News per Miccia corta

27 - 08 - 2009

Da ``La doppia ora`` a ``La prima linea`` le pellicole targate Film Commission sbarcano ai festival prestigiosi di Venezia e Toronto

 

(la Repubblica, giovedí 27 agosto 2009, Pagina III – Torino)

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Il cinema "torinese" conquista l'America "Siamo diventati l'immagine dell'Italia" 

   

Della Casa: "Ai nostri meeting si viene a vedere il buono dello schermo tricolore. Segno che di noi si fidano, e infatti qui la crisi non lascia il segno" 


 

CLARA CAROLI 

 

 

 

"La prima linea", il controverso film di Renato De Maria che racconta l'avventura sanguinaria del comandante Sirio, girato sotto la Mole lo scorso inverno, con Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno nei panni dei due amanti terroristi belli e dannati Sergio Segio e Susanna Ronconi, sará  presentato in anteprima mondiale al Festival di Toronto, in programma dal 10 al 19 settembre. ሠuno dei tre titoli che rappresentano la resuscitata industria cinematografica torinese (quasi 250 milioni di euro di investimenti in Piemonte in otto anni) dall'altra parte dell'oceano. Gli altri sono "Vincere" di Bellocchio, giá  passato a Cannes, e "La doppia ora", opera prima di Giuseppe Capotondi in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia (dove "made in Torino" ci sono anche il documentario di Pappi Corsicato su Armando Testa e quello di Lizzani su Giuseppe De Santis).

Sei film targati Film Commission in due tra le piú prestigiose rassegne del mondo. Dal Lido al Canada, il nostro rinascimento, la nostra meglio gioventú cinematografica, spopola. Se la ride il presidente Steve Della Casa, nel suo ufficio al Cineporto, mentre mette a punto di contratti di "ospitalitá " prossimi venturi: attesi Fausto Brizzi per la doppia avventura, allée-retour, di "Maschi contri femmine" e "Femmine contro maschi", Marco Martani per "Mia sorella è una foca monaca" dal romanzo di Frascella, Alex Infascelli con un «giallo duro» ancora senza titolo, e la coppia Paolo Giordano e Saverio Costanzo alle prese con l'impegnativa sceneggiatura da "La solitudine dei numeri primi" (il primo ciak, programmato in questi giorni, è rinviato a novembre).

«Normalmente alle feste delle varie Film Commission, ai festival, si va per cortesia - racconta Della Casa - mentre le nostre sono diventate degli eventi, siamo costretti a lasciare la gente fuori. A Venezia, il 5 settembre, faremo un meeting, una cena alla Villa degli Autori, con il Museo del Cinema e il Torino Film Festival. Annunceremo i tre titoli che portiamo a Toronto. Portiamo per modo di dire. Quello è un grosso festival internazionale: un intervento all'altezza ci costerebbe troppo».

Un titolo a Cannes, uno a Locarno ("Lo specchio", il documentario sul paesino "senza sole" della Valle Antrona, girato col sostegno del Doc Film Fund), tre a Venezia e tre a Toronto. Perché, Della Casa, tutti vengono a girare a Torino?

«Perché si fidano, credo. Mi pare che in questi anni ci siamo fatti, come si dice, una reputazione. I nostri meeting ai festival sono diventati un punto di riferimento, un luogo dove si va a vedere quel che c'è di buono nel cinema italiano».

Che peró è moribondo, o poco ci manca.

«Sí, versa in pessime condizioni di salute. Ma noi non risentiamo della crisi. Con le fiction tv produciamo persino utili. Alla Regione costiamo tutto sommato poco (due milioni e mezzo di euro circa di contributo annuo, piú i fondi "ad hoc" per gli eventi festivalieri, Ndr) ma rendiamo molto sul piano dell'immagine. Siamo una campagna pubblicitaria abbastanza economica».

Perché a Torino si viene a girare ma non si produce?

«Quello del produttore tout court è un mestiere pieno di rischi che ancora nessun produttore esecutivo, in questa cittá , di questi tempi, ha il coraggio di correre».

La sua nomina è maturata dopo l'insediamento della presidente Bresso. Teme un cambio di colore nel governo regionale?

«No. Non credo che nessuno abbia interesse a intralciare l'attivitá  di un'azienda che funziona bene, costa poco e produce occupazione».

E sul piano personale?

«Credo che se mi dovessero cacciare la Film Commission sopravvivrebbe. E sopravvivrei anch'io». 

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