News per Miccia corta

23 - 08 - 2009

Le discariche della societá 

 

(la Repubblica, domenica 23 agosto 2009)

 

 

 

 

 

ADRIANO SOFRI 

 

 

 

 

Gli annegati del canale di Sicilia e i sommersi delle galere italiane possono essere commentati insieme. Per economia. Gli annegati: puó andare su e giú il numero, la storia non cambia.

Ossa senza fine che nel mar d'estate semina morte, impossibili a distinguere le une dalle altre. Le parole non possono che ripetersi uguali, da un antico poeta a una nuova madre. Solo gli annegati sono ogni volta altri, nuovi, ennesimi. E subito scaduti. Ammesso che siano mai esistiti, fu altrove. Qui, non esisteranno mai, non piú. Se un colpo di fortuna, un vento propizio, li avesse fatti sbarcare, avrebbero potuto avere un nome, una vita, un futuro. Sarebbero stati arrestati e incarcerati. Si sarebbero guadagnati il passaggio alla seconda colonna dei commenti, i sommersi delle galere.

 

Le galere strappano una colonna anche loro, grazie all'estate. Non che i commenti riescano facilmente a rinnovarsi, anche qui. C'è una parola che ormai le definisce ufficialmente, anche nei bollettini ministeriali, anche nei telegiornali dei sacrestani di regime. Discarica. Discariche umane, discariche sociali. Mi vergogno, a sentirla. Tanti anni fa forse fui il primo a usarla. Pretendeva di avere una forza. Poteva fare ancora impressione accostare il mucchio umano a quello dell'altra spazzatura. Adesso è anestetizzata, la parola. Appena pronunciata, è giá  scivolata in una scollatura da prima serata. Eppure si vantano molto i nostri governanti e i loro commissari speciali, di saper maneggiare la monnezza. Le discariche sono diventate la loro virtuosa specialitá . Hanno sgomberato, dicono, le strade di Napoli. Non si sognano nemmeno di sgomberare un solo metro quadrato della cittá  reclusa di Poggioreale, dei suoi 2.300 pezzi. Discarica per discarica, quella umana non è affare di Berlusconi, né di Bertolaso, né di protezione civile e di figura che facciamo con gli stranieri. 65 mila esseri umani boccheggiano in celle designate a richiuderne, e malamente, 40 mila. E i responsabili –responsabili?- pronunciano boutade su nuove carceri dell'avvenire, su navi in disarmo da adibire a galere, e ammoniscono i reclusi che finalmente battono la testa e le stoviglie contro i cancelli roventi a non eccedere i limiti della protesta civile –sic! Raccontano, gli scampati all'annegamento, delle imbarcazioni di passo che non hanno voluto vederli, o al piú, al colmo della compassione, hanno buttato loro dell'acqua prima di dileguarsi. Nemmeno si vogliono vedere i detenuti allo stremo, con loro è ancora piú facile, spesso sono stranieri anche loro, e se non stranieri per nascita divenuti stranieri per povertá  e per droga: e spesso a loro stessi manca l'acqua. Almeno 30 mila detenuti, solo rispettando le leggi vigenti, per non chiamare in causa l'umanitá , potrebbero essere messi fuori, a casa, in comunitá , in pene alternative, rimpatriati, da un elementare soccorso di protezione civile. Uno Stato che detiene corpi e anime umane in una condizione illegale è infinitamente piú colpevole di quanto possano dimostrarsi loro: e una gran parte è anche ufficialmente non colpevole fino a prova contraria. Una Corte suprema californiana ha ordinato all'ingrosso di sgomberare almeno di un quarto le prigioni di quello Stato, che non sa assicurare condizioni civili ai suoi ospiti. Da noi il tutto esaurito non esiste: al contrario. Lo Stato ammucchia abusivamente la sua spazzatura umana, senza nemmeno nascondersi. A volte se ne vanta. Si illude di sventarne l'infezione. ሠcome nel mare. I sacchetti di plastica delle nostre giornate ordinarie stanno soffocando il mare. Gli annegati no. Gli annegati fatto parte del ciclo della vita, come i sommersi delle celle. Loro crepano, loro crepino: noi viviamo.

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