News per Miccia corta

31 - 01 - 2006

STORIA. Un libro su Piero Calamandrei e la Resistenza


(il manifesto, 31 Gennaio 2006)

L`araldo e i testimoni

Nei cinquant`anni che separano la prima edizione di «Uomini e cittá  della Resistenza» di Piero Calamandrei da quella attuale molto è stato scritto e dibattuto, con passione e rigore, da una generazione di storici che ha preceduto quella di Sergio Luzzatto, sui temi della costruzione del discorso pubblico sulla Resistenza, del suo mito e dell`epos a esso correlato. Continuare a raffigurare la cultura storica sulla Resistenza come se fosse quella del 1955 puó istituire un facile bersaglio di comodo per polemiche mediatiche, ma è a questo punto solo una leggenda, un pigro luogo comune da cui bisognerebbe distaccarsi

GIANPASQUALE SANTOMASSIMO

C`è qualcosa di improprio e di sgradevole nella polemica che si è sviluppata a partire dalla nuova edizione di Uomini e cittá  della Resistenza di Piero Calamandrei curata da Sergio Luzzatto per Laterza. Con le osservazioni molto critiche di Giovanni De Luna sulla Stampa (22 gennaio), un articolo di Simonetta Fiori su Repubblica (24 gennaio) e una risposta molto risentita di Luzzatto sul Corriere della sera (25 gennaio). Per riassumere in breve il mio atteggiamento, diró che non considero Luzzatto un «maldestro guardone» che occhieggia «dal buco della serratura», né penso che De Luna sia un «guardiano del faro resistenziale».

Non è questione di bon ton, ma di sostanza. Mi pare che emerga una coazione a ripetere stereotipi usurati da cui bisognerebbe distaccarsi in maniera definitiva.

Luzzatto si è posto l`intento, lodevole, di presentare il lavoro di Calamandrei in chiave non retorica e lontana dalla «monumentalizzazione»; cosa tanto piú opportuna se si presenta un libro che era fatto di alta retorica, e che consapevolmente «monumentalizzava» la Resistenza - cosa abbastanza inevitabile in un libro composto di epigrafi e di commemorazioni di vittime. Si tratta poi di valutare natura e qualitá  di quella particolare retorica, stile di quel monumento e materiale usato per costruirlo, angolo prospettico prescelto. Al riguardo Massimo Raffaeli ha scritto su queste pagine (il 22 gennaio) un articolo molto bello e approfondito, che ha suscitato anch`esso il risentimento - in questo caso davvero immotivato - di Luzzatto.

La volontá  di tenersi lontani dall`agiografia e dal mito, che è attitudine doverosa e opportuna per uno storico, non implica necessariamente che si stabilisca un corpo a corpo tra prefatore e prefato, e alcune perplessitá  dei parenti di Calamandrei intervistati da Simonetta Fiori sono piú che lecite. Va detto peró che alcune critiche sono ingiuste. C`è un evidente retroterra esistenziale nel percorso dell`ultimo Calamandrei. Tentare di valutarlo non è «storiografia del privato», né improvvisarsi psicologi. Chiunque ha letto i diari dei Calamandrei, padre e figlio, si rende conto di trovarsi di fronte a un conflitto forte e radicato, a un grumo di passioni, risentimenti, incomprensioni che segnano in profonditá  l`esistenza di entrambi. Un contrasto che è anche e soprattutto di generazioni, di quella prefascista che rifiuta il presente ma a volte non tenta neppure di comprenderlo, o resta disarmata di fronte a uno svolgimento della storia che sembra vanificare le categorie mentali acquisite, e di quella vissuta sotto il fascismo che tenta la sua strada e alla fine la trova, in un conflitto che alla fine sará  contro il fascismo ma anche contro l`Italia dei padri. Basta attenersi alla lettera dei testi, senza grandi sforzi di fantasia, per comprendere quanto tutto questo influisca nel percorso che porta Calamandrei a incontrare la Resistenza - che è anche il figlio riscoperto eroico partigiano - e a farsene nell`ultimo decennio di vita non giá  e tanto difensore di un mito giá  definito quanto costruttore di alcune caratteristiche fondamentali che esso assumerá .

Puó essere ingeneroso insistere sulla «desistenza» (cioè segnalare la mancata partecipazione alla Resistenza armata) di un uomo di 54 anni, ma quel che conta è che «desistente» lo stesso Calamandrei si sentí, con un indubbio senso di colpa - comune a molti altri intellettuali illustri, ma reso in qualche misura piú acuto dalla sua visione del mondo, dal pietromicchismo (termine solo in parte ironico che è dello stesso Calamandrei e non di Luzzatto), dall`invocazione di gesti coraggiosi, risoluti ed eroici che affida al diario - che contribuí senza dubbio ad accentuare il suo impegno postumo nella costruzione di una religione civile dell`Italia liberata. Non possiamo dire con certezza se ci fosse qualcosa di «espiatorio» in questo atteggiamento; Luzzatto lo ipotizza ed è una ipotesi lecita.

Quello che è debole e in parte deludente è peró la ricostruzione del percorso e dei travagli del Calamandrei «desistente», negli anni della guerra, dove il bozzetto sembra sostituirsi all`analisi e la volontá  «dissacratoria» è affidata piú al linguaggio confidenziale e sbarazzino che all`individuazione del nodo morale e culturale che paralizza Calamandrei, e con lui molti altri.

Nella sostanza era stato piú dissacrante Pier Giorgio Zunino, in La Repubblica e il suo passato - il Mulino, 2002 (stranamente non citato da Luzzatto) -, che aveva collocato Calamandrei alla vigilia della guerra in una no man`s land tra fascismo e antifascismo, ma che aveva documentato la sostanza seria di un travaglio morale, che era a volte vera e propria disperazione di fronte alla prospettiva, che dopo la caduta della Francia appariva prossima, di un inabissamento di tutto il quadro di valori in cui aveva creduto. Luzzatto sceglie invece una chiave ironica nel descrivere il «Sor Piero» che vive nel paesino umbro tra sopravvivenza, «voci di guerra», scoramenti e accensioni. Ma in questo modo non coglie la vera tragedia, che il diario testimonia, del dubbio che le forze del male non solo abbiano a prevalere, ma che la loro vittoria testimoni in qualche modo della giustezza, perversa, di alcuni loro postulati, e della speculare fragilitá  delle ragioni essenziali di quelli del liberalismo, della eguaglianza, del progresso. In Calamandrei è anche la sensazione della morte della patria civile, piú alta e intima di quella militare, dei pennacchi, delle mostrine e delle medaglie.

C`è ultimamente molta sterilitá  e superficialitá  nel ripercorrere questo tornante cruciale della storia italiana in chiave di trasformismo, di un paesaggio che brulica di opportunisti e voltagabbana. Tanto per la storia collettiva quanto per la storia dei singoli. Si smarrisce la dimensione di passaggio epocale rappresentato dalla seconda guerra mondiale, che non fu rissa fra italiani ma scontro planetario tra visioni del mondo inconciliabili, e che inevitabilmente trasformó tutti coloro che furono presi nel gorgo, il loro modo di vivere, di pensare, di sentire. Che fu tragedia senza ritorno per molti, ribaltamento di certezze per moltissimi, un voltare pagina per tutti.

Ma soprattutto colpisce il malinteso stupore con cui si torna ogni volta a scoprire cose giá  note e acquisite: la forza del fascismo, il suo radicamento, il coinvolgimento ampio nelle sue strutture, il compromesso inevitabile e quotidiano di chi viveva all`interno di quel regime. Quasi si ripartisse da zero ogni volta, come se decenni di studi e di dibattiti scivolassero senza lasciare traccia. Come se ogni nuova acquisizione dovesse scontrarsi con una «ortodossia» che sopravvive da tempo solo come costruzione fantastica e caricaturale del giornalismo storico italiano.

E proprio riguardo a questo punto e alla replica di Luzzatto ai suoi critici, sará  il caso di ricordare che una recensione è una recensione, soprattutto se entra nel merito di ció di cui si discute; puó essere piú o meno giusta o sbagliata ma non è una «scomunica». Non esistono guardiani di ortodossie, e non esistono in veritá  neppure ortodossie, anche se molti collaboratori del Corriere non sanno resistere alla tentazione di proporsi, e sul giornale piú diffuso in Italia, come eretici e perseguitati, nel mentre ripetono ai loro lettori, in chiave «anticonformista», le peggiori banalitá  conformistiche che essi amano sentirsi dire da decenni. Non è il caso di Luzzatto, ma sorprende il riflesso condizionato che lo spinge a scambiare critiche per «bacchettate» di guardiani di non si sa cosa.

Non si confonda storiografia con celebrazione, che sono attivitá  distinte anche se intercomunicanti, che si muovono su registri differenziati e con intenti diversi (e proprio il libro di Calamandrei è una delle testimonianze piú alte del definirsi di questo rapporto; ma in qualche modo lo è anche la Prefazione di Carlo Azeglio Ciampi che precede l`Introduzione di Luzzatto, come lo è stata tutta l`attivitá  di commemorazione e testimonianza, laboriosa e programmata, del presidente nel suo settennato, che si puó valutare criticamente in sede di bilancio della memoria pubblica, ma che sarebbe sbagliato assumere quale fonte storiografica).

Sul piano della storiografia, non si puó ignorare che i temi della costruzione del discorso pubblico sulla Resistenza, del suo mito e dell`epos ad esso correlato, della formulazione di un paradigma dell`antifascismo che ha attraversato con fasi diverse e con sensibili mutamenti di accento tutta la storia dell`Italia repubblicana sono giá  stati al centro degli interessi e delle passioni di una generazione di storici che ha preceduto quella di Luzzatto. Ricordo per tutti Nicola Gallerano, di cui ricorre tra poche settimane il decimo anniversario della scomparsa.

E` giusto, come aveva rivendicato Sergio Luzzatto in un appassionato pamphlet su La crisi dell`antifascismo (scritto anche per «impedire che la memoria anneghi nell`indistizione», edito da Einaudi nel 2004) che ogni generazione si ponga in maniera autonoma e con originalitá  di accenti di fronte alla comprensione del passato; meno giusto che nel farlo ignori tutto quanto era stato fatto in precedenza e che si immagini come un pioniere in terra vergine che deve districarsi tra fanatismi e superstizioni di primitivi. Nei cinquant`anni che intercorrono tra la prima edizione di Uomini e cittá  di Calamandrei e quella attuale molto è stato scritto, pensato, dibattuto attorno a quei temi. Continuare a raffigurare la cultura storica sulla Resistenza come se fosse quella del 1955 puó istituire un facile bersaglio di comodo per polemiche mediatiche, ma è a questo punto solo una leggenda, un pigro luogo comune da cui bisognerebbe distaccarsi.

Ma è anche l`Italia del 1955, terreno specifico in cui nasce il libro di Calamandrei, che appare stranamente sfuocata nelle pagine di Luzzatto. Che è consapevole del fatto che «culturalmente, l`Italia repubblicana è stata il regno degli Indro Montanelli, non dei Piero Calamandrei», ma non ne tiene conto nel valutare l`oggetto specifico del suo studio. Si tratta di chiedersi cos`era la retorica patria all`epoca nel discorso pubblico e quotidiano, e cosa rappresenta di nuovo lo stile acquisito da Calamandrei. Che non era riproposizione del dulce et decorum est pro patria mori, della stampella di Enrico Toti e della paccottiglia piú usurata dei santini risorgimentali. Per quello bastavano e avanzavano i libri scolastici, i discorsi di sindaci, vescovi e provveditori; tutte cose che Luzzatto ha avuto la fortuna generazionale di non incrociare.

Non ripeteró su questo punto cose qui giá  ampiamente argomentate da Raffaeli. Mi sembra che Luzzatto, autore di libri importanti sulle salme del duce e di Mazzini e sui culti attorno a quelle spoglie, abbia maturato un umano e comprensibile atteggiamento di saturazione rispetto alle problematiche funerarie che lo spinge alla insofferenza complessiva verso ogni forma di retorica su questo terreno. E` difficile peró confondere il culto della morte, che è proprio e specifico dell`ideologia fascista, con il culto dei morti che è proprio di ogni civiltá . Tra il Viva la muerte dei fascisti spagnoli e le steli, i cippi, le lapidi della seconda guerra mondiale corre differenza come tra cose di altri mondi. Ma anche qui va osservato che esistono studi approfonditi e diffusi su quasi tutto il territorio nazionale che sulla scia delle prime formulazioni di Mosse hanno analizzato a fondo i monumenti, le epigrafi, le estetiche diverse che hanno celebrato il culto dei caduti della prima guerra mondiale e la commemorazione delle vittime della seconda. Questi ultimi non sono mai compiaciuti e trionfali, non additano orizzonti gloriosi, esprimono la sofferenza e la speranza che nasce da quella.

C`è alla fine della Prefazione una citazione da La signora Kirchgesner di Luigi Pintor: «Forse sarebbe salutare rinunciare al pianto penitenziale. I filari di croci bianche che simulano l`eguaglianza sottoterra nei cimiteri militari e le lodi al Signore che simulano la pietá  sulla terra tra fiumi di incenso non esecrano la guerra ma la coltivano come una fede». Qui Pintor avrebbe «diffidato la sinistra a costruire il futuro sui morti del passato, a trattare la memoria del lutto come un`assicurazione sulla vita», che è interpretazione francamente molto forzata e cerebrale.

Il senso delle parole di Pintor, espresso anche in molti articoli, è il rifiuto di una ideologia consolatoria e rassicurante, tanto dei martiri nostri che son tutti risorti («una cosa che non succede mai e che i sopravvissuti non dovrebbero accreditare»), tanto del vive e lotta insieme a noi. No, sono morti, e per sempre. La guerra significa strage, per lo piú inutile, ed essa è comunque una perdita secca, irreparabile, che nulla puó risarcire.

Walter Benjamin scriveva che «lo storico è l`araldo che invita a tavola i defunti»: formula forse troppo aulica per il nostro gusto di contemporanei; ma la storia è da sempre anche forma della rammemorazione. Il senso è anche di richiamare alla vita nell`unico modo possibile, come in fondo era in Foscolo, che Luzzatto sembra detestare: in lotta contro la notte dell`oblio, con strumenti fragili e precari come le parole e le pietre.

Se cinquant`anni dopo le epigrafi di Calamandrei colpiscono ancora chi le legge si puó dire che abbiano assolto al loro compito, che non era perpetuare il culto della «bella morte» ma rammemorare l`esistenza troncata dei vivi.

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