News per Miccia corta

09 - 02 - 2006

Macondo, Il paese dei ribelli che non c'è piú

(da La Repubblica, GIOVEDáŒ, 09 FEBBRAIO 2006, Pagina XV - Milano)

Jacopo Fo ripercorre la storia del locale, centro della cultura alternativa della Milano anni Settanta, ora sullo schermo in un'opera di Sordillo

Il paese dei ribelli che non c'è piú

LUIGI BOLOGNINI
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Macondo: un luogo che esiste e non esiste, dove succede tutto e non succede niente, che è adesso e mai. Un luogo, quello eternato da Garcia Marquez in Cent'anni di solitudine, che per quattro mesi fu anche a Milano. E se ne parla ancora adesso, a 30 anni di distanza. Si chiamava proprio Macondo il locale che nell'ottobre 1977 un gruppo di trentenni fondó occupando uno stabile disabitato in zona Moscova. Un'esperienza durata solo fino al febbraio successivo, quando i fondatori vennero arrestati con l'accusa di fumare hashish. Macondo riaprí, dopo che i fondatori vennero condannati a pene lievissime. Ma era tutto diverso, e presto il posto cambió radicalmente, passando anche in gestione agli arancioni, il pensatore di Osho Rajneesh, di cui erano diventati seguaci due dei fondatori Andrea ``Majid`` Valcarenghi e Mauro Rostagno. Ma quei quattro mesi eroici e ribelli si sono meritati un documentario, Macondo a Milano, di Michele Sordillo, proiettato stasera all'associazione Esterni. A ricordare tutto è uno dei fiancheggiatori di allora, Jacopo Fo.
Come definire Macondo a un giovane di oggi che allora non c'era?
«Era tantissime cose assieme. Anzitutto un tentativo di fare cultura diversa dalla ufficiale, cultura giovanile e alternativa, controcultura insomma. E questo lo si faceva in vari modi: uno spaccio di vestiti usati a prezzi minimi, mostre d'arte in cui esponeva Moebius, mercatini di libri, un ristorante di cibi biologici, feste che duravano giorni interi a cui venivano in 2-3.000, dall'operaio al trans, dalle fotomodelle agli scoppiatoni, da quelli di Lotta Continua ai giornalisti di Vogue. Era un posto dove qualcosa succedeva sempre, da cui si usciva migliori. E anche un modo per riflettere su modi alternativi di economia. Da lí sono nati i negozi equi e solidali e i gruppi di acquisto. Pure Alcatraz, la comunitá  che ho fondato in Umbria, si ispira a quei principi. E Saman, la comunitá  di Rostagno».
Lei cosa faceva?
«Parecchie cose. Iniziai l'affresco della parete della sala di ballo, 15 x 6 metri. E nello scantinato avevo un laboratorio di cartapesta. In piú lavoravo al Male, il settimanale satirico, che aveva lí la redazione. Un'esperienza meravigliosa, che ha segnato e indirizzato la mia vita, e non solo perché avevo 22 anni».
Meravigliosa ma breve: la fine fu traumatica.
«La scelta dell'estabilishment, economico e politico, fu il muro contro muro. Si decise di menare, senza capire che eravamo l'unica alternativa al terrorismo».
Addirittura?
«Tenga conto che venivamo tutti dall'autonomia operaia, avevamo capito che erano dei pazzi e che si avvicinava il momento del piombo. Noi invece eravamo indiani metropolitani, la nostra arma era lo sbeffeggio: quando i poliziotti caricavano i cortei noi ci mettevamo in mezzo a giocare a bandiera. Cose cosí. E anche la conferenza stampa dopo gli arresti la feci vestito da clown».
Perché?
«Per sottolineare la pagliacciata. L'accusa era associazione a delinquere finalizzata allo spaccio. Era successo che Macondo si era fatta pubblicitá  diffondendo 500mila finti biglietti Atm con la scritta ``Ce l'hai un filtro?``. Il filtro delle canne, insomma, che si fa con cartoncini come quelli. La polizia disse che ogni biglietto era un buono per ottenere uno spinello. Insomma, secondo loro a Macondo c'era mezzo milione di canne».

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Un documentario d'epoca

Per quattro spinelli finí tutto

LUCA MOSSO

Si respira l'aria degli anni '70 in Macondo a Milano, documentario di Michele Sordillo che verrá  proiettato stasera. Il film racconta la breve avventura del mitico locale di via San Marco che mise scompiglio nella Milano del 1977, dopo il rilancio del movimento e prima dell'omicidio Moro. Macondo era un posto difficile da definire, a metá  tra il locale tradizionale e il centro sociale: dentro c'erano una libreria, uno spaccio di vestiti usati e tanta musica. La difficoltá  definitoria era il suo punto di forza, perché faceva sí che, come racconta nel film Lorenza Malatesta, alle serate arrivassero la redazione di Lotta Continua e quella di Vogue. Milano, peró, non era preparata alla novitá  e nel febbraio del 1978 cancellava l'eccezione, accusando di spaccio di droga i gestori. Alla vigilia del dilagare dell'eroina, Macondo viene chiuso per quattro spinelli; alla fine le accuse si smontano, ma intanto la normalizzazione è ottenuta.
Il regista Michele Sordillo, autore di La cattedra e di La vita altrui, ha corteggiato a lungo il progetto. «Raccontare il Macondo – ci dice – è stato un modo per tornare ai miei vent'anni. Frequentavo il locale e conoscevo bene chi lo aveva inventato. ሠstato un momento importante della mia formazione». Il fatto che si tratti di un'esperienza condivisa con molti altri rende la testimonianza importante. La Milano che esce dal video è una cittá  del tutto diversa dalle cupe ricostruzioni oggi diffuse. In quegli anni, che non erano ancora ``di piombo``, ci si sapeva divertire, anche se, come sottolinea Sordillo, non si era davvero spensierati. La politica era al centro della scena, ma offriva lo spunto anche per prese in giro feroci come quella, giá  nello stile del settimanale satirico Il Male, mostrata nel film. Il lavoro piú difficile è stato recuperare il materiale d'archivio. Alla Rai non c'è quasi nulla e Sordillo ha potuto contare solo sull'archivio fotografico di Robi Shirer e su quello video di Ambrogio di Radio Alice.
Chiude la serata Santa Marta Social Club di Marco Maroni che, attraverso la scena del rock d'avanguardia – Area, Pfm, Stormy Six, Gianfranco Manfredi, Alberto Camerini – racconta gli anni immediatamente successivi a quelli del Macondo.

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