News per Miccia corta

31 - 08 - 2009

``Quel giorno imparai una cosa che senza forza morale non si vince``

 

(la Repubblica, lunedí, 31 agosto 2009)

 

 

 

 

ANDREA TARQUINI 

 

 

 

BERLINO

«Ricordo ancora quei giorni, quelle due grandi date che vissi, come fosse ieri. Il primo settembre "˜39, gli Stuka in picchiata sulle nostre case, le Panzerdivisionen, la caccia all'ebreo... e il novembre dell'89, la caduta del Muro di Berlino. Due momenti dell'inevitabile della Storia che è imperativo ricordare per i giovani e per chi verrá . Ebbero Danzica come luogo primo, e ci rammentano che senza la forza morale non basta la piú grande forza militare per vincere e piegare il mondo». Dal telefono, la voce del comandante Marek Edelman suona ancora chiara e lucida. Lui, leader militare dell'insurrezione del Ghetto di Varsavia, poi grande mente di Solidarnosc durante la Guerra fredda, racconta i suoi ricordi, di «quando si viveva lottando, tenuti in piedi solo dalla speranza».

Comandante, cosa significa per lei questo anniversario dell'aggressione nazista alla Polonia, l'inizio della seconda guerra mondiale?

«E' un ricordo importante, non tanto per chi l'ha vissuto, ma soprattutto perché deve restare vivo come monito, per tutti quelli nati dopo, e per chi verrá  dopo di noi. Il ricordo della guerra piú terribile, e degli imperativi della Morale che puó vincere».

Cosa ricordi personali ha di quel giorno?

«Non solo lo shock tremendo dell'aggressione. Per il razzismo, per la violenza dell'occupazione. Non bastó la sorpresa terribile di essere schiacciati dalla soverchiante macchina militare nazista. Il fatto piú terribile era sentirsi per decreto degradati tutti a Untermenschen, a subumani. Noi ebrei, tutti noi polacchi, chiunque non fosse tedesco e nazista. E' terribile quando un popolo, come fecero allora i tedeschi, tratta tutti gli altri come esseri subumani».

Come guardava allora ai tedeschi?

«Per me era terribile anche vedere come la macchina di sterminio nazista avesse tolto ogni umanitá  anche a loro. Tornai a Varsavia, nascosi e posi in salvo i miei pochi averi, vidi morire tanti amici e cari o seppi della loro morte, mi unii subito alla Resistenza. Vennero anni di lotta, eppure vedevamo che tra i nemici spietati che combattevamo c'erano anche piccoli, semplici esseri umani, ridotti alla disumanitá  dalla tirannide. Ridotti da uomini a macchine di morte e nemici: o noi o loro».

Quando entró nella Resistenza?

«All'inizio di ottobre. Vidi tanti amici cadere attorno a me, vidi le deportazioni, pensai di non avere scelta».

Pensava a una lotta disperata, o quando cominció a pensare che la Germania nazista avrebbe potuto perdere?

«Io, come resistente, mi sentivo sempre diviso tra due sentimenti opposti. Ero schiacciato dal pessimismo. E al tempo stesso ero convinto che i tedeschi avrebbero perso la guerra. Pessimista, perché la potenza della macchina militare nazista faceva paura. Ma a Hitler mancava la forza morale. E senza la morale non puoi vincere. Questa era la speranza».

Poi venne la Guerra fredda. E l'89, la caduta del Muro, come il "˜39 ebbero Danzica come luogo.

«Sí, e questo è un fatto simbolico molto importante. Di quei due grandi momenti, Danzica resta per il mondo il simbolo della lotta per la libertá . Il simbolo di lotte che cambiarono il mondo. Grazie a quelle lotte, viviamo oggi in un mondo che nel "˜39 e nell'89 potevamo solo sognare. Oggi ho grande rispetto dei tedeschi. Specie dagli anni "˜70, si sono mostrati capaci di scelte coraggiose. La Germania è diventato un altro paese, parte importante di questo nuovo mondo che 70 o 20 anni fa sembrava solo utopia e sogno». 

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