelimento del movimento terroristico e anche di distacco dalla societá . Fino ad allora c'era stata una fronda generazionale che apparteneva a Prima Linea e che, pur essendo contraria, riconosceva che gli altri gruppi terroristici venivano dal suo interno. Non si approvavano ma non si condannavano nemmeno perché fino a quel momento non avevano ammazzato nessuno. Dopo la tragedia Moro - a cui Prima Linea era contraria prima di seguire quell'onda - il distacco è diventato piú forte. L'organizzazione è stata sempre piú isolata e gli affiliati sono diventati feroci esecutori di una logica che si era sviluppata tutta al loro interno. Non avevano piú rapporto con la realtá , erano impazziti e io ho voluto sottolineare questo passaggio mettendo nel film un frammento di un pezzo di repertorio».
Il momento piú impegnativo durante le riprese?
«Abbiamo girato a Torino, Milano, nel Polesine, da Venezia a Rovigo ripercorrendo il viaggio che fatto il giorno dell'evasione. Gli spostamenti, soprattutto quelli con il furgone, sono stati complicati ma l'impegno maggiore è stato nella ricostruzione del carcere a Pinerolo con tanto di mura che corrispondevano perfettamente alla planimetria del penitenziario di Rovigo. L'intero film è stato impegnativo, direi che è stato una fatica epocale che mi ha lasciato soddisfatto ma mi ha anche stremato».

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