News per Miccia corta

04 - 08 - 2009

Da Auschwitz allo stalinismo

 

(la Repubblica, martedí 4 luglio 2009)

 


 


 

Nel volume, che raccoglie appunti dal 1961 al 1991, la difficile esistenza di uno scrittore dissidente. In autunno uscirá  un'autobiografia, "Dossier K."

Per scrivere la propria vita ci vuole una grande originalitá  o una grande banalitá 

Ci si chiede perché è crollato il comunismo. Meno come abbia fatto a durare tanto

 

MAURIZIO BONO

 

 

Chiedere che rapporto c'è tra la biografia e il romanzo come storia del mondo all'ottantenne Imre Kertész, premio Nobel nel 2002, deportato quindicenne ad Auschwitz e autore con il suo primo libro Essere senza destino della grande narrazione che ha affrontato e declinato il problema di raccontare l'indicibile dei campi di sterminio, è insieme ovvio e indispensabile. Kertész, da un libro all'altro si è sempre fondamentalmente interrogato proprio su questo: dopo lo straordinario esordio affidato all'io narrante del ragazzino Gyurka, il romanzo Fiasco dove la voce è dello stesso protagonista invecchiato, poi ancora Liquidazione sullo scrittore e traduttore B. che si uccide quarant'anni dopo Auschwitz, infine il Diario dalla galera appena pubblicato da Bompiani (pagg. 294, euro 18) e l'autobiografia in forma di dialogo Dossier K. che uscirá  da Feltrinelli quest'autunno.

Magari Shakespeare, se gli avessero chiesto cosa pensava del teatro, avrebbe perso le staffe. Sicuramente Umberto Eco - l'ha detto lui - si irrita quando gli chiedono un parere sull'importanza della comunicazione. Kertész invece sorride paziente e risponde piano, girandosi in mano il volume di Diario dalla galera di cui ha appena elogiato con l'agente e l'editore italiano la copertina (gli piace il dipinto di Giulio Ferroni sotto il titolo, una branda sfatta che evoca prigionia e rigore mentale ascetico): «Certo, a prima vista queste pagine sono un diario che ho scritto per trent'anni, dal 1961 al 1991 circa. In realtá  c'è sempre di piú. ሠsuccesso che dopo la riunificazione tedesca, Essere senza destino, che a fatica avevo pubblicato quindici anni prima in Ungheria senza alcuna risonanza, era improvvisamente diventato in titolo in voga. A un tratto molte redazioni e giornali mi hanno chiesto manoscritti o materiali. Visto che non sono uno scrittore da un libro al mese, ho cominciato a riunire le note che avevo preso negli anni precedenti in fascicoli da venti pagine l'uno, con l'idea di pubblicarli. Ma da autore e curatore insieme, ho scoperto che quel materiale mi era molto vicino: era diventato un modo di mettere in pagina nuovamente l'essenziale, la dittatura, allora ben poco conosciuta al mondo occidentale».

Dal 1961 al 1991, per frammenti spesso folgoranti di comprensione interiore («... la grande domanda: come possiamo compiere una rappresentazione dal punto di vista dell'elemento totalitario, senza che diventi il nostro punto di vista?», o «Per scrivere la propria vita ci vuole una grande originalitá  o una grande banalitá . Per quanto mi riguarda, devo accontentarmi di poter scrivere un romanzo») e a volte tracce illuminanti della realtá  esterna in mutamento («Gli uomini vivono la liberazione dalla tirannia come un crollo. Cosa succederebbe allora se li gettassero nella libertá !» e piú avanti «La domanda che ultimamente sorge spesso: perché è crollato il comunismo; nessuno peró chiede perché e come esso abbia potuto durare cosí a lungo»), Diario dalla galera disegna infatti l'esistenza di un intellettuale dissidente emarginato ma anche perfettamente consapevole della necessitá  di esserlo.

«Ho iniziato il mio libro su Auschwitz negli anni Sessanta e nel "˜75, quando è uscito in Ungheria, mi dicevano: peccato che non sia attuale, sono vecchie storie superate, perché tornare a rimuginare su quello? Da allora credo che si sia dimostrato di attualitá  assoluta, perché con l'Olocausto è crollata l'illusione dell'umanismo. Lo sterminio ha annientato millenni di cultura cristiana, greca, ebraica nel modo di concepire l'uomo. Tutto ció che è venuto dopo non si comprende senza Auschwitz e d'altra parte il totalitarismo successivo, che è stato il trionfo dell'"uomo funzionale" iniziato con il lager, spiega quel passato con una evidenza impossibile da cogliere mentre lo si è vissuto».

Approccio ovviamente destinato a suonare metafora pericolosamente vera perfino all'orecchio del censore piú distratto: «Per trent'anni l'unica libertá  di cui ho goduto è stato scrivere. E il privilegio quello dell'autocomprensione: quando si scrive e poi si rilegge ció che si è scritto, si scopre di non essere piú quelli di prima. ሠil prezzo che si paga per comprendere la propria vita, una schizofrenia fertile tra l'io del passato, quello del presente e il super io che è lo scrittore. In un certo senso si lotta per la propria identitá  perché questa va ricreata ogni giorno, cosí il vivente sottostá  alle leggi della prosa che lo trasforma».

Tutto questo, Kertész negli anni bui lo aveva chiamato «scrivere come se si fosse in galera». Ma cosa accade quando le porte si spalancano? Ha mai dubitato di perdere insieme all'oppressione della dittatura anche il talento?

Nei suoi libri, scritti durante e dopo il comunismo in Ungheria, aveva bollato quest'idea del totalitarismo come "romantica". A domanda diretta, oggi risponde spiegando: «Vivere sotto una dittatura in un ambiente ostile per un certo periodo puó essere stimolante, produce opere fertili, peró gradualmente subentrano gli effetti collaterali della frustrazione e della paranoia. L'ambiente ostile pregiudica la visione oggettiva delle cose e sono molto felice che la riunificazione tedesca sia avvenuta proprio mentre cominciavo a sentire fortemente quella frustrazione. Il Nobel per me è stato una catastrofe felice: so che non tutti i Nobel sono uguali e che il Nobel non è la misura di tutte le cose, a Tolstoj e Kafka è stato negato per motivi politici. Ma oso dire che nel mio caso non sia stato immeritato».

Insomma, alla libertá  si sopravvive meglio che alla dittatura? Molti scrittori occidentali che hanno praticato per scelta l'autoisolamento non ne sarebbe sicuri.

«Thomas Mann diceva che un autore malato fa concorrenza sleale agli altri. Vuol dire che chi coltiva volontariamente la propria oppressione vive una condizione artificiale, non seria come nel totalitarismo o nei campi, dove in ogni momento puoi essere giustiziato o distrutto davvero. Ma è anche vero che Solgenitsyn ha scritto i suoi libri migliori mentre era in pericolo di vita o nel gulag, mentre poi si è trasformato in profeta perdendo credibilitá . Diciamo che è ancora una volta una questione di identitá , credo che quando questa si forma in modo profondo si riesce a non perderla. E scrivere è la lente di ingrandimento che serve a mostrarla, sorprendendo ogni volta perfino se stessi. Per questo non mi annoio mai a scrivere».

Quello che negli anni ha cambiato è certamente lo stile, quasi aforistico in Diario dalla galera, dialogo serrato nella intervista fittizia di Dossier K. «Lí prima ho creato due figure, un intervistatore e me stesso che risponde. Ma c'è una terza che non appare, lo scrittore, una sorta di arbitro nella partita di ping pong, con il compito di controllare che la pallina resti in campo. E per tornare alla prima questione, si parla di nuovo, con l'artificio delle domande e delle risposte, del senso di una vita».

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