News per Miccia corta

31 - 08 - 2009

Danzica, 70 anni dopo

(la Repubblica, lunedí, 31 agosto 2009)

 

 

 

 

 

A Danzica, il 1 settembre del "˜39, cominció l'invasione della Polonia e la II guerra mondiale. 50 anni dopo nasceva Solidarnosc che avrebbe sgretolato la Cortina di ferro E ora le celebrazioni serviranno a riallacciare i rapporti tra Est e Ovest 

 

Quella sganciata dal tenente Dilley fu probabilmente la prima bomba della guerra universale 

 

Sulla Wasterplatte oggi coperta dagli alberi, un monumento ricorda quel giorno 

 

E sempre qui, con Solidarnosc, si è prodotta la scossa che condusse al crollo dell'Urss 

 

Qui, negli anni "˜70, la rivolta dei cantieri navali portó alla fine del governo stalinista 

 

 

BERNARDO VALLI

 

 

 

DANZICA 

ሠsenz'altro un avvenimento carico di significati, per il passato e per il presente, l'imminente incontro sulla Westerplatte tra un cancelliere tedesco e un primo ministro russo, ospiti del padrone di casa polacco. Angela Merkel e Vladimir Putin, guidati da Donald Tusk, nato a Danzica e oggi capo del governo a Varsavia, raggiungeranno nel primissimo mattino di domani la sottile penisola disegnata sul Baltico come uno scudo naturale a difesa della cittá . Settant'anni fa, il primo settembre 1939, quando non erano ancora le cinque, la Westerplatte, adesso coperta da un fitto bosco di robusti alberi nordici, dai quali spunta un monumento che mi sembra ricalcato su quelli della civiltá  Maya, ricevette le bordate della Schleswig-Holstein. I cannoni da 280 della corazzata tedesca, una nave scuola mandata da Hitler cinque giorni prima con il pacifico pretesto di celebrare una vecchia battaglia (quella di Tannenberg, nel 1914), spararono a tradimento sulla piccola guarnigione polacca.

Con qualche minuto d'anticipo tre stukas decollati da Elbing, nella Prussia orientale, sganciavano bombe in prossimitá  del ponte di Dirschau, sulla Vistola, per impedire che venisse fatto saltare dai difensori.

Le truppe corazzate tedesche dovevano superarlo per entrare a Danzica e il tenente Bruno Dilley scese con il suo stuka a dieci metri, sfioró la cima degli alberi per centrare il meccanismo destinato a far brillare le mine. Era un bersaglio grande come la capocchia di uno spillo. L'audacia del pilota tedesco fu inutile perché i genieri polacchi riuscirono lo stesso a distruggere il ponte. Ma la loro altrettanto audace azione non impedí l'avanzata delle colonne corazzate del generale Heinz Guderian.

Quella sganciata dal tenente Dilley fu probabilmente la prima bomba (da 280 chili) della guerra piú universale della storia dell'uomo, poiché coinvolse via via tutti i continenti. E nei sei anni che seguirono la civile Europa scrisse, con ignominia e coraggio, le sue pagine piú tragiche.

Danzica si presta alle rievocazioni. Stimola il cronista a violare i confini che separano la memoria da quella che è ormai storia. Lo spinge a saltare dai dettagli, affidati al ricordo, ai grandi avvenimenti geopolitici da tempo oggetto di un'operazione intellettuale e laicizzante, condotta con un'analisi e un discorso critico. A passare appunto dalla memoria alla storia. Per afferrare il primo significato della presenza sulla Westerplatte di un cancelliere tedesco e di un primo ministro russo, guidati dal capo del governo polacco, bisogna compiere salti a ritroso di settant'anni.

In quell'estate del "˜39, nel mese di Elul, corrispondente nel calendario ebraico all'agosto-settembre, gli ebrei polacchi di Varsavia suonavano lo shofar per proteggersi da Satana. Un Satana che aveva la faccia del Furher tedesco. La notizia che il 23 agosto Hitler e Stalin avevano firmato un accordo era stata accolta come un annuncio di guerra. Nei parchi e nelle piazze si scavavano trincee. Preti e rabbini, ricchi cittadini cattolici e ebrei, studenti di yeshivah, le scuole talmudiche, chassidim, ebrei mistici, si presentavano volontari armati di badili. La fratellanza ecumenica dettata dall'emergenza non impediva che altrove, nella capitale, squadre di sciovinisti antisemiti continuassero a molestare o ad aggredire gli ebrei.

La descrizione è tratta da un libro di Isaac Bashevis Singer (La famiglia Moskat), in cui un personaggio, devoto a Spinoza, pensa che Hitler in quanto uomo sia parte della Testa di Dio, un aspetto della Sostanza eterna. Quindi che ogni suo atto sia predeterminato da leggi eterne, e ogni sua infame azione sia parte funzionale del cosmo. Se si è conseguenti bisogna ammettere che Dio è male, o altrimenti il dolore e la morte sono bene. Per Singer è il prologo all'imminente massacro degli ebrei.

La Polonia era in una morsa. A Est c'era Stalin e a Ovest c'era Hitler. Quando, per arrivare a un'eventuale intesa strategica con le democrazie occidentali, i sovietici avevano chiesto il diritto di passaggio attraverso la Polonia, al fine di schierarsi sul confine tedesco, i colonnelli al governo a Varsavia avevano risposto con un asciutto no.

Ministro degli esteri, ma con un potere assai piú esteso, era l'orgoglioso Jozef Beck, un ex ufficiale di cavalleria che aveva conservato il carattere e lo stile di un militare. Dei russi non ci si poteva fidare, tanto piú se comunisti. Il patto di non aggressione del 23 agosto, tra Hitler e Stalin, sembró una conferma. Oltre a motivi ideologici, la diffidenza polacca verso i russi aveva radici storiche, ed era altresí il riflesso di quella dei grandi Paesi democratici occidentali, Inghilterra e Francia, nei confronti di Mosca.

Il 7 settembre, a neppure una settimana dall'invasione della Polonia, Stalin ebbe al Cremlino un colloquio col bulgaro Dimitrov, al quale spiegó che se prima della guerra la distinzione tra fascismo e regime democratico era giusta, adesso era sbagliata perché il conflitto indeboliva il capitalismo e favoriva quindi l'avvento del comunismo nel resto dell'Europa. In quanto alla Polonia non vedeva la necessitá  di risparmiarla, poiché era governata da un regime di estrema destra. Il 17 settembre, d'intesa con la Wermacht, l'Armata Rossa entró nell'Ucraina polacca, attuando un'altra spartizione del Paese. Storicamente la quarta. La successiva invasione tedesca dell'Unione Sovietica ha poi condotto al contributo decisivo di quest'ultima alla sconfitta del nazismo. Ma nel settembre del "˜39, del quale Vladimir Putin e Angela Merkel, ospiti del primo ministro polacco, si apprestano a ricordare l'anniversario, la realtá  era quella appena descritta. Il futuro non era scrutabile.

I settant'anni trascorsi non banalizzano le immagini del cancelliere tedesco e del primo ministro russo sulla Westerplatte. Non è trascurabile che esse siano possibili soltanto nella nostra stagione politica.

Non è facile esorcizzare ovunque i defunti demoni della storia. A Danzica il fatto assume un valore particolare. In questa cittá  baltica sono cominciati altri avvenimenti che hanno cambiato la faccia non soltanto dell'Europa. In Polonia, e in particolare qui, a Danzica, si sono aperte le prime crepe che hanno condotto all'implosione dell'impero sovietico, cinquant'anni dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Appena vent'anni fa. Nel 1989.

Tutto quel che vedi, torri, campanili, edifici con una falsa patina antica, tutto è stato ricostruito. Le quinte originali, le facciate vecchie, di tre quattro secoli, devastate dalla guerra, sono state rifatte con scrupolosa esattezza, nell'audace e non sempre riuscito tentativo di ridare autenticitá  alla nuova scena. Neppure il paesaggio umano è quello di un tempo.

I protagonisti e le comparse, uomini e donne, non sono gli stessi. Erano in stragrande maggioranza tedeschi e oggi sono figli o nipoti appartenenti a famiglie arrivate dall'Est, dai territori ceduti nel "˜45 alla Russia, e venute a sostituire milioni di tedeschi in fuga dalle piane della Prussia, della Pomerania, della Slesia. Un doppio movimento di profughi, germanici e slavi dilaganti a rincalzo gli uni sugli altri verso Occidente. Il ricambio di sangue è stato fulmineo. Ed è il nuovo sangue che ha fatto di Danzica un luogo dove si fa ancora la storia.

All'avvio degli anni Settanta nei Cantieri navali allora dedicati a Lenin gli operai sono insorti, provocando le dimissioni del governo stalinista, e gettando le basi del futuro sindacato Solidarnosc, che negli anni Ottanta, dopo una lunga azione clandestina, avrebbe costretto il regime comunista a trattare. A partecipare a una «tavola rotonda», seguita da elezioni democratiche e dalla prima formazione di un governo presieduto da un non comunista. A Danzica si è prodotta la scossa che ha poi condotto al crollo dell'Unione Sovietica.

Ricordo la cittá  devastata dalla rivolta operaia nell'inverno del "˜70, quando Franco Fabiani, corripondente dell'Unitá , e buon conoscitore della Polonia e della sua lingua, venne a tradurmi in albergo il giornale clandestino redatto dagli scioperanti. A un collega dell'Humanitè, quotidiano del pc francese, che gli rimproverava di aiutare un giornalista borghese, Franco rispose: «Cosí almeno qualcuno racconterá  i fatti come si sono svolti». Lá  è nata un'amicizia durata per il resto della vita. Nella Danzica di Solidarnosc, quella di Lech Walesa, l'elettricista poi eletto presidente della Repubblica, ho assistito a intensi ed esemplari momenti di lotta politica.

Oggi la cittá , senza piú gli storici cantieri navali, offre l'aspetto dinamico del resto della Polonia, il solo Paese, stando alle statistiche, a non avere subito gli effetti della crisi economica.

La presenza del cancelliere tedesco e del primo ministro russo sulla Westerplatte, ospiti del premier polacco, non è soltanto dovuta a un passato ormai remoto. Ha anche un valore per il presente. Come altre capitali post comuniste, Varsavia sente il peso della storia. Sente sul collo il respiro della vicina Russia, in preda al nazionalismo e smaniosa di recuperare almeno in parte la perduta potenza imperiale. La crisi georgiana dello scorso anno ha accentuato atavici timori.

E' sintomatico che l'appartenenza all'Alleanza Atlantica, vale a dire la protezione americana, prevalga spesso per importanza su quella all'Unione Europea. Anche se l'integrazione a quest'ultima (Varsavia adotterá  l'euro nel 2012) è sentita ormai come un processo naturale da molti polacchi. La decisione dell'amministrazione di Bush jr di installare uno scudo missilistico in Polonia (e nella Repubblica Ceca) è stata accolta con soddisfazione dai polacchi. Mentre i russi l'hanno giudicata un'insopportabile provocazione, anche se ufficialmente lo scudo dovrebbe garantire minacce provenienti da paesi piú lontani. ሠfacile pensare all'Iran.

Adesso Barack Obama sembra deciso a non realizzare il progetto del suo predecessore. E nello stesso tempo a Varsavia il nuovo governo, presieduto da Donald Tusk, è deciso a migliorare i rapporti con Mosca. La presenza di Vladimir Putin sulla Westerplatte ne è una prova. I rapporti russo-polacchi avvenivano a un livello assai piú basso. Adesso si incontrano i primi ministri. E con loro c'è il cancelliere tedesco. Sulla Westerplatte mancherá  un rappresentante americano di rilievo.

Barack Obama ha in questo momento altre preoccupazioni.

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