News per Miccia corta

13 - 09 - 2009

1989, l'anno che cambió il, mondo

(la Repubblica, domenica 13 settembre 2009)

 

 



Le strade di Varsavia, di Praga, di Budapest sono le vetrine di societá  disinvolte e ormai assuefatte al consumismo. I monumenti nazionali, spesso mortificati dai regimi comunisti, sono stati restaurati con amore Allo sguardo, il nostro continente non appare piú diviso in due mondi

 

BERNARDO VALLI 

 

 

VARSAVIA

La rievocazione del 1989 è anche un inevitabile viaggio nel presente. Il ricordo di quel che accadde vent'anni fa si sviluppa, assume contorni nella memoria sensibile, vulnerabile alla dialettica del momento. La realtá  sotto i nostri occhi fa da filtro al passato. Qui, sulla via Nowy Swiat, nell'autunno polacco ancora tiepido, mi chiedo se il Paese sia lo stesso in cui ho assistito a tanti avvenimenti drammatici, di rivolta e di repressione, nel secolo scorso. L'89, l'anno incruento che, piú di una guerra, ha cambiato l'Europa e il mondo (ma ci fu poi alla fine, in dicembre, il sangue versato in Romania), ha trasformato il paesaggio. Le cose e gli esseri umani. Sulla Nowy Swiat, la via del Nuovo mondo, hai il ritratto di una societá  disinvolta nei gesti, attirata, ma non piú affascinata, non piú ipnotizzata, perché ormai assuefatta, dalle vetrine in cui sono esposti prodotti identici, almeno per un occhio inesperto, a quelli esibiti nelle capitali veterane del consumismo di lusso. Le donne avanzano a grandi falcate, mostrando le lunghe gambe abbronzate, lasciate scoperte da shorts piú da spiaggia che da cittá . Gli uomini, anche loro reduci da vacanze assolate, indossano abiti scuri, secondo la moda maschile imperante un po' ovunque in Occidente. Puó sembrare una banale scena della ripresa dei normali ritmi di vita, in una metropoli europea, dopo l'estate. Ma non lo è per chi ha nella memoria la Varsavia sbiadita, grigia, logora, in cui le luci delle vetrine illuminavano poveri oggetti che la fantasia prodigatasi nel presentarli non riusciva a rendere meno modesti. Nei primi anni Ottanta, durante lo stato d'assedio decretato (contro il sindacato Solidarnosc) dal generale Jaruzelski, primo segretario del Partito comunista e primo ministro, le ragazze avevano spesso la borsa imbottita di mele, che mangiavano per calmare la fame. Le addentavano con la stessa disinvoltura con la quale oggi sfilano, con lunghe falcate, davanti ai negozi scintillanti di via Nowy Swiat.

Chi ritorna a Varsavia è abbagliato dalla capitale ripulita, ammodernata, costellata di edifici vetro e cemento, e con i palazzi ricostruiti sulle macerie della Seconda guerra mondiale (uguali o somiglianti a quelli dei settecenteschi quadri del Bellotto, il Canaletto varsaviese), adesso rinfrescati con le tinte originali. O quasi. ሠun'esplosione di colori. Ecco, l'89 ha cambiato le immagini. Vale a dire lo spettacolo della vita. Allo sguardo l'Europa non è piú divisa in due mondi. ሠuna prima impressione che, certo, va relativizzata. Dietro la facciata ci sono le delusioni: le angosce esistenziali alimentate dal denaro onnipotente; le fiammate di populismo che sollecitano gli egoismi nazionalisti e xenofobi; la paura di non avere un lavoro stabile, garantito prima dell'89, sia pure mediocremente; la diffidenza verso un'Unione europea che non si è rivelata una terra promessa.

I l grande cambiamento è pieno di ombre. Ma l'unificazione delle immagini salta agli occhi. Cosi come è vistoso il culto della memoria. Altro elemento unificatore dell'Europa, che dall'89 ha abbattuto tanti steccati. Tante frontiere. Anche quelle della storia. A Praga ritorno nell'antico cimitero ebraico, attirato dalla magica spettralitá  di quella necropoli. Voglio controllare se ricordo la ricca simbologia delle lapidi, che insieme formano un disperato esercito di pietra. Un esercito allo sbaraglio, scrive Angelo Maria Ripellino in Praga magica. Le mani benedicenti incise sullo stelo sono il segno dei sacerdoti. La brocca e la bacinella il segno dei loro coadiutori. Le forbici indicano la tomba di un sarto. Le pinze quella di un medico. L'arpa, di un liutaio. E poi vi sono cervi, lupi, colombe, carpe, oche. Il becco di una gallina rivolto contro una testa femminile indicherebbe la tomba di un'adultera, che il volatile sta per accecare. Sí, la memoria funziona. Ha resistito quarant'anni, tanti ne sono trascorsi dall'occupazione sovietica, quando il cimitero ebraico era per alcuni di noi, cronisti, un luogo di incontro appartato. La lettura dei simboli funerari sulle lapidi secolari adesso è corale, poiché nel recinto siamo assai piú numerosi noi vivi dei morti. Un'armata di turisti occupa il centro di Praga e ondeggia tra la Vltava e il ghetto che non c'è piú, lungo la via Parigi, a pochi metri dalla necropoli ebraica incantatrice della fantasia di innumerevoli pittori. E nella via Parigi riscopro la scena varsaviese di via Nowy Swiat. Vetrine da rue du Faubourg-Saint-Honoré, e tanti indigeni vestiti secondo la moda del momento, tra orde di turisti scamiciati.

Anche Praga è stata imbiancata. Ripittata. Ma c'è chi rimpiange la cittá  sdrucita, vittima dell'incuria e della povertá  del comunismo fallimentare. Allora soffriva di un'affascinante mestizia. Troppi sono, oggi, i cambiavalute e i pizzaioli. Estetica e politica sono in aperta tenzone.

Allora Praga si difendeva dalla violenza dell'impero sovietico con l'ironia. Un'ironia sottile, come diafana era la preziosa immagine della cittá . L'ironia ha poi finito col trionfare, dopo l'89, quando Vá¡clav Havel, drammaturgo diventato un presidente democratico, si muoveva su un monopattino rosso dalla sala barocca a quella gotica del castello boemo svettante sopra Hradcany. E sostituiva la statua di Stalin, dominante la cittá , con quella di Michael Jackson. Havel si è ritirato da tempo a vita privata, lasciandosi alle spalle l'impercettibile scia della sua emozionante ironia.

Come a Varsavia, anche a Praga i luoghi della memoria sono stati restaurati. Il socialismo reale dedicava un'attenzione particolare a quelli conformi alla sua interpretazione della storia. Adesso la sovranitá  del ricordo, come la chiama George Steiner, prevale incontrastata. Le strade e le piazze sono tappezzate di scritte commemorative e sono dedicate a uomini di Stato, militari, poeti, artisti, compositori, filosofi e santi, che erano stati radiati dalla memoria ufficiale. I nomi delle grandi famiglie nobili sono stati reintegrati con enfasi nella storia patria e riscritti sulle facciate dei palazzi. Come a Parigi o a Londra o a Roma o a Stoccolma, la toponomastica esalta i protagonisti della letteratura, della filosofia, dell'arte, della politica, senza piú la censura di un tempo che non risparmiava la storia. Una riabilitazione al tempo stesso luminosa e soffocante, perché la sovranitá  del ricordo commemora anche secoli di massacri e di sofferenze, di odio e di sacrifici. Ma l'Europa è questa.

A Budapest il paesaggio della riva destra del Danubio è stato restaurato con cura. A chi mi è accanto sull'opposta sponda del fiume, proprio di fronte a Buda, dico di non ricordare troppo degradata l'acropoli che Sá¡ndor Má¡rai definiva, con struggente ammirazione, di una fierezza altisonante. Neppure negli anni Sessanta, quando il « comunismo al gulash», come era chiamato il regime di Ká¡dá¡r, cercava di far dimenticare il bagno di sangue dell'insurrezione del "˜56, neppure allora i palazzi storici e lo stesso castello mi erano apparsi trascurati e logori. Ma il nuovo amico ungherese mi indica i contorni rinnovati e i colori rinfrescati del castello e delle costruzioni abbarbicate alle pendici della collina, evidenti espressioni del pensiero storico in forma di pietra. E, dietro, i vecchi quartieri raggomitolati dove i nomi delle vie rievocano o rievocavano antiche arti e mestieri degli abitanti di un tempo, anche loro risanati. I restauri nell'aristocratica Buda, come quelli di Pest, i cui tetti erano paragonati a una foresta di color ruggine e blu acciaio, rivelano quel culto del ricordo, sia pur spesso vergognosamente trasgredito, comune ai Paesi europei a lungo divisi dalla guerra fredda. Questo culto unificatore è una caratteristica dell'Europa, schiacciata tra un'Asia che si è rinnovata e potenziata cancellando le immagini del passato (i bulldozer in Cina hanno distrutto piú di qualsiasi esercito nella storia dell'uomo, per far spazio a nuove cittá  e villaggi) e un'America per sua natura rivolta al futuro. In memoriam potrebbe essere lo slogan del Vecchio continente, vent'anni dopo l'89.

Idee ed espressioni di Sá¡ndor Má¡rai (del quale mi accompagnano i libri) ricorrono nella conversazione con il nuovo amico ungherese, sulla riva del Danubio. Mi accorgo che gli rubiamo a volte le parole. Lo scrittore è morto suicida, sulla soglia dei novant'anni, proprio nell'89, ma poco prima del crollo del Muro di Berlino e del mondo dal quale era fuggito. Viveva a San Diego, in California, e il riconoscimento come grande romanziere avvenne dopo la sua morte. Il trionfo postumo, dice l'amico ungherese, fu quello della riemersa borghesia di Budapest. Lui era misconosciuto, in quanto scrittore «borghese». L'89 gli ha reso giustizia.

Per la prima volta nella sua storia, l'Europa intera applica l'economia di mercato. Russia compresa. Sull'autenticitá  di questa scelta si possono avanzare tante riserve. Le dichiarazioni di principio non si traducono sempre in realtá . E tuttavia non c'è piú antagonismo tra sistemi economici, con tutte le implicazioni ideologiche e politiche. Inoltre è la prima volta (dal 1815, ricorda lo storico Krzysztof Pomian) che l'Europa non è piú divisa in due campi, virtualmente rivali anche nei periodi di pace. Prima, i Paesi a regime parlamentare si confrontavano con le monarchie assolute o con i regimi autoritari. Poi le istituzioni democratiche si opponevano a poteri la cui legittimitá  si basava su principi dinastici. E infine la linea di divisione passava tra democrazie e regimi totalitari o autoritari. Da vent'anni c'è un'uniformitá  ideologica e politica che, per quanto superficiale e fragile, in particolare nell'Europa dell'Est, resta la grande realizzazione dell'89. La stessa Russia, nonostante la forte diversitá , non agisce nel nome di un'ideologia universale, ma spinta da quello che crede essere il suo interesse, e dal nazionalismo.

L'uniformitá  europea è frantumata dalla diversitá  linguistica. Le lingue sono piú numerose dei Paesi. Sá¡ndor Má¡rai diceva che l'ungherese, parlato da una manciata di uomini e donne (dieci milioni sui miliardi che popolano la Terra) era la sua patria: il vero valore della vita. Per lui la lingua contava piú di tutto il resto, o lo riassumeva. Molti cechi devono pensare la stessa cosa, se spinti da uno sciovinismo linguistico considerano Milan Kundera un «traditore» perché scrive ormai da anni in francese. Ben vengano traditori del genere, pensa un devoto di Joseph Conrad, nato polacco e diventato romanziere inglese.

Una semiologa e psicanalista, che si presenta come una cittadina europea di nazionalitá  francese, d'origine bulgara e americana d'adozione, Julia Kristeva, parla di individui caleidoscopici creati dal mosaico di idiomi europei. Individui pronti a sfidare il bilinguismo del globish english per capirsi tra di loro. Curiosamente il globish english, un inglese-esperanto, semplificato, articolato in tante versioni, come i vecchi dialetti, spesso incompreso da inglesi e americani, serve da elemento unificante in un continente pacificato in cui il poliglottismo è una causa di disunione. ሠfonte di gelosia, di odio, di nazionalismo. C'è il caso basco; quello belga; quello slovacco-ungherese. Per non citare che i casi piú attuali, piú acuti. Meno facile è elencare le grandi frustrazioni linguistiche, i conflitti latenti, sfumati, ammortizzati dall'educazione culturale. Paul Valéry diceva che si puó imparare l'inglese in venti ore. Era una vanteria francese, prima ancora che vedesse la luce il globish english.

In realtá  per molti europei l'anglo-americano contiene inconsciamente una speranza legata al ricordo delle promesse del viaggio verso Ovest. Mentre le altre lingue, tanto amate e tanto ricche di storia letteraria, sono vincolate ai luoghi della memoria, carichi di gloria e di altrettanta tristezza e sofferenza. ሠla tesi condivisibile di George Steiner, insegnante di letteratura in quattro lingue (tedesco, inglese, francese, italiano). Nell'epoca della tecnologia, l'inglese, e in parte il suo surrogato globish, è la lingua scientifica. Quella del computer, sillabario del nostro tempo. Ma è anche la lingua dell'89, anno in cui si è conclusa in Europa la guerra fredda, perduta dall'Unione Sovietica e vinta dall'America.

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