News per Miccia corta

24 - 08 - 2009

La mia generazione felice e perdente

 

(la Repubblica, lunedí 24 agosto 2009)

 


 

 

L'intervista/L'autore e il suo romanzo che esce ora in Italia

 


  

"Ho scelto di dare voce a quelli che hanno cercato di cambiare il mondo"

"Non credo alla letteratura come terapia ma penso che certe storie facciano bene"

 

MASSIMO CALANDRI

 

 

«I quattro uomini si guardarono. Piú grassi, piú vecchi e con la barba grigia, proiettavano ancora l'ombra di quel che erano stati. "Allora? Ce la giochiamo?" domandó Garmendia. E i quattro bicchieri si incontrarono in un brindisi, nella notte piovosa di Santiago». L'avventura è appena cominciata. Naturalmente romantica. Emozionante come un poliziesco, come una storia d'amore, d'amicizia e di speranza. Come un lungo viaggio nella memoria. Tra assalti alle banche e polli arrostiti, mail deliranti, vecchi giradischi e un rocambolesco omicidio. Tra i tormentati ricordi un investigatore, una giovane poliziotta e un'ultima, spregiudicata azione rivoluzionaria. Un'avventura, appunto. Con tanta ironia, ma senza perdere la tenerezza.

Nove anni dopo Le rose di Atacama, Luis Sepáºlveda è tornato al romanzo. L'ombra di quel che eravamo (Guanda, pagg. 148, euro 14,50) uscirá  in Italia il 3 settembre. Lo scrittore cileno ne parla cosí. «áˆ la storia di un gruppo di sconfitti», spiega. «Perdenti che peró hanno saputo conservare l'allegria. Perché sanno per cosa hanno combattuto e perso». La meglio gioventú cilena, dice. «Ho raccontato un giorno nella vita di quattro uomini dal passato comune, che per trent'anni di sono persi di vista e che si ritrovano per un'ultima avventura. Mentre aspettano di realizzare il loro progetto, cominciano a ricordare aneddoti del passato. Scoprendo quanto si assomigliano». E che sono diventati l'ombra di loro stessi. «Ma per proiettare l'ombra, è necessaria la luce. E la luce è la determinazione di cambiare quello che non ci sembra giusto. Una luce che non si spegne mai». Ha appena usato il plurale. «Perché naturalmente è anche la mia storia. L'idea è nata due anni fa, a Santiago del Cile. Ci siamo ritrovati in casa di un amico per un grigliata e qualche bicchiere di vino buono. Il padrone di casa era un tipo speciale, uno che fu dirigente del Fronte Patriottico Manuel Rodriguez, il movimento armato che non ha dato un giorno di tregua a Pinochet. Il Fronte, composto per la maggioranza da giovani comunisti, nel corso della lotta alla dittatura ha contato molti, moltissimi morti. Troppi. Il padrone di casa era stato uno dei piú ricercati da Pinochet. E quel giorno era lí, arrostendo polli e costine di maiale. Dopo la cena ci siamo fumati un sigaro, abbiamo bevuto un po' di rum ghiacciato. Ci siamo messi a raccontare storie di lotta, storie che non avevamo mai confessato. Senza toni epici, ma con amore ed ironia. I nostri figli, i nipoti ci ascoltavano. A bocca aperta». ሠin quel momento che ha deciso. Perché - spiega - i vincitori scrivono da sé la storia, e tocca agli scrittori essere la voce dei perdenti.

«La stessa notte mi sono ripromesso di raccontare questi uomini di sinistra che guardano al proprio passato di lotta con l'orgoglio di essere appartenuti ad una generazione che ha cercato di cambiare la societá  sapendo che avrebbe potuto pagare un prezzo alto. Un prezzo che pagammo, ma con la consapevolezza di aver proiettato un'ombra poderosa sul Cile e tutta l'America Latina». Dopo alcuni libri che collezionavano racconti, appunti od articoli, finalmente il romanzo che i lettori aspettavano. Perché tutta questa attesa? «Non vedo differenze, mi sembra molto naturale. Credo che tutti i miei libri siano completi, il punto è che sono quel che devono essere in quel momento. Amo il linguaggio preciso, certo, senza inutili decorazioni. Sono un artigiano che lavora sui suoi testi con pazienza e senza altre pretese che fare bene il proprio lavoro. Scrivo per piacere. Lo faccio per confermare con la scrittura tutte i miei grandi dubbi e le mie poche certezze. Per rallegrare gli amici. So, perché sono un buon lettore, che i miei libri sono sempre pieni di poesia. E la poesia richiede sintesi».

L'ombra di quel che eravamo è giá  un successo in America Latina e in Spagna, dove si è aggiudicato il prestigioso Premio Primavera ed è accompagnato da critiche entusiaste. Qualcuno lo ha paragonato al Vecchio che leggeva romanzi d'amore. «Mi sono fatto coinvolgere completamente, sono stato fedele ai miei personaggi e mi sono innamorato di loro. Come sempre. Non credo nella letteratura come terapia, ma è evidente che quando racconto storie come questa, la gente si sente bene. Perché io mi sono sentito bene, scrivendola».

Dicono la sua sia una prosa molto "cervantina". «áˆ vero. Mi hanno influenzato maestri come Cortá¡zar, Garcá­a Má¡rquez, Vá¡zquez Montalbá¡n, Ana Mará­a Matute, i romantici tedeschi. Ma soprattutto Cervantes. La sua ereditá  è lo sguardo ironico sulla societá . E l'ironia è sempre intelligente. Non è come il sarcasmo, codardo e denigratorio. Non sono un topo da biblioteca, non scrivo per i critici. Lo faccio per risaltare tutto quello che merita. Nelle mie denunce i veri protagonisti sono quelli che lottano contro ció che denuncio. Sono coerente con L'ombra di quel che eravamo. Uso l'ironia. Ma senza perdere la tenerezza».

Nell'ultimo romanzo c'è un intero capitolo dedicato ad uno spassoso dialogo via mail. «Perché le mail esistono nella vita reale e sono ormai parte della nostra vita quotidiana. Mi è sembrata una delirante forma di comunicare e mi sono divertito molto, scrivendo questa parte».

Uno scrittore "realista". «Mi affascina lavorare con la realtá , perché ho imparato che la realtá  è sempre piena di magia. E mi affascina scoprire la magia della realtá . Sono un giornalista. Considero che il giornalismo ben scritto sia letteratura. Una bella cronaca è un testo letterario. Naturalmente c'è una frontiera: la letteratura è essenzialmente finzione, il giornalismo lavora essenzialmente con la realtá . Bisogna rispettare questi confini». Ha appena terminato di scrivere un altro libro. «Si intitola Ultimas noticias del Sur, è un libro di viaggi, credo sará  il prossimo che pubblicheró. E sto lavorando a un romanzo dal titolo Los años felices, la storia della mia generazione: comincia nel "˜68 e termina nell'89, con la caduta del Muro di Berlino».

E il libro segreto? «Un romanzo di pirati, una storia di grande respiro ed emozioni. Sono cinque anni che ci lavoro sopra, me ne serviranno ancora un paio prima di finire». Il 5 settembre sará  a Sarzana per il Festival della Mente, il 9 a Mantova, l'11 a Genova. E tra un mese compirá  sessant'anni. Chi è il Sepáºlveda che arriva in Italia? «Lo stesso di sempre. Uno scrittore, un giornalista, un intellettuale, un uomo di sinistra. Orgogliosamente di sinistra. Uno che del suo passato potrá  sempre dire: "Ci ho provato". Non ce l'ho fatta, ma ci ho provato. Me la sono giocata».

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